SUPPLEMENTO AL BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ ENTOMOLOGICA ITALIANA
MEMORIE
DELLA
SOCIETÀ ENTOMOLOGICA
ITALIANA
FONDATA NEL 1869 - ERETTA IN ENTE MORALE CON R. DECRETO 28 MAGGIO 1936
VOLUME. XXXVI - 1957
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Sede della Societä
Genova — Via Brigata Liguria, 9
GENOVA
FRATELL! PAGANO - TIPOGRAFI EDITORI
1957
‘INDICE.
Berio E. - Ulteriori modifiche e cambiamenti nella nemenclatura dei generi
di Noctuidae del Globo. (Lepidoptera), (19-14-1964)... . . . Pag. 5
Gonci C. - TAMANINI L. - Alberto Brasavola de Massa (1886-1956). (19-1-1957) » 21
Cuscianna N. - Il Coroebus rubi L. insetto dannosa. ai rosai della Riviera o
Ligure di ponente, (Col. Buprestidae), (19-1- 1957) CRA I » 24
ConsigLIo €. - Contributo alla conoscenza dei Piegottori di Sardegna.
(26- 241957) «| DDL n » 31
FRANCISCOLO M. E. - Cattura di quattro specie di Dytiscidae interessanti
per la fauna italiana. (26-2-1957) x SR TREE . » 45
ScHEERPELTZ O. - Neue Arten der Gattungen ia Kr. und Sipalia Muls.
Rey aus dem Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. SE NEUE
l'inidae), (26-2-1957) 2. . ect ee ee ; > 53
BacceTTI B - Notulae Orthopterologicae. IV. Su un’opera di Pietro Ross di-.
menticata dai sistematici, e sulla data di descrizione del Ba-
cillus Rossius Rossi. (12-2-1957) _ E LR a Ea ; » 61
FOCARILE A. - | Sistematica, ecologia e geonemia dei Bio del Subgen,
Paederidus italiani. (Col. Staphylinidae). (6-3-1957) COZZE 4 yo ea e
BINAGHI G. - Estensione dell’area di distribuzione in Italia di alcune specie
di Ditiscidi. (Col. Dytiscidae). (6-3-1957) ES IR : » 78
Bari B. - Una nuova specie di Trechino cavernicolo lombardo e una nuova
tabella di determinazione degli Speotrechus. (Coleoptera Carabidae).
(6-3-1957) COLA »_ 85
FioRI G. - Revisione dei Byrrhus asiatici di Reitter. IV contributo alla cono-
scenza della famiglia Byrrhidae. (Coleoptera). (8-3-1957) orne de à yO],
La data che segue i titoli è quella di pubblicazione dell’estratto,
Dott. FELICE CAPRA - Direttore responsabile
REGISTRATO AL TRIBUNALE Di GENOVA <Al IN. 76 (14 LUGLIO 1949)
FRATELLI PAGANO - TIPOGRAFI EDITORI - Via Monticelli, 11 - GENOVA
STAMPATO IN ITALIA
ME MEO. se
SOCIETA ENTOMOLOGICA
ITALIANA
SUPPLEMENTO AL BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ ENTOMOLOGICA ITALIANA
MEMORIE
DELLA
SOCIETA ENTOMOLOGICA
ITALIANA
FONDATA NEL 1869 - ERETTA IN ENTE MORALE CON R. DECRETO 28 MAGGIO 1936
VOLUME XXXVI - 1957
Sede della Società
Genova — Via Brigata Liguria, 9
GENOVA
FRATELLI PAGANO - TIPOGRAFI EDITORI S. p. A.
1957
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ULTERIORI MODIFICHE E CAMBIAMENTI NELLA NOMENCLATURA
"DEI. GENERI DI NOCTUIDAE DEL GLOBO
(Lepidoptera) | |
La nomenclatura generica delle Noctuidae del globo ha avuto un im-
pianto fondamentale da parte di Sir G. Hampson nel noto Catalogo (1904.
1926) dove però l'Autore ha seguito la regola di considerare FOCUS il primo
nome specifico incluso. (1).
Necessariamente la sua nomenclatura ha dovuto essere corretta coll’ appli-
cazione delle Regole Internazionali, di fronte alle quali dobbiamo dire: dura,
sed lex; perchè è indubbio che il metodo del « first name » introdotto ragio-
natamente da Jordan e Rothschild (1903) è infinitamente più pratico del me-
todo di ricerca del genotipo imposto dal Codice Internazionale e dalle suc-
cessive opinioni. Ormai si è reso evidente, in sede di applicazione, che le
regole legali per la ricerca del genotipo danno risultati ben lontani da quello,
vagheggiato, di interpretare il più antico concetto di ciascun « genere » (che,
d’altronde, normalmente non interessa più, data la grande distanza tra il
moderno e il precedente concetto sistematico) ma si riducono ad apparire
una semplice convenzionalità; il che, infine, è del tutto sufficiente’ data la
evoluzione, come detto, del concetto sistematico.
Ma trattandosi di pratica del tutto convenzionale non si comprende perchè
non si debba seguire la via più spiccia, più sicura, più poco controvertibile,
qual’è appunto quella del « first name » (che, d’altronde, si può anche soste-
nere, con Jordan e Rothschild ae. che abbia un principio esegetico per
nulla trascurabile). |
Ad ogni modo, i cambiamenti alla nomenclatura generica del Catalogo
di Hampson sono stati iniziati nei lavori particolari, e, per i generi europei,
anche in lavori specifici, come quelli di Tams (1939) e di Boursin (1953).
Un altro gruppo di emendamenti si è reso necessario, nella applicazione
delle Regole, con la riesumazione di nomi che Hampson non aveva ritenuti
validi perchè non muniti di descrizione, come quelli di Billberg (1820).
Infine, le ricerche di Hemming sulle date dei nomi generici di Hubner
(1937) han posto le basi per ulteriori importanti modifiche, dato che molti
spostamenti nel tempo sono stati operati relativamente alle date ritenute giu-
ste da Hampson. Sono necessari tuttavia ulteriori precisazioni e rilievi, sia
per rettificare qualche particolare dell’opera di Hemming, sia per metterne
(1) A malgrado dell’uso ormai vasto del termine «generotipo» e composti, mantengo
«genotipo», perchè non mi pare assolutamente possibile alcuna confusione con la genetica.
Il Sig. Ch. Boursin ha insistito fertemente perchè io addottassi, in questo lavoro, la parola
generotipo, dicendo tra l’altro che «genotipo» non è più usato altro che dagli autori che non
sono più al corrente. Ma debbo confessare la mia insormontabile ripugnanza per una parola
formata con una radicale sbagliata.
Mantengo pure i termini «monogenotipo, autogenotipo, lectogenotipo» da me proposti in
precedenti lavori, facendo notare che Cook già nel 1914 (Amer. Natur. LXVIII. p.. 314)
aveva proposto 1baplotinos e «logotipo» rispettivamente per la specie unica e per la specie
scelta come tipo. Debbo alla cortesia del Sig. Charles Boursin questa informazione.
6 E. BERIO
in valore i risultati nel campo dei generi extraeuropei dei quali Tams e
Boursin non si sono occupati.
Nel presente lavoro vengono considerate solo le sinonimie generiche per
cogenotipia, e non quelle per congenericità dei genotipi: i nomi validi sia
per il genere, che per il genotipo vengono scritti in grassetto; e tutti gli
omonimi e i sinonimi per cogenotipia, in corsivo.
E’ evidente che possono essere scoperte lacune e crearsi così necessità
di altre modifiche: l’Autore sarà grato a chi vorrà indirizzargli le sue osser-
vazioni presso il Museo di Storia Naturale di Genova per poter pubblicare
le ulteriori rettifiche e avvicinare così il più possibile la nomenclatura ge-
nerica delle Noctuidae alla auspicata stabilità nomenclatoria.
NOTA. - Si danno casi in cui gli Autori hanno fissato genotipi di nomi di Hiibner,
considerandoli creati in opere successive a quelle in cui oggi sono risultati creati. In questi
casi, quando le specie lectotipiche erano contenute nella prima citazione, ho considerate valide
le scelte per essa. Ma se non si volessero ritenere valide le designazioni stesse, si tenga presente
che intendo formalmente designare io stesso qui come genotipo le specie indicate come
lectotipi precedenti in tutti i casi in cui le designazioni precedenti non siano valide.
Acacallis Hb. (1823). Verz. 265; monogenotypus Phalaena procax Cr., nec Acacallis procax
Hb. ut Hemming Vol. II, p. 144.
La differenza fra procax Cr. e procax Hb. viene messa in evidenza per la doverosa distin-
zione tra Acacallis Hb. e Asticta Hb. (1823; 1. c., p. 266) monogenotypus Asticta pro-
clivis Hb. (= Noctua procax Hb.).
Achatea Curtis v. Achatia.
Achatia Hb. (1809-13) Erste Zut. 4 & 6; pls. 11 & 26; Spp.: A. cora Hb.; A. stalachtis Hb. Lecto-
genotypus hic electus Achatia cora Hb. (1809-13).
1° Omonymus (?) Achatea Curtis (1826) Brit. Ent. n. 117; monogenotypus Bombyx spreta
Fab. Synonymus: Panolis Hb. (1821) Verz. 214; Spp.: flammea Scff.; beltis Cr., lectoge-
notypus Hampson 1905 Noctua flammea Scff. (Bombyx spreta Fab.).
2° Omonymus (?) Achatis Bllibg (1820) Enum. ins.; Spp.: atriplicis L.; spreta Fab. Lec-
togenotypus Tams 1939 Noctua atriplicis L. Synonymus: Trachea Ochs. (1816) Schmett.
IV. 75; spp.: atriplicis L.; praecox L.; porphyrea Scff.; piniperda Esp.; lectogenotypus
Curtis 1832 Noctua atriplicis L.
Synonymus: Cerma Hb. (1818) Zutr. I, 14; monogenotypus Achatia cora Hb.
Achatis Billbg. v. Achatia.
Agrochola Hb. v. Gloia.
Agrotera Hb. (1825) Verz. 348; preocc. Schranck (1802) Fauna Boica II (2), 163; monogenotypus
A. nemoralis Schrk.
Agrotis Hb. (1809-13) Erste Zut. 4, pl. 13; monogenotypus A. grata Hb. (1)
Omonymus: Agrotis Ochs. (1816) Vol. IV, p. 66; spp. n.° 26; lectogenotypus Curtis
1827 Noctua segetis Scff.
Synonymus: Elaphria Hb. (1818); spp.: Agrotis grata Hb.; Noctua plantaginis Hb. Lec-
togenotypus Barnes-Benjamin, 1919, A. grata Hb. (2)
(1) Segnalato da Tams, Entomologist, 1939, pag. 70.
(2) La scelta di Hampson, 1909, N. sepii non può essere utilizzata perchè la specie non
è contenuta nel lotto iniziale.
Anthracia Hb. (1823) Verz. 275; spp.: Noctua ephialtes Hb.; Phalaena undularis Drury. Lecto-
GENERI DI NOCTUIDAE
genotypus hic electus Noctua ephialtes Hb. (1)
Gracilipalpus Calb. monogenotypus N. ephialtes Hb.
Synonymus:
Anticarsia Hb. (1818) Zutr. I, 26; monogenotypus A. gemmatalis Hb.
Hemming per questo nome generico assegna due specie (Vol. II, p.
tratta di una sola. Le diagnosi del Zutrige portano spesso più di una specie perchè oltre quella
descritta vengono indicate specie di confronto, mediante l’iniziale del loro nome generico e
l’intero nome specifico. Per lo più codeste specie di confronto appartengono allo stesso genere
della specie descritta eppertanto l’iniziale del loro nome generico è eguale a quella della
specie descritta. Esempio:
«.Fodia rufago
Vi sono tuttavia casi in cui la specie di confronto non appartiene allo stesso genere della
specie diagnosticata, il che è evidente in 21 casi in cui l’iniziale del nome generico abbreviato
simile a 7. croceago Scff. ».
è diversa da quella della specie diagnosticata. Questi 21 casi sono:
Specie n.
CR ©:
Spe
» 16
» 20
30
D +342
ee
» 48
KA
È 108
Ne
do, 8S
» 64
» 66
» Js
» JQ
» 84
» 8 5
» 87
102
Confrontando queste citazioni col Verzeichniss si rileva subito che il riferimento
generico è fatto ai generi di poi pubblicati in quell’opera la cui pubblicazione, iniziata due anni
avanti (1816) terminò poi diversi anni dopo. Ciò sta a dimostrare con la massima evidenza che nel
1818 quando Hiibner pubblicò la prima centuria del Zutrige aveva già tracciata la sistematica
del Verzeichniss.
Orbene, un attento esame delle altre citazioni che hanno l’iniziale generica eguale a quella
della specie diagnosticata dimostra che ve ne sono alcune che si riferiscono ad altri generi
aventi eguale iniziale. Per quanto riguarda le Noctuidae codeste citazioni sono le seguenti:
(1) Era mia intenzione scegliere undularis Dry. per salvare il nome Gracilipalpus Calb.,
ma il Sig. Boursin ha notevolmente insistito per la scelta di ephialtes Hb.
ZA. AG:
NH VHOPhREYRRROOSHAR ED
communimacula Scff. nel gen. Schinia
plagiata L.
aprilina L.
maura L.
druryi Cr.
culta Scff.
algira L.
alchymista Scff.
limbalis Hb.
apiciaria Scff.
urticae Hb.
margaritalis Scff.
punicealis Scff.
. dipsacea L.
bombycialis Scff.
porphyrea Scff.
damonia Cr.
pudoralis Scff.
grisealis Scff.
vespertaria
talus Cr.
Macrosoma
Polygrammate
Zale
Pseudosphex
Cerma
Parallelia
Melipotis
Hapalia
Hypargyritis
Paectes
Diastichtis
Haematia
Hemeroplanis
Macropus
Triphassa
Helia
Argyria
Lesmone
Pyrinia
Cecrops
con le vedute di Piingeler, Draudt, Rothschild e con le sue proprie.
154), mentre si
che corrisponde
8 È. BERIO
A. thomyris Cr. citata nel gen. Anticarsia e riferito invece al gen. Apistis, Verz. 271.
A. quaestionis F. citata nel gen. Argyrogramma e riferito invece al gen. Autographa, Verz. 251.
P. perflua F. citato nel gen. Phosphila e riferito invece al gen. Pyrois Verz. 208.
Come si vede, nel caso di Anticarsia, la inclusione nel genere è dunque riservata all’unica
specie A. gemmatalis, poichè la citazione «A. thomyris Cr.» si deve leggere « Apistis thomyris
on: | |
La soluzione per fortuna collima con la scelta di Grote, 1874 A. gemmatalis Hb. per cui
non porta cambiamenti o incertezze.
Argadesa Moore v.. Rhytia.
Argyrogramma Hb. (1823) Zutr. II, 29; monogenotypus A. omega Hb. Hemming indica
«2 sp.» ma la citazione A. questionis F. fatta a confronto nel testo di Hibner si riferisce al
genere Autographa dove risulta collocata nel Verz. p. 251. Vedasi in proposito la trattazione
di Anticarsia.
Ascalapha Hb. (1809) Samml. Exot. I, 196; monogenotypus A. odora Hb. (= Phalaena aga-
rista Cram.).
Il nome generico è valido perchè non forma omonimia con Ascalaphus Fab. non trattan-
dosi di nomi specifici. sla
La sinonimia odora Hb. = agarista Cr. è data dallo stesso Hiibner nel Verz. pag. 273. In
essa Hübner si riferisce alla tav. 170 di Cramer e non alla agarista Cr. della tav. 169 che egli
identifica colla odora di Linneo. Cade pertanto in sinonimia per cogenotipia il nome Idechthis
Hb. (1821) Index Exot. p. 5 che ha come monogenotypus la stessa figura della Samml.
Exot... |, 196.
Dal punto di vista prettamente nomenclatorio non cade invece in sinonimia il nome
Otosema Hb. (1823) contenuto nella Samml. Exot. Vol. II, tav. 206, che si riferisce evidente-
mente alla odora di Linneo, in accordo con le sinonimie del Verzeichniss 1. c. pubblicate
contemporaneamente. La questione tuttavia non ha importanza alcuna data la evidente conge-
nericità di tutte queste entità specifiche.
Asticta Hb. v. Acacallis.
Athyrma Hb. (1823) Verz. 267; monogenotypus Phalaena adjutrix Cr. Hemming, Vol. II,
p. 160, dice « 2 specie e 1 nome nudo »; in realtà vi è una sola specie e due nomi nudi.
Axia Hb. v. Nycteola.
Azatha Wlk. v. Phycoma.
Blephara Hb. v. Blepharum.
Blepharidia Hb. v. Blepharum.
Blepharum Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, pls. 5, 10. Hemming (Vol. II, p. 162) distingue questo
nome da Blephara Hb. E’ però evidente che Blephara è un semplice errore di stampa o di
grafia, essendo stato scritto al nominativo plurale anzichè al singolare. Nel Tentamen vi
sono infatti tanto la forma plurale che la singolare. La prova che sin dall’inizio la specie Ble-
pharum amica Hb. e la specie Blepharum elonympha Hb. fossero per Hübner congeneriche è
data dalla storia delle due specie attraverso la successione delle sue opere.
GENERI DI NCCTUIDAE "9
it
Tentamen, | Erste Zuträge Zuträge I Alphab. Verz.
‘1806 ie 1808 | 1818 | 1822
Stirps : Blephara | Blephara
Coma i Maia e Blepharidia Blepharidia
Blepharum (Ephesia) |
_sponsa L. sponsa L.
elonympha elonympha
amica amica
Considerando la restrizione di Hemming come scelta di genotipo e, comunque, ope-
randola qui io stesso; lectogenotuyps B. amica Hb.
1° Synonymus: Blepharidia Hb. (1818) Zutr. I; (spp.: Blepharum amica Hb.; Blephar [a] (um)
elonympha Hb.). Lectogenotypus hic electus: B. amica Hb. Omonymi: Blepharidia Hb.
1822 (Alph. Verz.); 24 spp. lectogenotypus hic electus: Noctua fraxini L.; Blepharidia Pünglr
(1900) monogenotypus Heliophobus lama Pünglr.
2° Synonymus: Corisce Hb. (1823) Verz. 279; monogenotypus B. amica Hb.
Secondo Hemming la data di Blepharidia Hb. è il 1922 poichè egli considera il nome
edito per la prima volta nell’Alph. Verz.
E’ tuttavia da ritenere che questo, e altri nomi generici dei quali darò più sotto l’elenco,
abbiano origine nella 12 centuria del Zuträge (1818).
Preliminarmente si deve osservare che nella prefazione dell’Alphab. Verz. lo stesso
Hübner dichiarava che i nomi da lui ivi usati dopo quelli specifici (in quest'opera le specie
sono collocate in ordine alfabetico eppertanto sono seguite dal nome generico e sottogenerico),
erano ricavati dal Zutrige 1% centuria. Questa constatazione porta ad una pregiudiziale: se
cioè i nomi dell’Alphab. Verz. sono da considerarsi generici, allora essi sono preoccupati dai
loro corrispondenti del Zuträge 1* Cent., ma se quelli del Zuträge 1* Cent. non possono essere
considerati generici, neppure quelli dello Alphab. Verz. avrebbero alcuna validità.
Dopo di ciò ritengo che un attento esame della evoluzione del pensiero sistematico di
Hübner dal 1806 in poi debba portare ad una interpretazione diversa da quella di Hemming e
tale da far ritenere generici i nomi del Zuträge 1% Cent. poi trasportati nell’ Alphab. Verz. Infatti:
Non vi è questione nelle categorie superiori che per Hübner furono sempre le otto Phalanges
della Sammlung Europäische, divise in tribù. Le categorie inferiori alla Tribu furono: nel
Tentamen (1806) la Stirps (Stamm) seguita dal nome specifico. Nella Sammlung Exotische
tra il nome della Stirpe e quello specifico (Gattungsname) viene introdotto un aggettivo
scritto sempre con iniziale minuscola e talora scritto interamente con caratteri più piccoli.
(Dal 1816 in poi Hübner chiama questo nome Familia). Nel Zuträge e nel Verzeichniss sotto
alla tribù anzichè tre nomi: Stirps (genere), Familia, Gattung (specie) ne troviamo quattro:
Stirps, Familia, Coitus (Verein) e specie.
L’interpretazione di Hemming di questa ultima innovazione si è che IE il binomio
linneano iniziale era composto dei due ultimi nomi (Stirps - Gattung), con o senza il nome
intermedio di Familia, e poichè il binomio linneano finale è composto pure degli ultimi due
nomi (Coitus - Gattung) sempre senza il nome intermedio di Familia, si deve ritenere che
Hübner ha modificato il nome della Stirps in nome di Coitus; ha soppresso il nome aggettivale
intermedio (Familia) e ha creato due nuove categorie fra la Tribù e il Genere, chiamandole
SS e Familia. |
| ‘Tuttavia.questa interpretazione non convince, rimanendo difficile ammettere uno scambio
i. con la creazione di nuove categorie denominate proprio cot nomi abbandonati. E invece, logico
ritenere che la Stirps sia rimasta sempre tale, con la Familia come sua specificazione! e che
10
E. BERIO
sia stata introdotta una nuova categoria fra queste e la specie col nome di Cottus, la quale venendo
ad essere la più vicina alla specie diviene poi il primo termine del binomio linneano.
Per meglio comprendere le due interpretazioni e valutarne il valore, si vedano le due ta-
belle seguenti, la prima delle quali riprodotta dall'opera di Hemming (Vol. I, pag. 19) rappre-
senta la sua interpretazione e la seconda, l’interpretazione qui proposta.
Verzeich.
Zutr. I
Tentamen Sam. exot. Erste Zutr.
1806 1806 1808 1816 i 1818
Phalanx [Phalanx] Phalanx [Phalanx]
Tribus [Tribus] Tribus [Tribus]
Stirps (Stamm) Stamm
Familia [Familia]
Stirps [Stirps] Stamm Coitus (Verein) Verein
[Familia] [Familia]
[Species] [Species] Gattung Gattung Gattung
Tent. Sam. exot. Erste Zutr. Verzeich. Zutr. I Alph. Verz.
1806 1806 1808 1816 1818 1822
Phalanx [Phalanx] Phalanx [Phalanx] [Phalanx]
(Horde)
Tribus [Tribus] Tribus [Tribus] —-
(Rotte)
Stirps [Stirps] Stamm Stirps Stamm [Stamm]
(Stamm)
[fam.] [fam.] Familia [Familia] [Familia]
Coitus Verein
(Verein)
[Species] [Species] Gattung [Gattung] Gattung Gattung
Il confronto delle due tabelle mostra come Hemming sia costretto ad ammettere nella
introduzione di categorie, uno scambio di denominazioni: le categorie introdotte cioè avreb-
bero assunto il nome di Stirps (Stamm) prima detenuto dall’equivalente del Genere, e quello
avrebbe assunto un nuovo nome (Coitus - Verein); inoltre la familia, da specificazione del
nome generico sarebbe stata trasformata a divenire specificazione del nome della nuova cate-
goria introdotta tra tribù e genere. La seconda tabella mostra invece una coerente stabilità
nei nomi delle categorie, confermata poi dall’ultima colonna in cui viene riportato il sistema
adottato nello Alphabetische Verzeichniss che è posteriore all’inizio del Verzeichniss e del
Zutrage, e che non porta la nuova categoria (Coitus - Verein) introdotta nel Verzeichniss.
L’equivalenza delle Stirpi del Tentamen, del Samml. Exot. e dell’Erste Zutrige con
quelle del Verzeichniss e del Zutrige I è messa in decisivo risalto dall’equivalenza dei nomi
di tal grado, come si vede dal seguente esempio:
GENERI DI NOCTUIDAE
Samml. Exot.
11
Tent. Erste Zut. Verz. Zut: 1 Alph. Verz.
Phal. Papiliones Papiliones Papiliones Papilio i Papiliones
Trib. Nymphales Nymphales Nymphales Nymphalis
Stirps | Hamadryas Hamadryades | Hamadryas Hamadryades | Hamadryas Hamadryas
Fam. | Decorae - ? Angulatae Angulata Angulata
Coitus Elymnias Elymnias
jo | : | io
Species | jynx jynx jynx
| evarete
Non è affatto indifferente l’adozione della interpretazione di Hemming o di questa, anche
‘se l’effetto della introduzione della nuova categoria comunque ubicata sia stato in un certo
senso univoco rispetto alle esigenze nomenclatorie che portano alla necessità per Hübner di
comporre la formula binomiale delle sue specie col nome di Coitus ‘aggiunto allo specifico,
perchè la nostra interpretazione mostra che, permanendo in lui la importanza del concetto di
Stirpe, ciò non gli impediva (come nell’Alphab. Verz.) di comporre il binomio anche col nome
di Stirpe, specificato da quello aggettivale (famiglia).
Abbiamo così ad esempio, per l’insetto chiamato « Hamadryas jo » nel Tentamen (1806)
la formula «Inachis jo» del Verzeichniss p. 37 (1819) e la «Hamadryas inangulata jo» dello Alph.
Verz, p.-6 (1822).
Neppure Hemming, del resto, ha dubitato del valore di nomi generici dei nomi delle Stirpi
contenute nell’Alph. Verz. che pure, viste di fronte alla sistematica del Verzechniss potrebbero
essere considerate nomi di grado superiore; ma la sua interpretazione gli ha però impedito,
e qui viene in risalto la importanza delle nostre osservazioni, di considerare nomi di grado gene-
rico anche 1 nomi delle Stirpi (Stamm) contenuti nel Zutrige.
Mentre infatti nello Alph. Verz. vi sono solo i nomi di Stirps considerati come generici
(Nominativo singolare legato binomialmente col nome specifico) nel Zuträge vi sono anche
i nomi di Coitus (Verein). Qui le citazioni sono fatte come segue:
« Symphaedra Alcandra, un Papilio nymphalis e Najas modesta ».
Sembra, così considerate le cose, che non si possano trascurare i nomi di Stamm
(Stirps) dati nel Zutrige come nomi generici.
I nomi che secondo questa tesi, debbono essere aggiunti alla lista di Hemming sono i
seguenti:
Agrodiaetus Hb. 1818 Zutr. I (6 specie)
Andropodum Hb. 1818 Zutr. I (3 specie)
Astycus Hb. 1818 Zutr. I (2 specie)
Blepharidia Hb. 1818 Zutr. I (2 specie)
Brephia Hb. 1818 Zutr. I (1 specie)
Chleuastes Hb. 1818 Zutr. I (2 specie)
Euphais Hb. 1818 Zutr. I (3 specie)
Gloia Hb. 1818 Zutr. I (1 specie) prob. emend. di Gloee
Meropis Hb. 1818 Zutr. I (1 specie)
Sciadia Hb. 1818 Zutr. I (1 specie)
Sphecodes Hb. 1818 Zutr. I (1 specie)
Spilota Hb. 1818 Zutr. I (1 specie)
Trichocheilia Hb. 1818 Zutr. I (1 specie).
Infine, la miglior conferma che codesti nomi creati nel Zuträge I Cent: furono ritenuti
da Hiibner stesso come generici è data dal fatto che tra gli indici figura una lista di « Namen
der Stamme, wozu die im ersten hundert der Zutrige zur Sammlung exotischer Schmetterlinge
enthaltenen Gattungen (specie, nel senso di Hübner) gehôren », e in essa, oltre quelli sopra
citati che sono usati per la prima volta, vi sono quelli generici già usati nello Erste Zutrige:
12 ‘ E. BERIO
i Achatia, Agrotis, Apatele ecc. e Abr ricavati da Ochsenheimer: Amphipyra, Callimorpha, ecc.,
o da Fabricius: Lithosia.
Comunque, nella scelta dei lectotipi fatta in questo lavoro ho fatto in modo che per lo
meno per le Noctuidae, sin dove possibile, detti nomi sia con la data 1818 che con quella del
1822 cadano in sinonimia con altri più sicuri e non portino incertezze.
Bombycia Hb. (1822) Alph. Verz.; (10 spp.). Tra le 10 specie elencate figura una « 00 S. 210 » che,
interpretata secondo le abbreviazioni di Hiibner significa: « Noctua oo Schiffermüller, figurata
da Hübner nella Sammlung Europ. col n. 210 ». Senonche la nottua detta « 00 » è di Linneo
e non di Schiffermiiller & Denis e la fig. 210 Hübner è nella Sammlung indicata con «or» e
corrisponde alla Noctua or di Schiffermüller. Si tratta quindi di un errore di scrittura dell’Alph.
Verz. il che è confermato anche dal fatto che nel Verz. pag. 237 la or è messa tra le Bombyciae,
dove non è traccia della 00 di Linneo (1). Con questa correzione diviene valida la scelta di
lectotypus Harvey in Bull. Buff. I. 278 (1873) per Bombycia : Noctua or Scff.
Omonymus: Bombycia Steph. (1829); monogenotypus N. viminalis Fab. che va sostituito
con Cleoceris Bdv. lectogenotypus Grote 1874: N. viminalis Fab.
Synonymus: Tethea Ochs. (1816); lectogenotypus Curtis (1929) Pahalaena or Schiff.
Brephia Hb... Euttachs, |
Callistege Hb. (1823) Verz. 281; spp.: Noctua scapulosa Hb.; Noctua mi Linn.; Noctua forta-
littum Hb. lectogenotypus hic electus: Noctua mi Linn.
Synonymus: Euchdimera Hmps. 1913 autogenotypus Noctua mi Linn.
Calotaenia Stph. v. Diacope.
Celsia Stph. v. Diacope.
Cerma Hb. v. Achatia.
Chalciope Hb. (1823) Verz. 268; spp.: Phalaena cephise Cr.; Phalaena hyppasıa Cr.; Phalaena
dyndyma Cr.; Phalaena mygdon Cr. Lectogenotypus Moore 1884 Phalaena mygdon Cr.,
come ho già avvertito (Ann Mus. Genova LXVI, 259 (1954)); per cui la notissima hyppasia Cr.
deve passare nel gen. Trigonodes Gn.
Cleoceris Bdv. v. Bombycia.
Coenipeta Hb. (1818) Zutr. I, 22; spp.: C. colliquens Hb. (= Ascalapha colliquata Hb.); Phalaena
damonia Cram. Lectogenotypus Hamps 1929: C. colliquens Hb. (= Ascalapha colliquata Hb.)
Corisce Hb. v. Blepharum.
Cuphanoa Hb. v. Cuphonoa.
Cuphanos Hb. v. Cuphonoa.
Cuphonoa Hb. (1821) Verz. 230; nec Cuphanos (Hb.) Hemming, Vol. II, p. 177; spp.: N. stabilis
Scff.; N. humilis Scff.; N. nitida Hb. Lectogenotypus Hampson 1905 Noctua stabilis Scff.
Nella lista delle specie del Verzeichniss il nome generico che, come d’uso, è scritto per
intero per la prima specie si legge Cuphanoa, ma poichè nel nome di Coitus è ripetuta per due
volte la grafia con la o (Cuphonoen - Cuphonoae) è da ritenere che l’errore sia nel primo bino-
mio specifico.
(1) A questo proposito debbo. far notare un indizio, sfuggito ai critici, che le opere di Hübner
fossero note ai suoi contemporanei; poiche Treitsche, non avendo notato che la citazione era un
errore per «or» incluse la Phalaena 00 di Linneo ena stesso Bence celle altre elencate dell’ Alph.
Verz. sotto il nome Bombycia.
GENERI DI NOCTUIDAE 13
Synonymus: Taeniocampa Guen. (1839) lectogenotypus Guenée Pa Noctua igor Scff..
Cuspidia Stph. v. Triaena. un
Diacope Hb. (1820) Verz. 204; nec Cuvier, 1817 monogenotypus: Bombyx celsia L.
Synonym.: Celsia Stph. 1829 monogenotypus Bombyx Celsia Linn.; Calia nà Stph.
1829 idem; Faspidia Bdv. 1840 idem. (preocc. Hübn. 1809-13).
Diphthera Hb. (1809) Samml. Exot. I pl. 193; monogenotypus: D. elegans Hb. (= Phal. hyero-
glyphica Cr.).
Omonymi: Diphthera Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, p.l ae monogenotypus: D. hebraeicum
Hb.; Diphthera Ochs. (1816), lectogenotypus Duponchel 1829. Noctua orion Esp. (= alpium
Osb.).
Synonymus: Euglyphia Hb. (1820) Verz. 203; monogenotypus: D. elegans Hb.
Synonymus: Noropsis Guen. (1852); monogenotypus: N. fastuosa Gn. (= Phal. hyerogly-
phica Cram.). /
Drasteria Hb. (1818) Zutr. I, 8, 16; spp.: Euclidia graphica Hb.; E. cuspidea Hb.; Noctua glyphica
Linn. Lectogenotypus Hampson 1926 Euclidia graphica Hb.
Omonymus: Drasteria Hb. (1823) Verz. 280; lectogenotypus Grote 1874 Phalaena erechtea
et
Synonymus: Syneda Guen. (1852); lectogenotypus Grote 1874: E. graphica Hb.
Elaphria Hb. v. Agrotis.
Ephemias Hb. (1821) Verz. 248; monogenotypus: Noctua libatrix Linn.
Synonymus Gonoptera Germar 1811; «type Noctua libatrix Linn.» (Boursin in litt.).
Ephesia Hb. (1818) Zutr. I, 11, 14; spp.: Blepharum amica Hb. ; Blepharum elonympha Hb. ; Noctua
paranympha L. Lectogenotypus Hampson 1913 N. paranympha Linn. (= Phalaena fulmi-
nea Scop.).
Epipsilia Hb. (1821) Verz. 210. Non mi risulta sia ‘stato notato che Hampson, Cat. IV, 467, lo
ha riportato come Episilia Hb.
Episilia Hb. v. Epipsilia.
Epizeuxis Hb. (1818) Zutr. I, 9; spp.: Erpyzon lituralis Hb.; Pyralis calvarialis Scff. Lectogeo-
typus Grote 1874. Pyralis calvarialis Scff.
Synonymus: Helia Guen. (1852); monogeotypus: Pyralis calvarialis Scff. [praeocc. Helia
Hb. (1818) Zutr. I, 27, 29 (vedi Helia)].
Erpyzon Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, 5; pl. 3, 16; ssp.: E. lituralis Hb., E. decoralis Hb. Lecto-
genotypus hic electus Erpyzon lituralis Hb.
Omonymus: Herpyzon Hb. (1822) Alphab. Verz. (20 spp.); lectogenotypus hic electus
Pyralis proboscidalis Fab. [Synon.: Hypena Schk. (1802)].
_Synonymus: Megachyta Grote 1873; monogenotypus: Erpyzon lituralis Hb.
Euclidimera Hmps. v. Callistege.
Euglyphia Hb. v. Diphthera.
Euphais Hb. v. Gloee.
Eutactis Hb. (1818) Zutr. I, 28; spp.: Eutactis tristifica Hb., Noctua decora Linn. Genotypus per
divisio (opinio 6 Comm. Nom. Zoolo.) E. tristifica Hb.
14
BR BERTO
La designazione avviene perchè nel 1823 Hübner ha fatto il genere monotipico Pais (N.
decora L.) e ha riportato contestualmente il gen. Eutactis con la sola specie E. tristifica Hb.
(Verz. 279). E’ questo uno dei pochissimi esempi di applicazione, nelle Noctuidae, della regola
sopracitata.
Synonymus: Brephia Hb. (1818), monogenotypus: Eutactis tristifica Hb.
Per quest’ultimo nome vedere la trattazione di Blepharum.
q
Glaea Hb. v. Gloee.
Glaee Hb. v. Gloee.
Gloce [Hb.] v. Gloee.
Gloee Hb. (1808) Erste Zutr. 4, 5; monogenotypus et lectogenotypus hic electus Noctua monilis
Fab.
Hemming Vol. II, p. 201 e Vol. I, p. 439 ha letto Gloce, ma la grafia è evidente in tutte
tre le citazioni dell’Erste Zutrige, e risulta anche dalla riproduzione facsimile dello stesso
Hemming. Inoltre che la grafia voluta da Hübner sia GLOEE e non GLOCE sirileva dalla storia
intera del nome. Il nome del Tentamen, infatti, che secondo Hemming sarebbe Glaea, è in
realtà Glaee e suona eguale a Gloee (cfr. Hydroecia e Hydraecia). La storia del nome si vede dal |
seguente prospetto cronologico:
(Tentamen) Erste Zutrage Zutrage I | Alphab. Verzeic. Verzeichniss
(1806) 1808 1818 1822: (1821)
Glaee Gloee Gloia | Gloia Gloiae
(Xestia) | bis (Orrhodia)
vaccinit L. vaccinii L. vaccin L.
(Xestia)
chloropha Hb. | chloropha Hb. chloropha
(Euphais) Euphaides
(Hypsoropha) (Hypsoropha)
margaritifera Hb.! monilis F. monilis F.
monilis [F.] hormos Hb. horma Hb. |
Per evitare cambiamenti, nel caso si volesse ritenere che la citazione monilis di Hübner
1808 non si potesse ritenere, a quella data, riferita alla monilis di Fabricius, ma si trattasse
di omonimia poi corretta, ho scelto qui monilis come tipo di Gloee che in tal caso prende la
data 1809-13.
Synonymi: Hypsoropha Hb. 1818 Zutr. I, 10; spp.: Noctua monilis F.; Hyp. hormos Hb.
Lectogeotypus Grote 1874 N. monilis F. Euphais Hb. (1818) I. c. spp.: Noctua monilis F.;
Hypsoropha hormos Hb.; Tribonophora pygamaea Hb. Lectogenotypus hic electus: Noctua
monilis Fab. [Omonymus Euphais Hb. 1822 Alph. Verz.; (9 spp.), lectogenotypus hic
electus: Noctua libatrix L.)].
Per Euphais Hb. (1818) vedasi la trattazione di Blepharum.
Gloia Hb. (1818) Zutr. I; monogenotypus: Gloee chloropha Hb. vedasi la trattazione di Ble-
pharum.
Omonymus: Gloia Hb. (1822) Alphab. Verz.; (49 spp.). Lectogenotypus hic electus
Noctua lychnidis Scff. [Synonymus: Agrochola Hb. (1802); lectogenotypus Hampson 1906:
N. lychnidis Scff.].
GENERI DI NOCTUIDAE 15
Gonodonta Hb. v. Ptilodon.
Gonoptera Germar v. Ephemias.
Grammophora Gn. v. Polygrammate.
Helia Hb. (1818) Zutr. I, 27, 29; spp.: H. calligramma Hb.; H. campotrix Hb. Lectogenotypus
hic electus H. calligramma Hb.
Omonymus: Helia Guen. (1852); monogenotypus N. calvarialis Scff. (v. Epizeuxis).
Heliophila Hb. (1822) Alphab. Verz.; (40 spp.). Lectogenotypus hic electus Noctua pallens Linn.
Synonymus: Leucania Ochs. (1816) lectogenotypus N. pallens L.
Heliothis Hb. (1809-13) Erste Zutr. 5, pl. 15; monogenotypus: H. jucunda Hb.
Omonymus: Heliothis Ochs. (1816); lectogenotypus Samouelle 1819: dipsacea L. (= viriplaca
Hiifn.).
Synonymus: Melipotis Hb. (1818) Zutr. I, 17; monogenotypus: H. jucunda Hb. [Omonimus:
Melipotis Hb. (1823) Verz. 260. Lectogenotypus Moore 1884: Phalaena cyllaria Cram. |
Hemeroblemma Hb. (1818) Zutr. I, 26; spp.: Ascalapha amethystina Hb.; Phalaena dolon Cr.
Lectogenotypus Hampson 1926: Phalaena dolon Cr.
Hemeroplanis Hb. (1818) Zutr. I, 23; monogenotypus: Ascalapha pyralis Hb.
Synonymus: Pleonectyptera Grt. 1872; lectotypus Grote 1874 H. pyraloides Hb. (= A
pyralis Hb.).
Herpyzon Hb. v. Erpyzon.
Hoporina Bdv. v. Fodia.
Hydrilla Bdv. v. Hydrillula.
Hydrillula Tams (1938); autogenotypus: Noctua palustris Hb. Synonymus: Hydrilla Bdv. (1840);
lectogenotypus Guenée 1852: Noctua palustris Hb. (nec lectogen. Hampson 1909: H. cali-
ginosa ut T'ams I. c.).
Hypsoropha Hb. v. Gloee.
Hyptelia Gn. v. Xestia.
Idechthis Hb. v. Ascalapha.
Faspidea Led. v. Faspidia.
Jaspidia Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, 5, p.ls 10, 15; spp.: 7. nana Hb.; 7. bellicula Hb. Lectoge-
notypus Tams 1939: J. nana Hb.
Omonymus: Faspidia Bdv. (1840); monogenotypus: N. celsia Linn. et Faspidea Lederer (err.
pro Faspidia Bdv.). Vedi Diacope Hb.
Jodia Hb. (1818) Zutr. I. 15; spp.: Xanthia rufago Hb.; Noctua croceago Scff. Lectogenotypus
Grote 1874 Noctua croceago Scff.
Synonymus: Xantholeuca Stph. (1831); monogenotypus N. croceago Scff.; [Omonymus:
Xantholeuca Hmps. (1910); monogenotypus Erastria Staudingeri Stndfss.].
Synonymus: Hoporina Bdv. & Blanch. (1840); monogenotypus N. croceago Scff.
Lemur Hb. v. Zale.
Leptosia Gn. v. Metachrostis.
Macrochilo Hb. (1825) Verz. 345; spp.: Pyralis tentacularis L.; Pyralis proboscidalis L.; Hypena
rusticalis Hb.; Pyralis cribralis Hb. Lectogenotypus: Boursin 1923-35 (Cat. Lep. France di
Lhomme): Pyralis tentacularis Linn.
16 ov E. BERIO:
Synonymus: Polypogon Schk. 1808 lectogenotypus Grote 1874 Pyralis tentacularis Linn.
Megachyta Grt. v. Erpyzon.
Megatomis Hb. v. Salia.
Melicleptria Hb. (1823) Verz. 262; lectogenotypus Grote 1874 N. cardui Hb. |
Melicleptrinae dovrà sostituire Heliothidinae proposto da Boursin, 1952.
Melipotis Hb. v. Heliothis.
Meropis Hb. v. Ptilodon.
Metachrostis Hb. (1820) Verz. 204; spp.: Noctua par Hb.; Noctua perla Scff.; Noctua velox Hb.
Lectogenotypus Hampson (Moths Ind. II, 325, 1894) Noctua velox Hb.
Synonymus: Leptosia Gn. (1852); autogenotypus N. ‘velox Hb. preocc. Hiibner (Rhopal.)
(1818). |
Metachrostis Hb. non cade sotto Crypia ut Tams 1939.
Metria Hb. (1823) Verz. 261; spp.: Phalaena euristea Cr.; Ph. encelade Cr. Lectogenotypus hic
‘electus Ph. euristea Cr. Tav. 342 A. | si |
Moma Hb. (1820) Verz., 208. Per analizzare la sorte di questo controverso nome occorre
fissare le seguenti sinonimie ormai pacifiche: di
a) Noctua ludifica Linn. (= Hb.; fig. 23, 524; 580-581).
b) Noctua alpium Osb. (= ludifica Sepp.; aprilina Scff.; orion Esp.).
c) Noctua aprilina L. (= runica Scff.).
Le specie elencate da Hiibner per il genere Moma sono:
ludifica L. Syst. Phal. 143. Hb. Noct. 580-581.
aprilina L. Syst. Phal. 138 Hb. Noct. 22.
astur Cram. 120.13.
quindi delle tre sopra elecate, solo la prima e l’ultima.
Le designazioni di tipo che ho potuto reperire sono:
1857: Lederer. Nel Noct. Europas Lederer non ha fatto desigazione di tipo, ma ha indi-
cato il gen. Moma Hb. con un’unica specie. Lo cito tuttavia perchè Miss Prout in Bull. Hill.
Mus. Vol. I, pag. 227 gli attribuisce una scelta di genotipo. A malgrado di ciò poichè la specie
indicata da Lederer è orion Esp. (= alpium Osb.) essa non fa parte del gruppo originale e
non è valida.
1874: Grote. Nel Bull. Buff. II, p. 1 questo Autore cita anche lui la Noctua orion Esp.
(= alpium Osb.) che non entra nel lotto originale. La sua scelta è ritenuta valida da Tams
Entomoligist LX XII, (1939) e accolta da Boursin in Bull. Lyon, 1953 p. 120.
1894 e 1913: Hampson Moth. Ind. II. 453 e Cat. XIII, 376 sceglie N. ludifica Linn.
che diviene così la prima scelta valida.
Synonymus: Trichosea Grote 1874; monogenotypus ludifica Linn.
Noropsis Gn. v. Diphthera.
Nycteola Hb. (1822) Alph. Verz.; spp.: Tortrix degenerana; T. dilutana; T. punctana; T. ramo-
sana; T. undulana. "Tutte cospecifiche = Noctua revayana Scop. che diviene il tipo.
Omonymus: Nycteola H-S. (falsalis) 1853 (1).
(1) che va sostituita con Zebeeba Kirby.
GEN&RI DI NOCTUIDAE 17
Syaonymi: Sarrothripus Curtis, 1824; Axia Hb. 1825 (preocc. Hb. 1821); Subrita WIk. 1886
Anche il nome Sarrothripini deve cadere e dovrà essere sostituito con Nycteolini. (1)
Odice Hb. (1823) Vrz. 258; spp.: Phalaena panphilia Cr.; Phalaena acharia Cr.; Noctua inamoena
Hb.; N. regularis Hb.; N. quieta Hb. Lectogenotypus Moore 1884 Noctua inamoena Hb.
Omia Hb. (1821) Vs 24A SPP Noctua cymbalariae FIBA N: . antirrhinii Hb.; N. linariae Scff. a
N. puta Hb.; N. temera Hb. Lectogenotypus Guenée 1852: N. cymbalariae Hb.
Otosema Hb. v. Ascalapha.
Paectes Hb. v. Tribonophora.
Pais Hb. v. Eutactis.
Pangrapta Hb. (1818) Zutr. I, 18; spp.: Erpyzon decoralis; Pyralis angulalis Hb. Lectogeno-
typus Grote 1874 E. decoralis Hb.
Panolis Hb. v. Achatia.
Parallelia Hb. (1818) Zutr. I. 15; monogenotypus P. bistriaris Hb. (= Ascalapha bistria Hb.).
Phaeocyma Hb. (1818) Zutr. I. 19; spp.: Lemur lunifera; Noctua calicanthata Abbot. Lecto-
genotypus Grote 1874 L. lunifera Hb. 7 |
Phoberia Hb. (1818) Zutr. I. 13, 16; spp.: Ascalapha atomaris Hb.; A. rufimargo Hb.; Noctua
lunaris Scff. Lectogenotypus Grote 1874: A. atomaris Hb.
Phosphila Hb. v. Pyrophila.
Phrictia Hb. (1821) Verz. 255; spp.: Phalaena lingia Cr.; Phalaena porcia Stoll. Lectogenotvpus
hic electus Ph. lingia Cr.
Phycoma Hb. (1823) Verz. 258; spp.: Phalaena gyges Cr.; Ph. marcellina Cr.; Ph. arcadia Stoll.
Lectogenotypus hic electus Ph. marcellina Cr.
Synonymus: Azatha Wik.; monogenotypus Ph. marcellina Cr.
Phytometra Haw. (1802); lectogenotvpus Boisduval 1836 nec Westwood 1840: Ph. viridaria Cl.
Pleonectyptera Grt. v. Hemeroplanis.
Polygrammate Hb. (1818) Zutr. I. 10; monogenotypus Diphthera hebraeicum Hb.
Synonymus: Diphthera Hb. (1809-13) nec Hübner 1809 (vedi Diphthera), monogenotypus D.
hebraeicum Hb.
Synonymus: Grammophora Gn. (1852); lectogenotypus Hampson 1908 hebraeicum Hb.
Polymixis Hb. (1820) Verz. 205; spp.: Noctua polymita L. (seladonia F. = ridens Hb.); Noctua
ligustri Scff. Genotypus per alliteratio, et lectogenotypus hic electus Nectua polymita L.
Hampson ha citato come tipo la N. filigramma Esp. che non pare compresa nel lotto
originale, essendo sinonimo della polymita di Hübner (= polymita Scff.) e non della polymita
di Linneo.
Polypogon Schk. v. Macrochilo.
Prophyla Hb. v. Pyrophyla.
(1) Cfr. Obratzov, «Eos» XXIX, 1953 p. 143.
18 | E. BERIO
Ptilodon Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, pl. 6; monogenotypus P. uncium Hb.
Synonymus: Meropis Hb. (1818) Zutr. I (vedere la trattazione di Blepharum). Monogeno-
typus P. uncium Hb. [Omonymus: Meropis Hb. (1822) Alphab. Verz.; spp.: N. thalictri
Bkh.; N. auricularis Hb. Lectogenotypus hic electus N. auricularis Hb. (= Phalaena tirhaca
Cr.): Synonymus: Ophiusa Ochs. (1816). Lectogenotypus Duponchel 1829: tirhaca Cr.].
Synonymus: Gonodonta Hb. (1818); spp.: Ptilodon uncium; Phalaena sicheas Cr. Lectogeno-
typus hic electus P. uncium Hb. (Gonodonta uncium Hb.).
P[y]rophila Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4 Tav. 12. Intendo dimostrare che la grafia di Hubner
Prophyla è frutto di un errore di stampa. Pyrophyla nasce col T'entamen per una specie che
Ochsenheimer (1816) passò nel suo genere Amphipyra. Hübner adottò questo nome generico
includendovi sia la specie del Tentamen che quella poi inclusa nel Prophyla (err. pro Pyro-
phyla).
(Tentamen) | Erste Zutr. | Ochsenheimer Zuiräge I Verzeichniss Aphab. Verz.
| 1806 | 1808 1816 1818 1820 1822
| Pyrophyla P[y]rophila Amphipyra Amphipyra Amphipyrae | Amphipyra
| (Pyrois)
| pyramidea L. pyramidea L. pyramidea pyramidea
| (Phosphila) (Phosphila)
| turbulenta turbulenta turbulenta
Monogenotypus: P. turbulenta Hb.
Omonymus: Pyrophyla Steph. (1829); lectogenotypus Boisduval, 1836 N. tragopoginis Linn.
Synonymus: Phosphila Hb. (1818). Hemming dà 2 specie per questo genere, ma Hiibner
nel Zuträge mette: « Phosphila turbulenta, simile a P. perflua F.». Nel Verzeichniss, che nel
1818 era già schematizzato (vedi la trattazione di Anticarsia), la specie perflua è inclusa nel
gen. Pyrois: quindi la citazione del Zutrige 1818 deve ritenersi fatta: « Phosphila turbulenta
simile a Pyrois perflua F. ». Il genere diventa monotipico.
Rhytia Hb. (1823) Verz. 264; spp.: Phalaena cocalus Cr,; Noctua materna L.; Phalaena hyper-
mnestra Cr. Lectogenotypus hic electus N. materna L.
Synonymus: Argadesa Moore 1881 (1 sp.). Monogenotypus N. materna L.
Salia Hb. (1818) Samml. Exot. I. pl. 208; monogenotypus S. mimalis Hb.
Synonymus: Megatomis Hb. (1821) Index Exot. Lep. p. 5 (1 sp.). Monogenotypus S. mi-
malis Hb.
Sarrothripinae Hmp. v. Nycteola.
Sarrothripus Curt. v. Nycteola.
Schinia Hb. (1818) Zutr. I. 8, 11, 14; spp.: Euclidia trifascia; Euclidia gracilis ; Euclidia bifascia Hb.
(Hemming segna 4 spp. (:)). Lectogenotypus Grote 1874: E. trifascia Hb.
Synonymus: Trileuca Grote 1883; lectogenotypus Hampson 1903: trifascia (Hb.) (? = trifa-
sera Aarote 1).
Simyra Ochs. (1818); lectogenotypus Boisduval 1836: Noctua venosa Tr. nec Westwood, 1840
Noctua nervosa Scff. ut Tams, 1939.
Omonymus: Symira Hb. (1821) Verz. 240 prob. err. pro Simyra Ochs. Lectogenotypus hic
electus: Noctua degener Hb. (= N. venosa Bkh.).
GENERI DI NOCTUIDAE 19
Speiredonia Hb. (1823) Verz. 272; spp.: Phalaena retorta Cr.; Ph. spiralis Fab.; Ph. zamis Stoll. ;
Ph. obscura Cr.; Ph. feducia Stoll.; Ph. luminosa Cr. Lectogenotypus Hampson 1894 (Moths
Ind.) Ph. feducia Stoll. Successivamente Hampson lo impiegò tra le Catocalinae (Cat. XII,
146) come genere di retorta L.. scrivendolo anzichè Speiredonia, Spiredonia. Quivi però va
sostituito con Spirama Gn. (1852).
Spirama Gn. v. Speiredonia.
Spiredonia Hb. v. Speiredonia.
Subrita Wlk. v. Nycteola.
Syneda Gn. v. Drasteria.
Syrnia Hb. (1821) Samml. Exot. II. 207, 208, 210; spp. : Syrnia strix Hb. (nec Noctua strix L.);
S. ‘mineis Hb.; S. hypnois Hb. (Hemming dà 2 specie sole: Vol. II, p. 259). Lectogenotypus
hic electus S. strix Hb. (= Phalaena agrippina Cr.).
Synonymus: Thysania Dalm. 1825. Lectogenotypus hic electus Ph. agrippina Cr.
Tethea Ochs. v. Bombycia.
Thysania Dalm. v. Syrnia.
Trachea O. v. Achatia.
Triaena Hb. (1818) Zutr. I, 21; spp.: Apatele tritonia Hb.; Noctua psi L. Lectogenotypus Grote,
1883: N. psi L. | | |
Synonymus: Cuspidia Chap. (1890); lectogenotypus Hampson 1909: N. psi L.
Tribonophora Hb. (1809-13) Erste Zutr. 5, pl. 19; monogenotypus T. pygmaea Hb.
Omonymus: Tribunophora Hb. (1822) Alph. Verz.
Synonymus: Paectes Hb. 1818, monogen. T. pygmaea Hb.
Tribunophora Hb. v. Tribonophora.
Trichosea Grt. v. Moma.
Trigonodes Hb. v. Chalciope.
Trileuca Grt. v. Schinia.
Xanthia Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, pl. 11; monogenotypus X. rufago Hb.
Omonimus: Xanthia Ochs. 1816; lectogenotypus Curtis (1825) N. flavago Scff.
Xantholeuca Stph. v. Fodia.
Xestia Hb. 1818 Zutr. I, 16; spp.: Gloee chloropha Hb.; Noctua ochrojois Hb.
Lectogenotypus Hampson 1904 Noctua ochreago Hb. (ochrojois Hb.).
Synonymus: Hyptelia Guen. 1852; lectogenotypus Hampson 1903: ochreago Hb.
Zale Hb. (1818) Zutr. I, 11; monogenotypus Lemur horrida Hb.
Synonymus Lemur Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, 5 pl. 5, 17; lectogenotypus hic electus
L. horrida Hb. [Praeocc. Linneo (1758)].
Zebeeba Kirby v. Nycteola.
21
CESARE Conci - Livio TAMANINI
ALBERTO BRASAVOLA DE MASSA
(1886 - 1956)
La piccola famiglia degli entomologi trentini ha subito recentemente una
dolorosa perdita: il 10 aprile 1956 si è spento d’improvviso a Verona, settan-
tenne, il N. H. Alberto Brasavola de Massa, che fu per molti anni figura di pri-
missimo piano nel campo naturalistico della nostra Regione.
Nato a Verona da antica nobile famiglia trentina il 26 giugno 1886, passò
la prima giovinezza ad Avio (Trento). Frequentò quindi il Ginnasio - Liceo di
Verona e fu iscritto alla facoltà di Chimica dell’Università di Milano e poi di
Scienze dell’Università di Padova. |
Trascorse la massima parte della Sua esistenza ad Avio, dove la Famiglia
possedeva un austero palazzo e notevoli beni.
La passione naturalistica sorse in lui ancor giovanetto e con essa l’amore per
i Coleotteri, che cominciò ben presto a raccogliere e studiare. Ancor nel 1908
Bernardino Halbherr di Rovereto nell’« Aggiunta all’elenco sistematico dei Co-
leotteri finora raccolti nella Valle Lagarina » Lo citava tra i suoi più attivi colla-
boratori nello studio dei Coleotteri trentini.
Allo scoppio della guerra 1915-18 si arruolò volontario nel Corpo del Genio.
Dopo l'occupazione di Borghetto ed Avio da parte dell’esercito italiano fu per
alcuni mesi Commissario straordinario di quei comuni.
Finita la guerra si stabilì ad Avio e riprese la Sua attività naturalistica, in
stretto contatto coi roveretani Halbherr e Cobelli prima e coi trentini Trener €
Bonomi poi.
Nel 1927 venne nominato Conservatore Onorario del Museo di Storia Na-
turale della Venezia Tridentina in Trento e nel 1937 vi fu eletto Presidente del
Collegio dei Conservatori, carica che mantenne fino al 1945. Dedicò pertanto quasi
un ventennio di lavoro intelligente ed appassionato all’organizzazione del Museo
di Trento, in stretta collaborazione col suo Direttore prof. Lino Bonomi, coa-
diuvandolo nell’imprimere all’Istituto un notevole ed equilibrato impulso scien-
tifico. Si occupò molto, con ottimi risultati, della formazione dei Centri di rac-
colta di Insetti di tutti gli Ordini nelle valli trentine e predispose le escursioni
entomologiche che venivano effettuate dal personale del Museo. Presso questo ini-
ziò l’impianto delle collezioni di Coleotteri e di Emitteri.
Seguendo l’esempio del Suo Maestro, il roveretano Bernardino Halbherr,
si occupò prevalentemente di Coleotteri e di Emitteri, gruppi sui quali raggiunse
una notevole competenza. Ma particolarmente la Sua attenzione fu rivolta ai
Cerambycidae, Chrysomelidae e Scarabaeidae : di quest'ultima famiglia era veramen-
te un ottimo conoscitore, nei riguardi della fauna europea.
. Futrai pochi coleotterologi che raccolsero e studiarono pure gli stadi preim-
maginali. ©
Molto si adoprò anche per dare basi scientifiche ai vari Gruppi Grotte, che
andavano formandosi dopo il 1926 in diversi centri del Trentino, e per indirizzare
e sostenere le loro ricerche. A questo proposito si può ricordare che il primo Co-
leottero troglobio trovato nella Regione dopo la guerra, la Batysciola baldensis
22 + CONCI - TAMANINI
Müller, fu scoperta da Lui e dal Conte F. Hartig nella Grotta dei Cervi, sul
Monte Baldo, nel 1928.
Uomo retto ed onesto in ogni Sua attività, molto si risentì del modo con il
quale il Comitato Nazionale di Liberazione di 'Trento, nel 1945, lo allontanò
da quel Museo a cui aveva profuso per tanti anni ogni Sua migliore energia. Da
allora, nei Suoi studi e ricerche, si appoggiò completamente al Museo Civico di
Storia Naturale di Verona, con il quale era pure, da anni, in cordiali rapporti di
collaborazione e di cui nel 1949 venne nominato Conservatore Onorario, curandone
la sistemazione delle collezioni di Coleotteri e di Emitteri.
Persona affabile ed oltremodo cordiale, fu in relazione coi più noti coleotte-
rologi italiani e stranieri, che spesso ospitava nel Suo nobile palazzo di Avio.
Chi scrive Lo ricorda, con particolare commozione, quale Maestro e Compagno
in numerose ricerche nel Trentino.
Il Suo nome resta legato soprattutto alla Sua attività organizzatrice. Non
ostante le vaste conoscenze e l’ottima cultura, era assai restio a pubblicare. La-
scia infatti un numero di lavori piuttosto modesto, in relazione a quanto avrebbe
potuto scrivere.
I Suoi otto brevi « Contributi alla conoscenza dei Coleotteri trentini » con-
tengono descrizioni di stadi preimmaginali di Trechidi, Ditiscidi, Catopidi ed
Idrofilidi, osservazioni biologiche e notizie faunistiche. Interessante il lavoro sul
genere Aethiessa, purtroppo l’ultimo da Lui pubblicato.
Ricordiamo ancora che fu membro di numerose Società scientifiche italiane
e straniere: la Deutsche Entomologische Gesellschaft dal 1907, il Museo Civico
di Rovereto dal 1910, la Società Entomologica Italiana dal 1927, l'Accademia degli
Agiati di Rovereto dal 1930, P Accademia Scientifica Veneto-Trentino-Istriana
dal 1930, la Société Entomologique de France dal 1937, l'Accademia di Agri-
coltura, Scienze e Lettere di Verona dal 1940, ecc.
Lasciò una notevole collezione di Coleotteri, ricca di circa 230 scatole, tra
cui di grande valore scientifico le 72 grandi scatole di Scarabaeidae europei, ed
una di Emitteri, contenuta in una trentina di cartoni. Inoltre una raccolta di
larve di Coleotteri, comprendente circa 200 specie. La Sua ricca biblioteca spe-
cializzata e le collezioni sopranominate sono state acquistate dal Museo Civico
di Storia Naturale di Verona.
Alberto Brasavola de Massa vivrà nel ricordo riconoscente e commosso dei
Naturalisti trentini.
BIBLIOGRAFIA
1926 - Difendiamo il Monte Baldo. Fiori piante e farfalle esportate dagli stranieri. - Il Garda,
Verona, I, 3, pp. 39-40, 5 fot.
1928 - Due caverne del Trentino - Il Garda, Verona, III, 3, pp. 45-48, 7 fot.
1928 - Il Castello di Avio - Il Garda, Verona, III, 6-7, pp. 44-48, 13 fot.
1928 - Sui metodi più razionali e moderni per la cattura degli Insetti ed il loro allevamento -
Museo St. Nat. Venezia Tridentina, Trento, 34 pp., 6 Tavv. (in collab. con G. BIEGELEBEN
ed F. HARTIG).
1930 - Note coleotterologiche - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XI, 1, pp. 71-74, 1 Tav. (Bi-
dessus geminus F., descrizione della larva - Rhizophagus dispar Payk a. sc. Catoni nov. -
I Contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini).
1931 - Contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini - Studi Trentini Sc. Nat., Trento,
XII, 2, pp. 132-136, 3 figg. (II - Duvalius Wingelmiilleri Ganglb., Duvalius baldensis Putzi;
descrizione delle larve).
193I
193I
1932
1932
1932
1934
1935
1937
1939
A. BRASAVOLA DE MASSA 23
- Terzo contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini. Descrizione della larva della
Neobathyscia antrorum Dod. - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XII, 3, pp. 220-224, 1 tav.
- Note sulle larve dei generi Neobathyscia Miill. e Royerella Jeann. Quarto contributo alla
conoscenza dei Coleotteri trentini - LVIII Pubbl. Soc. Museo Civ. Rovereto, Rovereto, pp.
13-14, I tav.
- Quinto contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini. Note sulla larva dell’Ochthe-
bius exculptus Germ. (Col. Hydroph.) - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XIII, 3-4, pp.
253-258, 3 figg.
- Sesto contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini. La Cetonia (Potosia) angustata
Germ. nel Trentino - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XIII, 3-4, pp. 259-262.
- Relazione sull’escursione e sulle ricerche compiute sul Montebaldo dagli Escursionisti
del Dopolavoro di Avio (Gruppo Grotte) il giorno 23 ottobre 1932 - Stud: Trentini Sc.
Nat., Trento, XIII, 3-4, pp. 268-273, 4 figg.
- Settimo contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini - Stud: Trentini Sc. Nat.,:
Trento, XV, 2-3, pp. 181-189.
- Note entomologiche - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XVI, 2-3, p. 149.
- Ottavo contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini - Stud: Trentini Sc. Nat., Tren-
to, XVIII, 1, pp. 75-78, 2 figg. (Note sui Duvalius Breiti Ganglb. e pavionis dal L Ae-
Giolito valuloni Panz. a. latipunctata Gredl.).
- Note sul genere Aethiessa - Atti Museo Civ. St. Nat. Trieste, XIII, 8, pp. 157-164, 1
fig., Tavv. XIII-XIV.
24
NICOLO CUSCIANNA
Direttore dell’Osservatorio Fitopatologico per le provincie di Imperia e Savona
Sanremo
IL COROEBUS RUBI L.
INSETTO DANNOSO AI ROSAI DELLA RIVIERA LIGURE
DI PONENTE
(Col. | Buprestidae)
Nel 1941, anno in cui assunsi la direzione dell’Osservatorio Fitopatolo-
gico di Sanremo, fu richiamata la mia attenzione, dall’allora esistente Sezione
Ortoflorofrutticola del Consorzio Provinciale Produttori dell'Agricoltura, sui
danni fortissimi che un insetto recava da molti anni alle coltivazioni di rose della
Provincia. La predetta Sezione richiese il mio interessamento ed il mio inter-
vento per la ricerca di possibili mezzi di lotta efficienti contro il dannosissimo
insetto che molte preoccupazioni dava ai fioricultori della Riviera. L’insetto era
già stato osservato e determinato, in passato, dai precedenti Direttori dell’Os-
servatorio, per cui mi fu facile confermare che si trattava del Coroebus rubi, noto
Coleottero Buprestide, le cui malefatte erano poi note e forse sono ancora av-
vertite, anche nella Riviera Francese, la cosidetta Costa Azzurra.
Ritenni indispensabile ed opportuno, anzitutto, esaminare e controllare
la etologia dell’insetto, quale si verifica nella Riviera italiana, al fine di venire a
conoscenza di dati ed osservazioni biografiche che mi fossero serviti di base, per
potermi orientare sulla scelta delle esperienze di lotta, in rapporto a mezzi e
tempi d’intervento. Lo studio biografico fu da me eseguito negli anni 1941 e
1942, nei roseti di S. Biagio della Cima, e con opportuni allevamenti di labora-
torio; per quanto era possibile e compatibile con lo stato di guerra, allora esisten-
te, che sempre più incalzava e rendeva estremamente difficile ogni azione di vita
civile. Contemporaneamente iniziai lo studio morfologico, microscopico, del-
l’insetto, nei suoi diversi stadi vitali; e lo condussi a buon punto, nelle descrizio-
ni, nelle identificazioni e nei disegni. Disgraziatamente i documenti descrittivi
già approntati ed il materiale conservato (insetto e sue parti, nelle diverse fasi
di vita) che mi era servito e mi sarebbe ancora servito per lo studio, andarono
quasi completamenti perduti o avariati, a causa del bombardamento aereona-
vale del 20 ottobre 1944. Negli anni immediati e seguenti del dopoguerra, non
mi è riuscito di reperire altro materiale di studio; anche perchè assillato da altri
compiti e da altri problemi, non ho potuto impegnarmi nella ricerca. Non ho
potuto di conseguenza rifare o completare il lavoro descrittivo morfologico; e
pertanto mi decido ora a pubblicare soltanto la biografia dell’insetto, quale e
come ho potuto accertarla per dirette e personali osservazioni; previa una suc-
cinta descrizione dell’insetto stesso, a solo scopo di identificazione e riconosci-
mento.
CENNI MORFOLOGICI
La femmina è lunga 7-10 mm.: il suo corpo tozzo, subparallelo, allungato,
è completamente di color nero-bronzato, e con dermascheletro fortemente chi-
tinizzato, finemente zigrinato. Il capo corto e largo, verticale, subsferico, schiac-
COROEBUS RUBI 25
ciato, è invaginato nel protorace fino agli occhi, che: sono voluminosi, ovulari,
stretti e lunghi, prolungati fin quasi al vertice. Le elitre sono subrettangolari
debolmente denticolate, leggermente ristrette nel mezzo, e terminano in una
punta poco aguzza; presentano macchie pubescenti di peli grigio-chiari, trasver-
sali, larghe, a disegni irregolari, ondulati e nebulosi. Il pronoto ampio, a lati
curvilinei, ha la base tronca che disegna una linea sinuosa fra gli opposti angoli.
Il maschio è di taglia un po’ più piccola, ma non differisce dalla femmina;
sì che è impossibile distinguerlo, senza ricorrere all’esame dell’apparato genitale.
La larva matura è di forma lunga, depressa e dilatata in avanti, riconosci-
bile come quella di tutti i Buprestidi: misura in lunghezza mm. 20 circa. Il corpo
che si compone di 13 segmenti (tre toracici e dieci addominali), è di colore fonda-
mentale biancastro o appena giallastro, più pronunziato nelle parti cefaliche ed
anali. Il capo, fortemente invaginato nel protorace, un po’ più largo del corpo,
è ortognato, subdepresso, gradualmente allargato all’indietro, a contorno sub-
circolare. Il protorace è più largo di tutti i segmenti seguenti: mesotorace, me-
tatorace e primo segmento addominale, sono uguali fra loro. I segmenti addomi-
nali, dal secondo al settimo, sono simili fra di loro, ugualı, larghi, sporgenti leg-
germente ai lati. L’ottavo segmento addominale è più corto ed un po’ meno largo
dei precedenti; il nono, largo quanto l’ottavo, è molto basso; l’ultimo segmento,
il decimo, è subtriangolare, diviso da un solco mediano longitudinale in due parti,
ciascuna delle quali termina con una punta subacuta, robusta, sclerificata, den-
tata al margine interno: queste due punte insieme formano un robusto forcipe.
Tutti i segmenti sono provvisti di una minuta scultura pigmentata tegumentale
zigrinata, ordinata in aree e zone. Tricotassi presente solo nell'ultimo segmento
anale. Zampe ed aree ambulacrali assenti. Stigmi, nove paia, di cui un paio an-
teriore e laterale nel mesotorace, e gli altri otto paia anteriori e dorsali nei primi
otto uriti.
L’uovo è ovale, ha un aspetto emisferico, globoso, e misura mm. 2 di lun-
ghezza, per 1 di larghezza; è liscio, opaco, pigmentato, di color bruno o caffè-
latte; è rivestito di una sorta di mucillagine biancastra, che lo protegge e lo fissa,
che si solidifica rapidamente all’aria, assume un colore giallastro e si distacca fa-
cilmente come una scaglia.
La ninfa è ovale, allungata, molle, grassoccia; misura 11 mm. di lunghezza
e 4 di larghezza; appena formata, bianco- giallastra, si colora in bruno, dopo
quindici giorni.
DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA E PIANTE ATTACCATE
La specie è presente in Italia, Francia, Spagna, Svizzera, Austria, Balcani,
Russia Meridionale, Asia minore, e forse nella Germania del Sud; non risulta
nell'Africa del Nord. In Italia, la regione colpita dalla infestazione di questo
insetto, è la Liguria (riviera italiana dei fiori); in Francia, la Costa Azzurra (zona
di Antibes) e la Provenza.
La larva di questo Bupreste, come descriveremo e specificheremo in se-
guito, in sede di biografia, attacca esclusivamente il rovo, tutte le specie di rovo,
e specialmente il Rubus fruticosus, e molte specie di rose. Dei portainnesti, la
Rosa canina, è piuttosto refrattaria all’attacco; mentre la Rosa indica, e sue va-
rietà, vanno molto soggette alla infestazione. Le rose selvatiche, come la R.
centifolia, sono molto attaccate; così pure le rose coltivate, e specialmente quelle
a produzione forzata. In genere può dirsi che le rose a vegetazione rigogliosa
(se razionalmente coltivate) e grande sviluppo resistano bene all’attacco del
26 N. CUSCIANNA
Coroebus; ciò si verifica specialmente per le rose a produzione di petali per pro-
fumeria, allevate a cespuglio, con molti rami e steli.
BIOGRAFIA
L’adulto del Coroebus, compare nella seconda metà di maggio, ed il suo
sfarfallamento, cioè la fuoriuscita dai ceppi delle rose (ove si formano le ninfe),
si protrae almeno per un mese; può verificarsi fino alla metà di giugno, raggiun-
gendo il massimo del volo, a fine maggio - primi di giugno. Esso vive lungamente;
la femmina, fino a 7-10 settimane: comunque dalla metà di luglio, non si vede
più l’insetto adulto, nei roseti.
Il Coroebus è un buon volatore, però non si sposta di molto dal luogo della
sua nascita; preferisce, per il suo soggiorno e la sua attività, le località molto
riparate e soleggiate. È molto vorace ed ha bisogno di abbondante nutrimento,
per le sue funzioni riproduttive (maturazione delle uova specialmente, da parte
della femmina); si nutre delle foglie delle rose, di cui rode i lembi, praticando
nel tessuto della lamina, incisioni circolari o semicircolari profonde, senza or-
dine, e preferendo i tessuti fogliari bene sviluppati, coriacei, brillanti, verde cupo,
piuttosto che organi teneri.
L’accoppiamento ha luogo parecchi giorni (8-10) dopo la nascita, ed in
genere su di una foglia. Le uova vengono deposte dalla femmina fecondata, dopo
alcuni giorni, sulla corteccia verde e liscia delle branche della pianta, che si di-
partono dal fusto interrato; quindi presso terra; raramente la deposizione ha
luogo in alto, alla biforcazione di rami di un certo diametro, o sulle foglie (in
cattività). Una femmina può deporre 40-50 uova, e le depone isolatamente sulle
rose o sui rovi, una o due volte al giorno, per circa un mese; ciò si verifica fino
a luglio inoltrato.
L’incubazione dura 18-20 giorni; la larvetta neonata, sguscia da una larga
apertura del corion dell’uovo, con la testa dal lato del supporto, dissocia i tessuti
epidermici del ramo, ove è nata, ed in brevissimo tempo penetra ed è nascosta
sotto la corteccia. Alla fine di luglio, prima decade di agosto, si osservano chia-
ramente le nuove gallerie larvali, che iniziano su di un ramo verde, giovane, sem-
pre alla distanza di 3-6 cm. dall’attacco del ramo al fusto; la galleria è larga un
mm. e si presenta come un cordoncino. La discesa della galleria stessa nel fusto
fra epidermide e cambio, si effettua rapida, a spirale, (a spire regolari interrotte
da linee verticali), più o meno sinuosa, a seconda della consistenza della cor-
teccia. La larva, dotata di forte geotropismo positivo, scava rapidamente la sua
galleria procedendo di 15-20 mm. al giorno; ingerisce i tessuti disgregati e rigetta
indietro gli escrementi, che tappano la galleria, man mano che questa si allunga.
Compie quattro mute; ad ogni muta corrisponde una età di vita, ad ogni età
corrisponde un aumento di attività e voracità che porta all’ allargamento della
galleria. Dopo 60 giorni di vita, la larva ha raggiunto la terza età e con essa i
16-18 mm. di lunghezza; i tessuti della pianta ospite vengono divorati con sem-
pre più voracità, mentre il suo geotropismo diviene indifferente. Al principio
di autunno, la larva stessa, ha raggiunto quasi le radici ed è in grado di attaccare
in profondità i fasci liberolegnosi; il suo geotropismo diventa negativo, ed essa
(lunga 20 mm. circa) risale il fusto della pianta, sempre scavando la sua galle-
ria (3-4 mm. larga). Oramai a gennaio, avviatasi a divenire adulta, rallenta la
sua attività, rimonta il fusto, quasi verticalmente, ed in primavera, va a scavare
in cima alla galleria, una cella oblunga, che sarà, diciamo così, la culla della ninfa.
Cella che viene a formarsi nel fusto sempre al disopra della terra, in corrispon-
COROEBUS RUBI 27
denza dell’impianto delle branche; o in qualcuna di queste, all’altezza, su per.
giù, dell’inizio della galleria larvale. La cella ninfale è protetta dall’esterno, da
un lieve spessore di tessuto vegetale. |
La galleria larvale, in sintesi, è una escavazione praticata nel cambio, che
discende, in un primo tempo, poco incisa, elicoidale, con spire sempre più
profonde, di numero variabile, prima ravvicinate, poi distanziate fra di esse, so-
vente con variazioni a nodi ed arabeschi. A discesa ultimata, la larva pratica una
incisione quasi anulare attorno al colletto della pianta; indi in un secondo tem-
po, dal dicembre in poi, la galleria risale, negli strati libero-legnosi, sempre a
spirale più larga, ancora più profonda, e termina, approfondita nel legno fino al
midollo, dopo un'attività larvale di 9-10 mesi (luglio- aprile), nella cella ninfale
predetta.
La ninfosi si verifica, di solito, nel mese di aprile, o al principio di maggio,
e dura 15-20 giorni; l’insetto adulto sfarfalla, rodendo all’estremità della camera
ninfale, attraverso un orifizio circolare o ellittico, a contorno netto, del diametro
di mm. 4.
COSTUMI DELLA LARVA
INFLUENZE NEGATIVE SULLA SUA VITA - DANNI DA ESSA PROVOCATI
La galleria larvale, come abbiamo detto, corre quanto mai sinuosa ed ir-
regolare. Se nel corso della sua attività, la larva incontra un tratto di galleria,
da essa stessa in precedenza scavato, o preesistente nel cambio della pianta, non
lo attraversa mai; ma lo scarta biforcando, proseguendo a fianco, oppure passa
di sotto. Se proprio non ha la possibilità di evitare l'ostacolo (che può essere
rappresentato anche da un nodo), la larva blocca la sua attività e muore; ciò,
sembra, succede perchè la larva stessa ha estrema repulsione per le sue deie-
zioni.
La larva ha bisogno di aria per vivere, e di tessuti sani, asciutti per espli-
care la sua attività; calore ed umidità influiscono pertanto rispettivamente in
senso positivo e negativo, su tutta la evoluzione dell’insetto. Le piogge prolun-
gate, i temporali di primavera, fanno perire le larve neonate; e più ancora gli
adulti, che, numerosi in giugno, si lasciano cadere a terra e vengono trascinati
dalle acque. In una pianta vive quasi sempre una sola larva, perchè uno di solito
è Puovo deposto su di essa; molto raramente si rinvengono due o tre larve, per-
chè non possono convivere in uno stesso soggetto. Poichè qualche volta si è no-
tato, in una pianta, la coesistenza di due larve, di età e statura notevolmente di-
verse, si è pensato alla possibilità che qualche larva impieghi due anni a compiere
il suo ciclo completo di sviluppo; ma non sembra che ciò corrisponda alla realtà;
più probabilmente, si tratta di due individui, nati a sensibile distanza di tempo
Juno dall’altro e penetrati nella pianta, al corrispondente intervallo di tempo.
La pianta di rosa può venire attaccata dal Coroebus, al primo anno di col-
tivazione, quando può dirsi è ancora talea radicata (1); in tal caso, la piantina
non resiste all’attacco e muore. Può invece essere attaccata negli anni successivi,
una sola volta, cioè per una sola annata; in tal caso, se le lesioni prodotte dall’in-
setto non sono state gravi, la pianta vegeta, alla meglio, per un certo numero di
anni. Infine, se la pianta subisce l’attacco del Coroebus, ripetutamente, allora
(1) In questa evenienza, la larva penetra nel canale midollare della piantina; non potendo
ovviamente praticare la galleria elicoidale sottocorticale.
28 N. CUSCIANNA
muore in due-tre anni; il primo anno secca una branca, il secondo anno ne secca
un’altra e così di seguito. È da osservare comunque che le piante adulte vigorose
di una certa età, resistono alla infestazione meglio delle più giovani.
La galleria scavata dalla larva del Coroebus, come innanzi descritto, inte-
ressa. ii cambio, assottiglia lo strato di legno, per cui disorganizza prima l’elabo-
razione della linfa in fase ascendente e poi ne interrompe la circolazione. La
pianta, in principio dell’attacco, reagisce, con la formazione di tessuti di cicatriz-
zazione; ma, in seguito, quando le ferite sono più gravi e profonde e disorganiz-
zano il suo sistema di nutrizione, ingiallisce, deperisce, nelle sue branche e nei
suoi rami, e soccombe. D'altra parte è da tener presente che un forte flusso di
linfa, mette in difficoltà la vita della larva, che viene ostacolata nella sua funzione
respiratoria; la larva che ha bisogno di tessuti sani, per il suo ciclo evo-
lutivo, e muore, se perviene in parti di pianta disseccate. Ecco perchè le piante
robuste, vigorose, sono capaci di ostacolare con un certo successo, la attività
del Coroebus. I danni, in presenza di notevole infestazione di Coroebus (le femmine
sono molto più numerose dei maschi), sono notevoli; in certe zone, in certe serre,
le perdite delle piante raggiungono il 50%; anche se non del tutto morte, la
vegetazione di esse si fa stentata, la produzione debole e di scarso valore commer-
ciale, e pertanto devono essere sostituite.
Le erosioni praticate dagli adulti al fogliame delle piante non pregiudi-
cano la vegetazione delle stesse.
MEZZI DI LOTTA
Fino al 1941, anno in cui, come ho scritto, iniziai lo studio biografico
di questo insetto, i consigli dati dai tecnici .e dagli autori, per la lotta contro di
esso, erano i seguenti. Individuare e distruggere, col fuoco, nell’inverno, le rose
coltivate, che risultassero attaccate dal Coroebus allo scopo ovvio di eliminare
materiale di allevamento e riproduzione, suscettibile di riversarsi in primavera-
estate, su altre piante coltivate. Praticare sulle piante e specialmente sul fogliame
delle rose, irrorazioni con arseniato di piombo, a congruo dosaggio (0,5-1%), nel
numero di tre- -quattro (ogni due settimane), dalla seconda metà di maggio alla
prima metà di luglio: allo scopo di avvelenare gli adulti che, sfarfallati, si portano,
come si è detto, sulle foglie, per nutrirsi. Raccogliere gli adulti stessi, a mano, di
primo mattino, dal maggio al luglio. Tenere le coltivazioni, anche d’estate, libere
e pulite da erbe spontanee ed infestanti. Eseguire laute e razionali concimazioni,
perchè la vegetazione delle piante risulti vigorosa e robusta. Irrigare le coltivazioni
anche dal giugno all’agosto, perchè la pianta in succhio si difende meglio dall’at-
tacco, dato che la linfa copiosa ostacola ed inibisce, soffocandola, la vita della
larva, quando scava la galleria. |
Quando nel 1942, dopo essermi ragguagliato, nell’anno precedente, sul mo-
do di vivere dell’insetto, nell'ambiente della riviera, esaminai il problema dei
mezzi di lotta che potevano essere impiegati efficacemente contro l’insetto stes-
so, formulai alcune considerazioni, che mi permisero di orientarmi sul piano pro-
grammatico e sperimentale. Pensai cioè che, pur riconoscendo che l’avvelena-
mento degli adulti determinava la rarefazione se non la eliminazione completa
degli agenti primi d’infestazione, la soluzione del problema di questa lotta, do-
veva ricercarsi nei tentativi di impedire prima la deposizione delle uova da parte
degli adulti e poi di eliminare i bruchi eventualmente neonati, con un’azione com-
binata insetticida di repulsione e di contatto. Formulai, nel 1942, diversi miscugli
COROEBUS RUBI 29
di prodotti insetticidi: addizionai il polisolfuro calcico (5%) al solfato di nicotina
(0,150%) ed al solfato ferroso (3%); oppure ad olio catramoso; oppure all’ar-
seniato di piombo; con aggiunta di bagnante in tutti e tre i casi. Eseguii esperienze
su tre parcelle di roseto in San Biagio della Cima ‘(complessivamente 800 piante),
corrispondenti ai tre miscugli insetticidi predetti; i quali miscugli furono
messi in opera, con tre trattamenti eseguiti, per ciascuno a date diverse, dalla
seconda meta di maggio alla seconda metà di luglio. Al fogliame delle piante di
tutte le tre parcelle fu somministrato arseniato di piombo, alle date 25 maggio,
5 giugno, 25 giugno. I risultati di queste esperienze, rilevati nell’ottobre 1942
e nel maggio 1943, furono assai incerti; in generale, la vegetazione delle piante
si presentava mortificata, e l’attacco del Coroebus, in atto o già subìto, era evidente.
Forse il miscuglio di polisolfuro, solfato di nicotina e solfato ferroso, aveva avuto
qualche apprezzabile effetto; ma non si poterono ricavare dati sicuri che con-
fermassero questa impressione ottimistica. Probabilmente le cause degli insuc-
cessi furono diverse; scarso potere residuo delle sostanze attive adoperate (ivi
compreso l’arseniato); notevole difficoltà di eseguire trattamenti tempestivi, in
relazione all’irregolare ciclo di vita dell'insetto; l’aver operato su piante già in
precedenza infestate.
Ritenni pertanto opportuno ripetere le esperienze nell’anno 1943 con cri-
teri diversi, suggeriti dalla esperienza negativa dell’anno precedente e cioè:
operare su piante giovanissime, di un anno d’impianto, che dessero sufficiente
garanzia di non essere già infestate dal Coroebus; sostituire il polisolfuro di calcio,
anche perchè risultato caustico specie se a forte dose (10%), con polisolfuro di
. di bario, più stabile, al 6% ; eseguire quattro trattamenti (fine maggio, 15 giu-
gno, 30 giugno, 15 luglio), invece di tre, con la speranza che la difesa riuscisse
più tempestiva e razionale. Ma nell’estate del 1943, com'è noto, la guerra volse
al peggio; mancarono i mezzi, mancò la tranquillità di operare ‘nella vita civile,
per cui non potei realizzare il piano sperimentale che avevo programmato.
Cessato finalmente lo stato di guerra, venni a conoscenza che nuovi principi
attivi insetticidi erano stati formulati o comunque erano passati dall'ambito
della ricerca di laboratorio al campo applicativo, per le necessità e gli imperativi
bellici; alludo ai primi insetticidi clorurati organici, messi in commercio, cioè
al’HCH ed al DDT. Pensai pertanto di provare queste sostanze, per la lotta
contro il Coroebus, tenendo presente il lungo potere residuo di esse, sia per azio-
ne di ingestione che di contatto, elettiva sul sistema nervoso. In un primo tem-
po, associai l’HCH o il DDT (p.b. 10% di titolo, all’1%) al polisolfuro di bario
(3%) ed al solfato ferroso (3 Kg.); in un secondo tempo, quando l’industria for-
mulò prodotti più stabili, più efficienti ed a più elevato titolo, impiegai clo-
rurati organici da soli (Lactodit BPD., DDT colloidale 50% di titolo, al 2%).
Le esperienze furono effettuate negli anni 1947-48 e 1950-51; nel primo biennio
(1947-48) con clorurati bagnabili, associati, come detto, ad altre sostanze inset-
ticide, in un’azienda sita in frazione di Ventimiglia, su di una coltivazione di
piante messe a dimora nell’annata; e nel secondo biennio (1950-51) con DDT
colloidale in una coltivazione di rose di primo impianto sita in San Biagio della
Cima. I risultati furono promettenti e soddisfacenti, sia nelle prime che nelle
seconde esperienze tanto da permettermi di formulare concrete e precise norme
di lotta, da consigliare ai coltivatori di rose; norme imperniate sulla esecuzione di
alcune irrorazioni alle piante, con DDT emulsionabile ad alto titolo, in corri-
spondenza dell’inizio del ciclo annuale riproduttivo dell’insetto, cioè a fine mag-
30 N. CUSCIANNA
gio, 0 primi di giugno, e poi ancora nella terza decade di questo mese o eventual-
mente nella prima decade di luglio.
Non mi sono più occupato in seguito di questo problema, per cui non sono
in possesso di dati sperimentali o probanti sulla efficacia ed il comportamento,
per la lotta che qui ci interessa, di altre sostanze attive che sono state formulate
in questi ultimi anni: clordano, aldrin, dieldrin, eptacloro.
Sta di fatto che attualmente il problema stesso non sembra essere più sen-
tito e di attualità, come lo era nei decenni passati; lamentele per le malefatte del
Coroebus non se ne ascoltano quasi più; non vengono denunciati danni, ed è
molto difficile reperire materiale infestato. Ritengo che l’uso degli insetticidi
organici di sintesi, con riferimento speciale ai clorurati, divenuto con l’andar del
tempo, sempre più copioso, generalizzato, spesso indiscriminato ed irrazionale,
abbia contribuito a creare un ambiente decisamente ostile alla vita del Coroebus,
e ne abbia frenato, notevolmente, la riproduzione e la diffusione.
PUBBLICAZIONI CONSULTATE
BALACHOWSKY A. et MESNIL L. - Les insectes nuisibles aux plantes cultivées - Tome second, pp.
1468-1472, Paris 1936.
DeLLA Berra G. - Gli insetti dannosi all’agricoltura e i moderni mezzi di lotta - Hoepli U. Milano
1949; pag. 550.
GENIEYS P. - Un ennemi des rosiers - Annales des Epiphyties, - 13 année, 1927.
Horpuin R. - Le peuplement entomologique du rosier - Paris 1943, Tipographie Foulon.
PaoLI G. - I tarli delle rose - ’? La Costa Azzurra Agricola Floreale’ Sanremo, anno IV, n. 1, 1925.
ZoccHÙ R. - Una eccezionale infestazione di Coroebus fasciatus Villers in Toscana - Redia, XXXVIII,
1953, pp. 163-168.
31
CARLO CONSIGLIO
Università di Roma - Istituto di Zoologia
CONTRIBUTO ALLA CONOSCENZA DEI PLECOTTERI
DI SARDEGNA (1)
Nel presente lavoro sono esposti i risultati delle ricerche compiute sulla
fauna di Plecotteri di Sardegna dal 5 al 20 maggio 1955. L’isola è stata percorsa
in motoscooter in direzione Nord-Sud seguendo gli itinerari che sembravano più
interessanti. Questo sistema mi ha permesso di visitare un buon numero di corsi
d’acqua lungo la strada che percorrevo, corsi d’acqua che sarebbero stati altri-
menti difficilmente raggiungibili. A ciascuno dei massicci montuosi di maggiore.
interesse (Monte Limbara, Gennargentu) ho dedicato due giorni compiendo
escursioni a piedi dal centro abitato più vicino.
Sui Plecotteri di Sardegna si avevano finora scarsissime notizie. RAMBUR
(1842) descrive Nemura genei di Sardegna, ma, come dirò più avanti, non è pos-
sibile riconoscere con*sicufezza tale specie. Costa (1886) segnala in Sardegna
la presenza di Chloroterla apicalis (Newm.) che confermo nel presente lavoro.
In base alle mie ricerche, esistono in Sardegna le seguenti specie di Ple-
cotteri:
Brachyptera auberti sp. n.
Tyrrhenoleuctra zavattarit (Consiglio).
Leuctra ?geniculata (Stephens).
Leuctra sp. (gruppo fusca L.).
Nemoura (Protonemura) ichnusae sp. n.
Isoperla insularis (Morton).
Chloroperla apicalis Newman.
Per comodità dividerò i corsi d’acqua visitati nei seguenti gruppi:
Fiumi - Larghezza oltre 4 m., letto fangoso, rive per lo più erbose, corrente
calma.
Ho visitato un solo corso d’acqua di questo tipo: il R. Araxisi presso Mea-
na Sardo, m. 330, catturando Chloroperla apicalis e Isoperla insularis.
Torrenti - Larghezza oltre 4 m., letto con ciottoli, corrente media o rapida.
Ho visitato il Rio di Oliena presso il ponte della strada provinciale Nuoro-
Oliena, m. 200 (a corrente calma); e il R. Malliu presso la Cantoniera Campu
Omu (Burcei), m. 390. In ambedue non ho riscontrato alcun Plecottero.
Fiumicelli - Larghezza da 1 a 4 m., letto più o meno fangoso, rive erbose,
corrente calma.
Ho visitato 3 corsi d’acqua di questo tipo; in uno (Riu Molinu) ho cattu-
rato Nemoura ichnusae e Isoperla insularis; in un altro (R. Mannu, Buddusò 1)
accanto alle predette specie anche Brachyptera auberti e Tyrrhenoleuctra zavat-
tari.
Torrentelli - Larghezza da 1 a 4 m., letto con ciottoli, corrente media o
rapida.
Ho visitato 22 di tali corsi d’acqua; in 12 di essi ho riscontrato Nemoura
ichnusae e Isoperla insularis. In uno di questi (affl. destra R. Gutturu Mannu presso
(1) Lavoro eseguito con un contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
32 C. CONSIGLIO
Is Pauceris) ho raccolto accanto alle predette specie anche la larva di Tyrrhenoleuc-
tra zavattarü. In un altro (R. Fiuminalto, Aggius 2) ho raccolto accanto alle
prime due specie anche Chloroperla apicalis e Leuctra (ape
Ruscelli di media altitudine - Larghezza meno di 1 m ri con fango e
ciottoli, corrente media o rapida, altitudine sotto 600 m. |
Ho visitato due soli di tali corsi d’ acqua; in uno di essi (aff. sin. R. Antas)
ho catturato Nemoura ichnusae.
Ruscelli di montagna - Larghezza meno di 1 m., letto di pietra o con ciot-
toli, corrente media o rapida, altitudine sopra 600 m.
Ho visitato 12 di tali corsi d’acqua; in 4 di essi ho raccolto Plecotteri (Ne-
moura ichnusae, Tyrrhenoleuctra zavattarii e Isoperla insularis).
Ruscelli di pascolo - Larghezza meno di 1 m., letto con ciottoli e fango, cor-
rente calma, altitudine sopra 600 m.
Ne ho visitati due: in uno ho raccolto Brackiipiäke auberti, in ambedue
Tyrrhenoleuctra zavattarit.
Sorgenti reocreniche.
Ne ho visitate 6. In 5 di esse ho raccolto Nemoura ichnusae i cui SS mostra-
vano una forte tendenza al brachitterismo. In due sorgenti reocreniche la specie
predetta era accompagnata da /soperla insularis € e in una anche da larve di Leuctra
sp. (gruppo fusca).
Le due specie più comuni peo sono quindi Nemoura ichnusae e
Isoperla insularıs. Ambedue hanno tendenza al brachitterismo e in genere non
si raccolgono falciando le erbe e i cespugli con il retino, ma sulle rive e sulle pietre
emergenti dall'acqua o nascoste tra le pietre vicinissimo alla superficie dell’ac-
qua. La prima delle suddette specie nei ruscelli di montagna mostra una strana
tendenza a localizzarsi presso la sorgente. Brachyptera auberti e Tyrrhenoleuctra
zavattarii, più rare, sembrano preferire 1 piccoli e medi corsi d’acqua a corrente
tranquilla; Tyrrhenoleuctra zavattarii però ama anche i ruscelli di montagna a
corrente media o rapida. Leuctra sp. (gruppo fusca) è stata trovata solo in una
sorgente reocrenica a 1400 m.; è probabile però che sia abbastanza comune in
autunno, Infine Leuctra ? geniculata e Chloroperla apicalis preferiscono i medi e
grandi corsi d’acqua a bassa altitudine.
Dal punto di vista zoogeografico, e secondo le nat conoscenze, 1 Plecot-
teri di Sardegna si possono dividere come segue:
Specie endemiche: Brachyptera auberti, Nemoura ichnusae.
Specie sardo-corse: T'yrrhenoleuctra zavattaru (1), Isoperla insularis.
Specie europee: Leuctra geniculata, Chloroperla apicalis.
La fauna plecotterologica di Sardegna mostra quindi la massima affinità
con quella della Corsica. Oltre ad avere due specie esclusive del sistema sardo-
corso, dobbiamo ricordare che Nemoura ichnusae è molto affine a N. corsicana
di Corsica, di cui è forse una sottospecie geografica. Ciò è naturale se si considera
che la Sardegna e la Corsica hanno formato per lungo tempo un’unica terra.
L'esistenza di un «solco di Terranova» tra la Sardegna settentrionale e
centrale, sia sotto forma di braccio di mare (JEANNEL, 1942) che di barriera eco-
logica (Omopro, 1954) non trova per ora conferma nello studio dei Plecotteri.
Inoltre, come comunicatomi dal Prof. VARDABASSO (cfr. ConsiGLio, 1956,
pag. 88), l'ipotesi di un braccio di mare continuo e persistente in qualche periodo
(1) Raccolta in Corsica nel 1956.
PLECOTTERI DI SARDEGNA 33
del Terziario tra la Sardegna settentrionale e quella centrale non trova alcuna
conferma nello studio della geologia. |
| Brachyptera auberti, Leuctra geniculata, Isoperla insularis, Chloroperla
apicalis mostrano una evidente affinità con la fauna del continente europeo.
Una notevole affinità si può anche riscontrare con la fauna plecotterologica
dell’Africa settentrionale e della Spagna centro-meridionale. Infatti il genere
Tyrrhenoleuctra è noto anche di Algeria, Marocco spagnuolo e Sierra Morena;
e Nemoura ichnusae appartiene secondo AUBERT (comunicazione verbale) allo
stesso gruppo di N. talboti dell'Atlante e N. navacerrada della Sierra de Gua-
darrama. Ciò è in accordo con l’ipotesi di un «ponte» sardo-tunisino (Galita-
brücke) di HoLpHaus (1924), confermata da Omopro (1954) attraverso lo studio
degli Oligocheti terricoli, o con l’ipotesi di un « ponte betico-sardo » di JEANNEL
(1942) basata sullo studio dei Coleotteri cavernicoli. Anche la Spagna ha avuto
simili connessioni territoriali con l’Africa settentrionale.
ARCANGELI (1950, pag. 182-184) attraverso lo studio degli Isopodi terrestri
della Sardegna nega invece l’esistenza di un’affinita con la fauna dell’Africa set-
tentrionale spiegabile mediante una passata connessione territoriale.
E’ interessante rilevare che le uniche specie di Plecotteri sardi che sembrano
presenti anche sul continente (Leuctra geniculata e Chloroperla apicalis) sono due
specie che a differenza dalla maggior parte dei Plecotteri amano i grandi corsi
d’acqua di bassa altitudine. Il fatto è facilmente spiegabile ammettendo che esse
siano pervenute in Sardegna in epoca recente attraverso una connessione terri-
toriale formata da basse terre che abbiano funzionato da barriera ecologica per
altre specie stenoecie. Questa connessione territoriale va con ogni probabilità
identificata con il ponte corso-toscano del Quaternario (Elbabrücke, HoLDHAUS,
1924) e l’immigrazione sarebbe quindi avvenuta attraverso la Corsica. In Sardegna
Leuctra geniculata e Chloroperla apicalis si sarebbero sovrapposte su una fauna
plecotterologica preesistente, formata da elementi giunti in epoca più antica
attraverso connessioni territoriali da Sud e da Nord, o residui di una fauna di
una più vasta terra frammentatasi. Brachyptera auberti e Isoperla insularis, che
mostrano una grande affinità con specie del continente europeo, possono deri-
vare da specie che abbiano seguito nella loro diffusione la stessa via di Leuctra
geniculata e Chloroperla apicalis, oppure un’altra via in epoca più antica.
ELENCO DELLE STAZIONI DI RACCOLTA
Per ogni località indico di seguito: denominazione convenzionale, nome
del corso d’acqua, località, altitudine, tipo di corso d’acqua, velocità della cor-
rente, temperatura dell’acqua al momento della raccolta. La denominazione con-
venzionale utilizza il nome del paese più vicino; quando ho esplorato più stazioni
presso lo stesso paese le ho contraddistinte mediante un numero progressivo.
I nomi sono stati desunti dalle carte dell’Istituto Geografico Militare all’ 1:100.000
o del Touring Club Italiano all’1:200.000 Le altitudini sono state desunte’ dalle
stesse carte o lette sull’altimetro. I nomi dei corsi d’acqua sono in corsivo.
Tempio Pausania 2 - Rizolu del Curadore o affl., M. Limbara, m. 950-970, ru-
scello di montagna, corr. media, T. 19°.
Tempio Pausania 3 - Rizolu del Curadore o affl., M. Limbara, m. 990, ruscello
di pascolo, corr. lenta.
Tempio Pausania 4 - R. Pisciaroni, M. Limbara, m. 1020, ruscello di montagna,
corr, media, T. 17°.
34 C. CONSIGLIO
Aggius 2 - Rio Fiuminalto, Cantoniera Iunco, m. 350, torrentello, T. 21°.
Pattada - Riu Molinu, Ponte de Molinu, m. 560, fiumicello, corr. lenta, T. 20°.
Buddusò 1 - R. Mannu tra Buddusò e Ala dei Sardi, m. 630, fiumicello, T. 20°.
Ala dei Sardi - R. Lac’umbrosu? a Nord di Ala dei Sardi, m. 560, torrentello,
corr. veloce, T. 210; | |
Nuoro 1 - Affl. sin. Rio Lucula, tra Nuoro e Orune, m. 670, ruscello di pascolo,
cori lenta. 1.220 | | |
Nuoro 2 - M. Ortobene, m. 650, ruscello di montagna, corr. veloce, T. 16°.
Mamoiada - R. sas Baddes tra Orgosolo e Mamoiada, m. 650, torrentello, corr.
veloce, I‘. 20°. |
Desulo 1 - R. Bacu Desulo, Gennargentu, m. 970, ruscello di montagna, corr.
media, T. 16°.
Desulo 3 - R. su Murgedù o affl., Gennargentu, m. 1400, sorgente reocrenica,
corr. veloce, TE. 44°:
Desulo 4 - R. Bacu Dèsulo o affl., Gennargentu, m. 1410, sorgente reocrenica,
corr. veloce, T. 11°.
Desulo 5 - Affl. destra R. Bacu Desulo, Issiria, m. 850, torrentello, T. 15°.
Desulo 6 - Gennargentu a Ovest del M. d’Iscudu, m. 1200, sorgente reocrenica,
Ee ate,
Desulo 7 - Affl. sin. R. Mattalé, Gennargentu, m. 1320, sorgente reocrenica,
Tote: |
Desulo 10 - Affi. sin. R. Mattalè, Gennargentu, m. 1320, torrentello, corr. veloce.
Desulo 11 - Affl. sin. R. Mattale, Gennargentu, m. 1390, sorgente reocrenica,
109; | si
Tonara 2 - Rio sa Codina, Cantoniera sa Codina, m. 800, torrentello, corr. len-
13.1.0239, | |
Sorgono - R. Arretori, Ponte Tittiri, m. 620, torrentello, corr. veloce, T. 200.
Meana Sardo - Riu Araxisi, tra Meana Sardo e Atzara, m. 330, fiume, T. 24°.
Isili - R. Mannu (R. S. Sebastiano secondo cartello indicatore A.N.A.S.) presso
il ponte della strada statale 128, m. 400, torrentello, corr. media, T. 19°.
Burcei 2 - Affl. destra R. Malliu a monte della Cantoniera Campu Omu, m.
‘440, torrentello, corr. veloce, T. 17°.
Burcei 3 - R. Malliu a monte della Cantoniera Campu Omu, m. 540, torrentello,
corr. media, T. 17°.
Iglesias - R. Coloru o R. Canonica tra Iglesias e Fluminimaggiore, m. 310, tor-
rentello, I. 22°.
Fluminimaggiore 1 - Affl. sin. R. Antas, S. Angelo, m. 480, ruscello di media
altitudine, T. 16°.
Capoterra 2 - Affl. destra R. Gutturu Mannu, Is Pauceris, m. 200, torrentello,
221%
Nella parte che segue, per la terminologia dei genitali ho cercato, fin dove
possibile, di uniformarmi alla terminologia inglese proposta da Brınck (1956).
Brachyptera auberti sp. n.
Holotypus: SARDEGNA, Nuoro 1, m. 670, 11-V-1955, C. Consiglio
leg., 1 8; paratypi: SARDEGNA, Nuoro 1, m. 670, 11-V-1955, C. Consiglio
leg., 2 33, 5 92; Buddusò 1, m. 630, 10-V-1955, C. Consiglio leg., 2 99. Conser-
vati in alcool a 80° nella mia collezione.
Lunghezza: 4, mm. 7,5-9 (mm. 9 nell’holotypus); 9, mm. 7,5 - 10,5.
Ala anteriore: 3, mm. 8,5 - 10,5 (mm. 10,5 nell’holotypus); ©, mm. 9,5 - 11,5.
PLECOTTERI DI SARDEGNA 35
Capo dorsalmente (fig. 1) a colorazione fondamentale fulva; clipeo con due
macchie brune; fronte con due fasce longitudinali brune posteriormente con-
fluenti; spazio interocellare bruno; una macchia triangolare bruna assai scura
da ogni lato tra l’ocello laterale e la base dell'antenna; una stretta fascia bruna
orlante l’occhio al margine posteriore; regione occipitale con vermicolazioni brune
CD
figg: 273, 4,87,
02 03 04
fig.5
fig 1
Figg. 1 a 6: Brachyptera auberti n. sp. - 1: 5 holotypus, Nuoro, capo e pronoto; 2: g holotypus,
Nuoro, estremità dell’addome, visione dorsale; 3: ¢ holotypus, Nuoro, estremità dell'addome,
visione laterale; 4: 4 holotypus, Nuoro, estremità dell’addome, visione ventrale; 5: ¢ paratypus,
Nuoro, estremità del lobo sopra-anale; 6: 9 paratypus, Nuoro, estremità dell’addome, visione
ventrale.
Fig. 7: Brachyptera risi Morton, 9, Abruzzi, Villetta Barrea, vulva.
grosse e confluenti. Antenne brune, setiformi, tutti gli articoli più lunghi che
larghi. Pronoto fulvo con vermicolazioni bruno-scure (nell’holotypus, essendo
il pronoto molto pigmentato, le vermicolazioni sono poco visibili); orli anteriore
e posteriore del pronoto biancastri. Meso- e metanoto bruno assai scuro. Zampe
fulve, striate longitudinalmente di bruno. Ali normalmente sviluppate nei due
sessi, arrotolate sul corpo nel riposo. Ali anteriori leggermente infumate, con
3 fasce trasversali scure, ali posteriori un poco più infumate delle anteriori;
36 C. CONSIGLIO
nervature di tutte le ali brune. Nelle ali anteriori: settore del radio ramificato
due volte (una volta nell’ala destra di una 9 paratypus); prima cubitale ramificata.
due volte (una volta nell’ala sinistra dell’holotypus e di 1 & paratypus); nel campo
mediale da 4 a 6 nervature trasverse nel 4, in media 4,6 (5+4 nell’holotypus),
e da 3 a 7 nervature trasverse nella 9, in media 5,3; nel campo cubitale da 7 a
9 nervature trasverse nel 4, in media 8,7 (9+9 nell’holotypus), e da 6 a 11 ner-
vature trasverse nella 9, in media 8,5. Nelle ali posteriori settore del radio rami-
ficato una o due volte. | | | 3
g. (Fig. 2 - 5). Tergiti addominali 3-9 fortemente pigmentati presso il
margine anteriore, questo è fortemente incavato. Placca sub-genitale in visione
ventrale circa 1 volta e un terzo più lunga che larga, posteriormente ampiamente
arrotondata; in visione laterale piegata ad angolo acuto verso l'alto e l’avanti.
Vescicola ventrale piccola, circolare. Tergite 10 a margine anteriore incavato,
margine posteriore bilobato. Lobo sopra-anale con ampolla basale emisferica,
apice allungato in direzione antero-posteriore, dilatato alle due estremità, mag-
giormente all'estremità anteriore, senza alcuna incisione mediana. Cerci a lobo
basale breve e sottile, alquanto più lungo che largo, un po’ curvo ad estremità
ottusa. £ |
9. (Fig. 6). Margine anteriore dell’apertura genitale formante due piccoli
lobi contigui. Sternite 9 formante una placca post-genitale pentagonale, rag-
giungente all’incirca l’estremita dei paraprocti; parte anteriore dei margini la-
terali orlata di bruno, apice anche bruno, il resto della placca post-genitale è
solo mediocremente pigmentato. Una macchia bruna allungata in direzione an-
tero-posteriore al centro del tergite 10. Paraprocti triangolari, a margine laterale
debolmente incavato. Cerci brevi, di un solo articolo, con rudimento di un se-
condo articolo. |
Larva sconosciuta. | Ä
Ho il piacere di dedicare questa specie al collega svizzero Jacques Aubert,
per merito del quale le nostre conoscenze sui Plecotteri europei sono molto pro-
gredite negli ultimi annı.
Affinità : Per le antenne setiformi e il lobo basale del cerco breve nel g,
B. auberti n. sp. appartiene al gruppo di 5. rist Morton (vedi AUBERT, 1946).
Per la forte piegatura della placca sub-genitale del 3 e per la forma e colorazione
della placca post-genitale della ©, B. auberti sembra vicina a B. rist Morton.
Il 4 di B. auberti si riconosce facilmente da B. risi per la diversa forma dell’apice
del lobo sopra-anale, per la vescicola ventrale circolare (in B. rist è allungata,
trapezoidale), per il lobo basale dei cerci più sottile, e per i margini laterali della
placca sub-genitale verso l’estremità assai più convergenti. La © di B. auberti
è difficile da riconoscere da B. rist; un buon carattere è fornito dall’apertura ge-
nitale, il cui margine anteriore in B. rist presenta due lobi non contigui separati
da uno spazio trapezoidale o arciforme (fig. 7).
Buddusò 1, m. 630, 10-V-55, 2 99.
Nuoro 1, m. 670, 11-V-55, 3 44, 5 99.
Tyrrhenoleuctra zavattarii (Consiglio)
Strobliella zavattarii CONSIGLIO, 1956.
Tyrrhenoleuctra zavattarit CONSIGLIO, 1957.
Di questa interessante specie, di cui ho trattato in un mio precedente la-
voro, mi limito a riportare l’elenco delle località di cattura.
PLECOTTERI DI SARDEGNA 37
Tempio Pausania 2, m. “9008 970, 6-V-55, 8 sa, 10 9° (holotypus e pa-
ratyp1).
empio Pausania 3, m. 990, 6- an He (paratypi).
Tempio Pausania 4, m. 1020, 6-V- 55, 2 33, 5 (paratypi).
Buddusò 1, m. 630, 10-V- 55, a ee 3 29 (paratypi).
Nuoro 1, m. 670, 11-V- sE} 3 9 (paratypi).
Capoterra 20. 200, 19-V- ame
Leuctra îgeniculata (Stephens) |
Leuctra geniculata HYNES, 1941, p. 501, figg. 12A, 13K.
7 larve, nessuna delle quali matura, misuranti da 5 a 7 mm. E’ molto pro-
babile che appartengano a questa specie, tuttavia in mancanza di adulti non si
può escludere che appartengano a una specie o razza vicariante.
Apgius 2, m. 350, 8-V-55, 7 L.
Leuctra sp. (gruppo fusca L.)
Due giovani larve di lunghezza rispettivamente mm. 5,5 e mm. 6, apparte-
nenti al gruppo di L. major Brinck (AuBERT, 1951) (= gruppo di L. fusca L.,
AUBERT 1954), quindi probabilmente ad una specie autunnale che potrebbe es-
sere L. budtzi Esben-Petersen, già nota di Corsica, oppure un’altra specie del
gruppo.
Desulo 3, m. 1400, 14-V-55, 2 L.
Nemoura (Protonemura) ichnusae sp. n.
Holotypus : 1 g, paratypi: 5 gg, 5 99. SARDEGNA, Desulo 3, m. 1400
circa, 14-V-1955, C. Consiglio leg. Conservati in alcool a 80° nella mia collezione.
Lunghezza: 3, mm. 5 (holotypus), mm. 5 - 5,5 (paratypi), mm. 3,5 - 6,5
(altri es.); 9, mm. 6 - 7,5 (paratypi), mm. 5,5 - 8,5 (altri es.); larva matura, mm.
5 - 9. Ala anteriore; 4, mm. 5 (holotypus), mm. 3,5 - 6 (paratypi), mm. 3 - 7
(altri es.); 9, mm. 5 - 7,5 (paratypi), mm. 5 - 9,5 (altri es.).
Capo dorsalmente bruno, spesso schiarito tra gli ocelli posteriori e da cia-
scun lato tra l’ocello e l’occhio. Antenne bruno scuro. Pronoto bruno chiaro,
con callosità. Iracheobranchie brevi, senza strozzature distinte, tracheobranchia
centrale di ciascun gruppo circa così lunga come il diametro di un occhio visto
lateralmente. Femori fulvi con estremità distale bruna, femori anteriori e medi
inoltre lievemente anellati di bruno nel terzo medio. Ali a nervature brune, mem-
brana lievemente grigiastra, non infumata lungo le nervature.
3. (Figg. 8 - 11). Tergiti addominali 1 - 7 debolmente pigmentati. T'erg.
7 con regione centrale più pigmentata portante posteriormente un gruppo di
0-10 spine. Terg. 8 con margine posteriore della regione pigmentata formante
due brevi lobi con poche spine. Terg. 9 con margine posteriore della regione
pigmentata formante due lobi bene sviluppati, portanti numerose spine. I due
lobi sono separati da uno spazio membranoso all’incirca così profondo come lar-
go. Vescicola ventrale grande, ovoide. Placche sub-anali trapezoidali, prolun-
gamenti delle placche sub-anali allungati, compressi in un piano circa perpen-
dicolare a quello della placca sub-anale, incurvati verso l’alto, con estremità
acuminata. Appendici intermedie larghe, membranose, senza diverticolo membra-
noso, appendice esterna (appendice intermédiaire, AUBERT) larga, non raggiun-
38 $ C.. CONSIGLIO
gente l’apice delle appendici intermedie, portante lateralmente un gruppo di
1 - 3 forti spine. Cerci sub-cilindrici. Lobo sopra-anale depresso, inferiormente
con alcune brevi spine, terminante in avanti con una sottile appendice cilindrica
in forma di bastoncino, lunga circa 50 x (circa un terzo della lunghezza del
tergite 9). ve |
©. (Fig. 12). Sternite 7 presentante una regione chitinizzata larga circa
un terzo della larghezza dello sternite 7. Sternite 8 presentante una placca sub-
genitale mediocremente pigmentata ai lati, più chiara nella regione mediale;
il margine posteriore della placca sub- genitale forma ai lati due brevi lobi arro-
tondati, tra i quali si trova una leggera incavatura ampiamente arrotondata. Lobi
vaginali (vaginal valves, BRINCK, 1956) allungati trasversalmente, generalmente
poco distinti. Paraprocti arrotondati.
Larva matura. (Figg. 13 - 15). Corpo bruno scuro. Pelosità mediocremente
sviluppata. Tracheobranchie corte, di lunghezza circa uguale al diametro del-
l’occhio, senza strozzature. Pronoto circa così largo come il capo, ornato di una
fascia di setole la cui lunghezza massima è 1/8 - 1/15 della lunghezza del pro-
noto. Astucci alari piccoli, a nervature poco marcate. Femori posteriori con setole
di lunghezza non superiore a 1/4 - 1/5 della larghezza dei femori stessi. Segmenti
addominali 1-6 distinti in tergite e sternite. Setole dorso-addominali non sor-
passanti 1/4 della lunghezza degli urotergiti. Setole pari più lunghe non distin-
guibili (1). Sterniti ricoperti da una fine pelosità. Sternite 9 del 3 sporgente al-
l’indietro ad angolo acuto leggermente arrotondato. Paraprocti troncati nel 4,
arrotondati nella ©. Cerci ornati di setole brevi; 9° o 10° articolo così lungo come |
largo.
; Rampur (1842) descrive Nemura genei di Sardegna. Per la mancanza di
lunghi cerci (filets), per il primo articolo dei tarsi più lungo dell’ultimo e per la
disposizione della « nervure transverse » obliqua attraversante il campo costale,
questa specie non può essere altro che un Nemouridae ; ciò è confermato anche
dal fatto che N. genei, teste RAMBUR, rassomiglia a N. lunata, di cui ha la « ner-
vure transverse disposée de même »: ora N. lunata RAMBUR per 1 caratteri an-
zidetti, per la forma dei cerci e per il protorace « chagriné » è certamente sino-
nimo di Nemoura cinerea Retzius sensu BRINCK (1949), quindi Nemura genei
Rambur deve essere anch’essa un Nemouridae. Ora Nemoura ichnusae è l’unica
specie di questa famiglia che sia stata finora trovata in Sardegna, essa è comune
in tutta l’isola e corrisponde abbastanza alla descrizione che RAMBUR dà di Ne-
mura genei, salvo che mentre RAMBUR per N. genei scrive: « parties génitales du
male terminées par deux appendices crochus, plus épais et plus larges et à cro-
chets beaucoup plus épais », in Nemoura ichnusae non vi è alcuna appendice in
forma di « crochets », eccetto i prolungamenti delle placche sub-anali che tutta-
via non sono più spessi e più larghi dei cerci di N. cinerea. Ritengo pertanto che
allo stato attuale delle nostre conoscenze sia opportuno considerare Nemura
genet Rambur come «species inquirenda », e descrivere Nemoura ichnusae come
specie nuova. | |
Grazie alla amabile cortesia del Dr. D. E. Kimmins del British Museum
(Natural History) di Londra, ho potuto confrontare 1 miei esemplari con 1.&
e 1 9 di Nemoura corsicana Morton raccolti da Mosely a Vizzavona (Corsica)
nel 1931 e determinati da Mosely stesso. L’addome di ambedue gli esemplari
è stato trattato con KOH. Nel 3 di Vizzavona (Fig. 16), come del resto in Mor-
(1) Nelle larve giovanissime le setole pari sono talora bene evidenti.
PLECOTTERI DI SARDEGNA 39
figg. 12, 17.
0 01 02 03mm.
figg. 14 ,15
O. 01. 02 03 C4 DImm:
| SERRE eee Ss ee es |
Figg. 8 à 13. 16:
È
01 02 03mm.
figg. 10, 11.
hl
ce.
Figg. 8 a 15: Nemoura (Protonemura) ichnusae n. sp. - 8: & holotypus, Desulo, estremità dell’ad-
dome,, visione dorsale; 9: 4 holotypus, Desulo, estremità dell’addome, visione ventrale; 10: g
holotypus, Desulo, lobo sopra-anale; 11: g holotypus, Desulo, paraprocto, visione ventro-la-
terale; 12: 2 paratypus, Desulo, estremità dell'addome, visione ventrale; 13: larva g matura,
Tonara, estremità dell'addome, visione ventrale; 14: larva 4 matura, Tonara, paraprocto, visione
ventro-laterale; 15: larva 9 matura, Desulo 3, paraprocto, visione ventro-laterale.
Figg. 16 e 17: Nemoura (Protonemura) corsicana Morton, Corsica, Vizzavona (British Museum) -
16: g, estremità dell’addome, visione dorsale; 17: 9, estremità dell'addome, visione ventrale
(16 e 17 trattati con KOH).
40 C. CONSIGLIO
TON (1930, PI. II, fig. 3), il prolungamento del lobo sopra- -anale è molto più
lungo che in N. ichnusae, circa così lungo come il tergite 9 (circa 190 » nel 3
di Vizzavona), e corrispondentemente il margine posteriore della regione pigmen-
tata del tergite 9 è al centro assai più profondamente incavato. Nel ¢ di Vizza-
vona il prolungamento delle placche sub-anali è alquanto più lungo che nella
maggior parte degli esemplari di N. ichnusae, e sembra inoltre presente un diver-
ticolo membranoso delle appendici intermedie; bisogna tuttavia tener presente
che il & di Vizzavona è stato trattato con KOH e quindi la struttura delle parti
membranose può essere stata alterata da tale trattamento. Nella 9 di Vizzavona (Fig.
17) il margine posteriore della placca sub-genitale presenta al centro una inca-
vatura ad angolo acuto; in Morton (1930, PI. II, fig. 5 rovesciata) la placca sub-
genitale di N. corsicana è raffigurata con una incavatura meno profonda, ma
sempre ad angolo, a differenza da N. ichnusae in cui la placca sub-genitale della
© presenta una incavatura arrotondata.
N. ichnusae presenta quindi solo deboli differenze rispetto a N. corsicana,
della quale potrebbe essere una sottospecie geografica. Se, come è probabile,
le distribuzioni di N. corsicana e N. ichnusae non presentano alcuna zona di con-
tatto o di sovrapposizione, il problema se queste due forme debbano essere con-
siderate come specie o come sottospecie può essere risolto solo attraverso uno
studio accurato del comportamento di simili « gruppi di specie » a distribuzione
geografica continua nel quadro di una revisione dell’intero sottogenere Proto-
nemura.
Ecologia. E’ interessante notare che N. ichnusae mostra una notevole
tendenza, nei corsi d’acqua di montagna, a localizzarsi presso la sorgente. Mi è
accaduto di osservare, nel Gennargentu, che N. ichnusae era abbondante (larve e
adulti) presso la sorgente di un ruscello a 1390 m., mentre mancava completa-
mente a 1320 m. lungo lo stesso ruscello. Il fatto è strano se si considera che N.
ichnusae si trova anche ad altitudini molto più basse (es. Capoterra, m. 200) e
lontano dalle sorgenti. Negli esemplari raccolti in montagna è evidente la ten-
denza al brachitterismo, che è invece meno evidente negli esemplari raccolti
a medie e basse altitudini.
Aggius 2, m. 350, 8-V-55, 1
Pattada, m. 570, 10-V-55, 1
Nuoro 2, m. 650, 12-V-55, 1
Mamoiada, m. 650, 13-V-55, 1 4, 3 99.
Desulo 1, m. 970, 14-V-55, 4 L.
Desulo 3, m. 1400, 14-V-55, 6 gg, 5 99, 8
Desulo 4, m. 1410, 14-V-55, 1 &, 3 L.
Desulo 5, m. 850, 15-V-55, 1 9.
Desulo 6, rm, 1200; -15-V-55, 1 8,2 8 3 Lg F ex.
Desulo 7, m. 1320, 15-V-55, 4 gd, 699, 17 L
Desulo 11, m. 1390, 15-V-55, 2 dd, 4 998, 1 L.
Tonara 2, m. 800, 16-V-55, 4 3g, 1 9, 22 L.
Sorgono, m. 620, 16-V-55, 1 3g, 1 ©.
Burcei 2; m. 440, 17-V-55/ 4 4, 19,1.L.
Burcer 3, m,. 340, 17-V-55,° 1°,
Iglesias, m. 310, 18-V-55, 1 L.
Fluminimaggiore 1, m. 480, 18-V-55, 11 L.
Capoterra 2, m. 200, 19-V-55, 2 gg, 5 L.
Iglesias, V-1936, M. Burlini leg., 1 3.
2
2
Li
1
4
6
PLECOTTERI ‚DI SARDEGNA 41
Isoperla insularis (Morton)
Chloroperla insularıs MS 1930.
_ Il tipo di questa specie esiste in preparazione microscopica al British Mu-
seum di Londra. Non essendo possibile ottenerlo in prestito, il Dr. D. E. Kim-
mins del British Museum ha gentilmente voluto confrontare con esso e con la
preparazione del phallus di un paratipo alcuni esemplari da me raccolti in Sar-
degna, di cui il phallus era stato dissezionato e montato in preparazione micro-
scopica, senza poter rilevare alcuna differenza, come egli stesso mi scrive:
Fig. 18: Isoperla insularis (Morton), g, Isili, armatura del phallus.
«Your preparations of /soperla from Sardinia have arrived safely. I com-
pared them first with the type slide prepared by Mr. Mosely. In this the penis
has not been dissected out. I felt reasonably certain that your preparations were
conspecific, but for my own satisfaction I have made a dissected preparation in
euparal of our only paratype ¢ and I can see no difference between it and your
preparations ».
Do di seguito una breve descrizione degli esemplari di /soperla insularis
di Sardegna:
Capo fulvo, con colorazione del tipo rivulorum : macchia bruna nel trian-
golo ocellare, schiarita tra gli ocelli posteriori, continuantesi in avanti con una
fascia bruno-chiara sull’epistoma. Vermicolazioni brune sulle tempie e sull’occi-
pite. Pronoto fulvo, orlato di bruno, campo centrale più chiaro alquanto dila-
tato anteriormente e posteriormente, con sottile linea mediana bruna, campi
laterali con vermicolazioni brune. Addome dorsalmente e ventralmente bruno
chiaro. Cerci brevi, lunghi circa 2/3 dell'addome, bruni o fulvi, ciascun arti-
colo con un grande pelo sub-apicale infero- mediale.
3. Placca addominale dello sternite VIII (misurata secondo. DESPAX,
1936) lunga circa 1/3 della lunghezza dello sternite VIII, quasi 2 volte più larga
che lunga, Pelosità del tipo corto di Despax. Armatura principale del phallus
42 2 OPES CONSTGLIO
(fig. 18) in forma di semiellisse con i due angoli arrotondati, lunga circa »
150-180, larga circa p 170-180, spine singole lunghe circa u 20-30, appun-
tite, non mucronate. Armature accessorie mancanti o rappresentate da 2 piccoli
gruppi di spine appena distinguibili dalle piccole spine che MICOprono la restante
superficie del phallus.
9. Placca sub-genitale con margine posteriore ad angolo SEI
Descrizione della larva. Capo (fig. 19): Disegno primario
di ILLIES (1952) (compreso tra le suture postfrontali e la « linea in M ») raggiun-
gente completamente le suture postfrontali (« Gabellinie » di ILLIES, «suture
en fourche » di DEspax); restano chiare una macchia interocellare e le callosità
BP M0 2:7-038% 04, Coma, ; 0 01 02mm.
SAME ST EE SRE |
fig.19 ige fig. 21.
Figg. 19 a 21: Isoperla insularis (Morton) - 19: larva matura, Aggius, capo; 20: larva matura,
Tonara, mascella, enditi e palpo; 21: larva matura, Tonara, seele, galea (20 e 21 trattati con
KOH).
frontali. In avanti alla linea in M il disegno è variabile: i due punti più proemi-
nenti del disegno primario si continuano spesso in una fascia trasversale appena
più scura del colore fondamentale; restano del colore fondamentale (fulvo)
il margine anteriore del capo (epistoma) e una macchia chiara abbastanza grande
in avanti all’ocello anteriore. Talora si ha invece una macchia scura in avanti
all’ocello anteriore. Dietro alle suture postfrontali il disegno è caratteristico: vi
è una striscia trasversale chiara sopra al foro occipitale, ed una macchia chiara
da ciascun lato in prossimità dell’occhio, il resto è scuro. Mascelle (figg. 20 e 21):
lacinia con denti marginali in numero da 5 a 8, per lo più 5-7. Galea con setole
disposte dalla base all'apice; margine interno di regola privo di setole come in
Isoperla görtzi Illies, solo presente di regola una lunga setola al margine interno
circa al limite tra il terzo medio e il terzo apicale, o verso la metà della lunghezza
della galea; talora presenti fino a 3 di tali lunghe setole al margine interno.
Affinità. Jsoperla insularis appartiene al gruppo rivulorum ma è
distinta da tutte le altre specie del genere finora descritte con sufficiente chia-
rezza. Essa potrebbe essere confusa con Is. oxylepis (Despax) da cui tuttavia si
distingue perchè mentre in quest’ultima specie l'armatura principale del phallus
PLECOTTERI DI SARDEGNA 43
è curvata in forma di un mezzo ditale da cucire, in /s. insularıs essa è naturalmente
appiattita.
Tempio Pausania 4, m. 1020, 6-V-55, 1 L.
Ages 2, m: 350; 8-V-55; 7 88, 173 3 E33
Pattada, m. 560, 10-V- 55, 3 OO eX.
Buddusò dî: pas 630, 10-V- 55, 10.33): 3 98, 6 L.. 19" ex.
Ala dei Sardi, m. 560, 10- V- 554.6
Nuoro 2, m. 650, 12-V-55, 1 ©.
Mamoiada, m. 650, 13-V-55, 1 ©.
Desulo 1, m. 970, 14-V-55, 2 gg, 1 ©, 4 L., 1 ex.
Desulo 3, m. 1400, 14-V-55 1 &, 1L.
Desulo 6, m. 1200, 15-V-55, 1 L.
Tonara:2, mi 800 16- V-55,63 44°22 ©0.- 3 Li Dex
Sorgono, m. 620, 16-V-55, 2 ex.
Meana Sardo, m. 330, 16-V-55, 2 3d.
Isili, m. 400, 16-V-55, 4 38, 4 99.
Burcei 2, m. 440, 17-V-55, 1 3, 1 ex.
Iglesias, m: 310, 18-V-55, 5:38, 2 L., 6 ex.
Capoterra: 2, m, 200;°19-V-53, 3 ex.
Iglesias, V-1936, M. Burlini leg., 2 3g.
Chloroperla apicalis Newman
Isopteryx apicalis, Costa, 1886, pag. 6, 9: «molto abbondante presso le sponde del Rio
Leni in vicinanza di Villacidro » (Sardegna).
Isopteryx apicalis, DESPAX, 1941.
L'unico adulto $ somiglia agli esemplari che ho raccolto in Calabria (Fiu-
me Coscile) nel 1952 con il Dr. Aubert (cfr. AuBERT, 1953). Come questi ha
il « disegno in ancora » sul meso e metatorace con branca mediana un po’ allar-
gata, intermedio tra quello di C. apicalis e quello di C. hamulata secondo DESPAX,
1941. Il tubercolo sopra-anale corrisponde a quello descritto da Despax (1941)
per C. apicalis. Le due larve raccolte corrispondono alla descrizione di C. api-
calis data da AUBERT (1953).
E’ molto probabile che C. hamulata (Morton) di Corsica non sia che una
sottospecie di C. apicalis Newman. L’esame di ulteriore materiale proveniente
dalla Sardegna e dalla Corsica potrà permettere di stabilire la posizione subspe-
cifica esatta delle popolazioni viventi in queste due isole.
Aggius 2, m. 350, 8-V-55, 1g, 1L.
Meana Sardo, m. 330, 16-V-55, 1 L.
SUMMARY
The A. exposes the results of an investigation on the Plecopteran fauna of Sardinia made
in May, 1955. The only species which were previously mentioned from Sardinia are: Nemura
genet described by RAMBUR (1842), which should be looked upon as «species inquirenda »; and
Chloroperla apicalis (Newm.), reported by Costa (1886). The A. found 7 species of Plecoptera,
namely: Brachyptera auberti sp. n., Tyrrhenoleuctra zavattarii (Consiglio), Leuctra ?geniculata
(Stephens), L. sp. (group fusca), Nemoura (Protonemura) ichnusae sp. n., Isoperla insularis (Morton),
Chloroperla apicalis Newman. Of these, Nemoura ichnusae and Isoperla insularis are found every-
where; Brachyptera auberti and Tyrrhenoleuctra zavattarit are found in quiet streams of little
and medium size, the last species beeing found also in rather swift mountain streams; Leuctra
?geniculata and Chloroperla apicalis prefer medium and large streams at a low height above sea
level.
44 C. CONSIGLIO
From a zoogeographical point of view, the Plecopteran fauna of Sardinia shows ti highest
connection with the one of Corsica. A wide connection can be found also with the fauna of the
European mainland, and a considerable one with the fauna of North Africa and South Spain. The
last one can be Hi with the hypothesis of a « bridge » which has connected Sardinia with
North Africa. The A. thinks that Leuctra geniculata and Chloroperla apicalis, both of which are
found in big rivers at a low height above sea level, may have reached Sardinia in the Pleistocene
through the « bridge » connecting Tuscany with Corta and through the last isle, and spread
over a preexisting fauna of Plecoptera. The remaining species related to European ones may have
reached Sardinia at the same time, or at a more ancient one.
In the remaining part of the present paper a list of the collecting localities of each species is
given, as well as the description of the new species and of the larva of Isoperla insularis (Morton),
and a new description of the adult of this species.
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RAMBUR, M. P., 1842 - Histoire Naturelle des Insectes. Névroptères. - Paris, XVIII + 534 pp., 12 pl:
45
Mario E. FRANCISCOLO
CATTURA DI QUATTRO SPECIE DI DYTISCIDAE
INTERESSANTI PER LA FAUNA ITALIANA |
(Note sui Dytiscidae italiani - V)
Da vari anni, in stretta collaborazione col Collega N. SANFILIPPO, e,
più recentemente, con i Colleghi G. BINAGHI e G. M. GHIDINI, sto rac-
cogliendo materiale delle tre famiglie Haliplidae, Dytiscidae e Gyrinidae, esten-
dendo le ricerche in molte zone in cui cacce specializzate di insetti di tali fami-
glie non sono ancora state eseguite. L’intento di tali ricerche è di giungere ad
una conoscenza precisa e dettagliata dei limiti esatti delle aree di dispersione delle
diverse specie, le quali, quanto quelle. ad abitudini strettamente terrestri, hanno
un comportamento tutto particolare in ERE del modo col quale sono legate
al loro specialissimo ambiente.
Tale lavoro è reso alquanto agevole dal fatto che la conoscenza strettamente
tassanomica del gruppo di famiglie si-pud considerare, almeno per quanto ri-
guarda l'Europa, la più perfetta che si possa ritrovare fra tutti i Coleotteri, co-
noscenza che è egregiamente compendiata nei tre fondamentali lavori di Gur-
GNOT (Les Hydroncanthares de France - Ed. Miscellanea Entomologica -
Toulouse - 1931-1933, e Coleoptères Hydrocanthares, in Faune de France,
48, Paris, 1947) e di ZIMMERMANN (Monographie der paläarktischen Dy-
tiscidae, in Bestimmungs-Tabellen der europàischen Coleopteren, Hefte 99
(1930), 101 (1931), 10% (1932) PRLE 1.1008) 113 (1934), 114 (1935), 118 (1936), —
120 (1937) e 122 (1939), |
Porhydrus obliquesignatus Bielz, 1852
(Fig. A)
BieLz, Mitt. Ver. Hermannstadt, 1852, p. 16 - SerpLitz, Kerh. Nat. Ver. Brünn, 25, 1887,
APFELBECK, Käf. Balkanhalbins., I, 1904, p. 373 - ZIMMERMANN, Arch. f. Naturgesch., 83, 1917,
A, 12, p. 181 - ZIMMERMANN, Best. Tab. Eur. Col., H. 103, Monogr. Pal. Dytiscidae, III, Hy-
droporinae (3 Teil) 1932, p. 5 - GUIGNOT, Hydr. de France, Faune de France, 48, 1947, p. 126.
Genei SHARP, On Aquat. Carn. Col., 1880-82, p. 451 (partim) - GANGLBAUER, Käf. Mittel.,
I, 1892, p. 468 (partim) - FranciscoLo, Mem. Mus. Civ. St. Nat. Verona, V, 1956, p. 197.
Questa specie, alquanto affine a P. Gene: Aubé 1836, con la quale venne in
passato assimilata da SHARP e GANGLBAUER quale sinonimo, e successivamen-
te considerata specie buona da ZIMMERMANN, era fin qui nota esclusivamente
delle coste del Mediterraneo Occidentale, dell’ Austria, Ungheria, Penisola
Balcanica e Russia Meridionale (ZIMMERMANN 1932 e GUIGNOT 1947).
Ho sott'occhio una bella serie di P. obliquesignatus Bielz. raccolta dal Prof.
Sandro Rurro nel Luglio 1954 al Piano Grande nei Monti Sibillini (Umbria-
Marche), in tutto 3 43 e 4 29. Inoltre, ho veduto 1 3 e 3 9g raccolti il 7. 3.
47 a Roma-Acilia dal Dott. E. DE Maccı.
L’attribuzione degli esemplari in questione a obliquesignatus risulta sicura
dall’esame dell’organo copulatore del 3 con quello di Genet; come risulta dalla
46 M. E. FRANCISCOLO
fig. B. 2 e B. 4, quest’ultimo ha il pene più o meno parallelo, con la massima lar-
ghezza alla sua base e la minima all’apice; questo, esaminato a forte ingrandi-
mento di fronte appare perfettamente ogivale, senza alcuna protuberanza con
appendici dentiformi ai lati; ciò, oltre che corrispondere a quanto dice Zim-.
MERMANN (1932 p. 4 e 5) va d’accordo con tutti gli esemplari di Genei che
ho visto, particolarmente di Sardegna e Sicilia; Genet, sotto un certo aspetto,
ha la forma del pene molto simile a quella di P. Hneatus F. Il pene di obliquesi-
gnatus (fig. B. 1, 3, 6) è strozzato alla sua metà e l’apice e la base hanno la stessa
larghezza, inoltre, esaminato di fronte, l’apice risulta provvisto di una produzio-
Fig. A - Porhydrus obliquesignatus Bielz. 4, dei Monti Sibillini (Piano Grande).
ne recante ai suoi lati due distinti ma minutissimi dentini, che, come detto pri-
ma, e come risulta dalle figure, mancano in Genet; quanto ai parameri, figurati
in fig. B. 5, essi sono alquanto simili a quelli di Genet.
I caratteri offerti dal dermascheletro mi sembrano alquanto incerti per per-
mettere la separazione sulla loro esclusiva scorta di Genet da obliquesignatus ;
negli esemplari di colorazione netta, si nota che in obliquesignatus le macchie
‘gialle elitrali sono più marcate, più nettamente staccate dal fondo bruno nerastro,
mentre in Genei tali macchie chiare sono più o meno evanescenti. È un fatto che,
‘trovando frammisti in una stessa serie esemplari delle due specie, si nota la dif-
ferenza soprattutto per la forma più slanciata di obliquesignatus rispetto a Genet.
Gli esemplari dei Sibillini e di Acilia sono in tutto identici ad una coppia
di obliquesignatus determinata da ZIMMERMANN («Hungarn, leg. R. Scholz», 3, e
«Umgebung v. Budapest» ©) da me acquistata presso la Ditta WINKLER di Vienna.
DYTISCIDAE INTERESSANTI 47
Le tre specie di Porhydrus italiane possono distinguersi sulla scorta della
seguente chiave analitica: | |
a
ı (2) Il disegno giallo delle elitre, nella forma tipica, è bruno, assai indistinto, e consiste di
‘una linea suturale e di cinque linee, le prime quattro delle quali longitudinali, la 5* obli-
qua, spesso incompleta, presso la base delle elitre. I parameri sono alquanto caratteri-
stici: essi sono muniti all’apice di una produzione subsferica fortemente slerificata, sulla
quale è innestato un vistoso ciuffo di peli. Il pene è alquanto dilatato, spatoliforme,
avente la sua massima larghezza in prossimità dell’apice. Distribuzione: Europa, Asia Oc-
cidentale.
P. lineatus Fabricius 1775
€
E
a
=
S
0.125 mm.
Fig. B - 1. pene di Porhydrus obliquesignatus Bielz. dei Monti Sibillini (Piano Grande -
2. idem, di P. Genei Aubé dello Stagno Simbirizzu (Quartu S. Elena, Sardegna Merid.) - 3. e 4.
apice del pene di P. obliquesignatus e P. Genei (stessi esemplari di cui a n. 1 e n. 2) visto di fronte
- 5. parameri di P. obliquesignatus - 6. pene di P. obliquesignatus visto di fianco - 7. idem, di
P. Genet.
2 (1) Il disegno giallo consiste, nella forma tipica, di una serie di macchie basali sulle elitre,
gialle, più o meno distinte, e di una linea marginale ai lati, che a volte si allarga un poco
prima di raggiungere l’apice. Il pene non è mai più largo all’apice che alla base; i pa-
rameri sono muniti all’apice di una semplice prominenza più o meno spiniforme for-
temente chitinizzata, mai subsferica, e priva di setole (fig. B. 5).
3 (4) La colorazione a macchie gialle della base delle elitre è quasi obsoleta, a volte la base stes-
sa appare appena più schiarita del resto, senza macchie distinte. Pene appena più ristretto
all’apice che alla base, con la massima larghezza presso quest’ultima (fig. B. 2), debol-
mente strozzato al centro; l’apice, esaminato di fronte (fig. B. 4) appare perfettamente
ogivale, senza troncatura apicale nè produzioni dentate di sorta. Distribuzione: Europa
Sud-Occidentale, Algeria, Marocco, Isole del Mediterraneo Occidentale.
P. Genei Aubé 1836
48 M. E. FRANCISCOLO
4 (3) Base delle elitre con una netta serie di macchie giallastre, spesso confluenti; e ben di-
stinte sul fondo scuro, e con un orlo laterale, dilatato presso gli apici, di ugual colore.
(fig. A). Pene fortemente strozzato nel mezzo (fig. B. 1) tanto largo alla base quanto al-
l’apice; la larghezza minima trovasi nel mezzo. L’apice (fig. B. 3) visto di fronte, appare
troncato, munito ai lati della troncatura di due produzioni dentate minutissime ma ben
distinte.
Distribuzione: Mediterraneo Occidentale, Austria, een, Russia Meridionale, Bal-
cani, Italia Centrale: Umbria, Lazio.
P. obliquesignatus Bielz 1852
È molto strana la presenza di questo insetto in Umbria e nel Lazio; la di-
sparità degli ambienti, cioè, per Piano Grande sui Sibillini, ambiente di media
montagna apenninica, con fauna ad elementi molto discordi (Agabus Solieri var.
Kiensenwetteri Seidl., specie tipicamente alpina, accanto ad A. nebulosus Forst.
e A. conspersus Marsh., ed altri elementi che raramente, se non mai, si trovano
associati a forme alpine), e, per Acilia, ambiente di palude residuale, con tutta
la massa di forme di pianura tipiche di essa, mi fa pensare che obliquesignatus
sia molto più diffuso nella Penisola, quale elemento prevalentemente balcanico,
più di quanto non sia stato sin qui immaginato; esso probabilmente si trova anche
a Viareggio, nella Macchia di Migliarino, ove però, purtroppo, ho raccolto solo
29, per cui sono molto incerto sulla loro determinazione; inoltre, gli unici Genez
& & che ho visto sono di Sardegna (Stagno di Alghero, X-1955 e dintorni di
Quartu S. Elena, presso lo stagno Simbirizzu, X-1955) e di Sicilia (Lentini,
Ottobre 1954). Gli esemplari di Genei del continente che posseggo o che ho visto
in altre collezioni sono malauguratamente tutte 99. Personalmente, sono quasi
convinto che Genet sia estremamente raro (se non assente) nella Penisola, e che
inve obliquesignatus sia la specie più frequente, dopo, ben inteso, P. lineatus F.
che si trova un po’ ovunque (1).
Potamonectes Bucheti Rég. 1898
REGIMBART, l’Abeille, 29, 1898, p. 89 - Bull. Soc. Ent. Fr., 1901, p. 325 - Ann. Soc. Ent.
Fr., 76, 1907, p. l. - GUIGNOT, Hydr. de France, Miscell. Entomol., 1931-1933, p. 476 - ZIM-
MERMANN, Best. Tab. Eur. Col., H. 111, Monogr. Pal. Dytiscidae,' IV, Hydroporinae (4. Teil)
1933, p. 10 - GUIGNOT, Hydr. de France, Faune de France, 48, 1947, p. 150.
Fu con la massima delle sorprese che, pescando il 31 Maggio 1956 in
un insignificante e pressochè azoico torrentello denominato Rio Bujardetta,
affluente di sinistra. del Rio Martin, che discende dal versante sud occidentale
di Punta Martina presso il paese di Acquasanta in Provincia di Genova, rin-
venni nel retino questa vecchia ed ambita conoscenza, di aspetto inconfondi-
bile, che alcuni anni or sono raccolsi nella sua località tipica della valle del Rio
Carei a Mentone. Il fatto essendo del tutto incredibile, ritornai due giorni dopo
sul posto con i Colleghi G. M. Guipin1 e G. BINAGHI, ed avemmo ulte-
riore conferma del reperto. Gli esemplari furono raccolti in tutte e due le volte
esclusivamente nei punti a fondo roccioso e dove la corrente è più vorticosa alla
base delle cascate, e limitatamente a tre ben distinte pozze del torrente comprese
in un tratto di circa un centinaio di metri di corso dello stesso, risultando asso-
lutamente introvabile più a monte o più a valle.
Il Rio Bujardetta scorre interamente su un fondo roccioso (diabase, serpen-
tinoscisti e cloritescisti), completamente privo di vegetazione e di limo. Le uni-
- (1) Ho nel frattempo veduto altri quattro esemplari di obliquesignatus (3 22 e 1 &) in
coli. 'TAMANINI,- etichettati: Montenero, Pljculja (Alpi Giulie), 11-7-1942.
DYTISCIDAE INTERESSANTI 49
che due altre specie raccolte nel ‘corso di accuratissime e prolungate ricerche —
sono Laccophilus hyalinus De Geer (1 es.) e Deronectes moestus Fairm. (1 es.);
il rimanente della fauna acquatica è rappresentato esclusivamente da larve di
Ecdyonuridae ed Ephemeridae, in notevole quantità, ed in qualche rara larva di
Tricottero; pochissime sono le Gerris e le Notonecta, mentre mancano completa-
mente gli Tdrofilidi ed i Driopidi.
Nessuna supposizione è attualmente permessa per spiegare la presenza di
D. Bucheti Reg. in una località così decentrata rispetto a quella tipica; sta di fatto
che tutti i torrenti e sistemi di torrenti compresi tra la Valle dell'Entella (Chia-
en N
— à VR Fs
-
GE:
pene
en
TG
A:
/;
/
Fig. C - Potamnoectes Bucheti Rég. del Rio Bujardetta: 1. paramero destro; 2. pene visto
dall’alto; 3. idem, visto di fianco.
vari) e la Valle del Rio Merula (Andora, presso Alassio) sono stati più volte ac-
curatamente esaminati, con qualche piccola eccezione per torrenti di piccola en-
tità; assaggi abbastanza precisi sono stati fatti anche in alcuni torrenti tra il Me-
rula ed il Rio Carei, nonchè in tutta la zona padana dell’Appennino Ligure; nel
corso di tutte queste ricerche, mai venne raccolto D. Bucheti altrove che nel Rio
Carei. La localizzazione al Rio Bujardetta della nostra specie è anche estrema-
mente ristretta: GHIDINI infatti ha ulteriormente eseguito ricerche anche nei
torrenti prossimi al Bujardetta, nonchè nel Rio di Acquasanta ove questo si get-
ta, senza alcun risultato.
L'identità assoluta degli edeagi e dei parameri della serie del Rio Bujardetta
con quelli della serie da me raccolta il 4. 4. 54 al Rio Carei di Mentone mi sem-
bra più che sufficiente per ritenere esatta la determinazione. In fig. C riproduco
tali organi per opportuno riferimento.
50 M. E. FRANCISCOLO
Gli esemplari del Rio Bujardetta presentano alcune interessanti aberrazioni
cromatiche che tuttavia ripetono esattamente quelle già citate dal GUIGNOT
(1931-33 p. 477) per la popolazione del Rio Carei.
Metronectes Aubei Perris 1869
Perris, l’Abeille, VII, 1869, p. 6 - ZIMMERMANN, Kol. Rundsch., 20, 1934, p. 150, - GUI-
GNOT, Col. Hydr. de France, Faune de France, 48, 1947, p. 195.
Questo caratteristico e bellissimo Agabino è stato sinora citato esclusiva-
mente di Corsica (zona di alta montagna) e dell’Isola d’Elba (Marciana).
Fig. D - 1. Paramero sinistro di Rantus (s. str.) exoletus Forst. di Innsbruck; 2. idem, di
R. latitans Sharp di Pavia; 3. e 4. onichio ed unghia anteriore del ¢ di R. exoletus; 5. e 6. idem,
R. latitans.
Ritengo opportuno segnalare che un esemplare, sulla cui identità non ho
alcun dubbio, sia per l’attribuzione generica, in particolare per la totale mancan-
za della serie di punti al margine anteriore del pronoto e per le suture metaco-
xali completamente obsolete, sia pure per l’aspetto assolutamente caratteristico,
è stato raccolto in Sicilia, sulle Madonie, al Piano della Battaglia, nel Luglio
1951, dal Prof. Mario Mariani di Palermo, che gentilmente mi comunicò l’esem-
plare in istudio in occasione di una mia visita colà.
Il reperto non è inaspettato; Metronectes Aubei Perris è probabilmente un
elemento orofilo esclusivamente paleotirrenico, e il suo rinvenimento in una zo-
na di alta montagna della Sicilia quadra abbastanza bene con un tal tipo di di-
stribuzione.
Agabus (Gaurodytes) Concii Franciscolo 1942
FRANCISCOLO, Boll. Soc. Entomol. Ital., LXXIV, N. 10, 1942, p. 137-140 - PORTA, Fauna
Col. Italica, Suppl. II, 1949, p. 111.
Dopo oltre quattordici anni di assiduo studio di questa famiglia, sono or-
mai convinto che la specie qui sopra indicata, da me descritta, altro non sia che
DYTISCIDAE INTERESSANTI 51
una forma un poco aberrante di Agabus (Gaurodytes) biguttatus Oliv., che tut-
tavia non merita affatto un nome distinto. Dall’esame di alcune centinaia di A.
biguttatus Oliv. ho accertato che forme del tipo di quella da me descritta sono
frequenti, senza esser molto comuni, un poco ovunque.
Rantus (s. str.) latitans Sharp 1880-82 (1)
SHARP, On Aquat. Carn. Col., 1880-82, p. 621 - GANGLBAUER, Käf. Mitteleur., I, 1892,
p. 501 - SCHOLZ, Rev. d. europ. Arten der Gatt. Rhantus, Nartus, und Melanodytes, Col. Cen-
tralblatt, Bd. 2, 1927, p. 147 - GUIGNOT, Hydr. de France, Miscell. Entomol., 1931-1933, p. 643,
fig. 448 - ZIMMERMANN, Best. Tab. Eur. Col., H. 118, Monogr. Pal. Dytiscidae, VII, Colym-
betini, 1936, p. 14 - GUIGNOT, Col. Hydr. Faune de France, 48, 1947, p. 215.
Fig. E - 1. e 2. pene visto dall’alto rispettivamente. di R. exoletus di Innsbruck e di R. latitans
di Pavia - 3. e 4. gli stessi, visti di fianco.
ZIMMERMANN (1936 p. 14) e GuicnoT (1932 p. 643 e 1947 p. 215) consi-
derano questa specie come diffusa nell'Europa Settentrionale e Media, ed in
Siberia; il Catalogo LUIGIONI non la menziona di alcuna località Italiana, e
così pure il PoRTA. SANFILIPPO, GHIDINI e BINAGHI ebbero occasione di rac-
cogliere diversi esemplari di questa specie negli stagni prospicienti la località
di Borgo Ticino (Pavia) il 4 Novembre 1955.
La specie è alquanto prossima a R. (s. str.) exoletus Forst. 1771, dalla quale
si distingue, oltre che per la presenza di piccoli punti sulle inserzioni delle ma-
(1) La corretta grafia del nome di questo genere, secondo P. BRINcK, Kungl. Fys. Saallsk.
Lund Fôrh., 13, 1943, p. 10 è Rantus anzichè Rhantus. Tale correzione è stata accettata da Gu1-
GNOT, 1947, p. 215.
52 M. E. FRANCISCOLO
glie del reticolo elitrale, nella regione suturale ed apicale, e per il pronoto che
reca una macchia nerastra basale ben distinta (mancante in exoletus), anche e
specialmente per le unghie anteriori del maschio più corte od appena tanto lun-
ghe quanto l’onichio (in exoletus di molto più lunghe, vedi fig. D. 3, 4, 5, 6),
per la forma dei parameri, che in exoletus (fig. D. 1) terminano in una appendice
filiforme affatto dilatata, ornata di peli fitti e cortissimi, equilunghi, al suo lato
interno, ed in latitans, invece, (fig. D. 2) terminanti in appendice dilatata, e for-
temente ciliata al lato interno, con setole lunghissime e disuguali; il pene di exo-
letus-(fig.-E.d.'e:3).e- molto ‘debolmente piegato, all’apice, verso destra, e assai
meno assottigliato all'apice che in latitans (fig. E, 2 e 4); in quest ‘ultimo, l’apice
è fortemente piegato verso destra, ed appare estremamente assottigliato se esa-
minato di lato.
Il confronto degli esemplari in questione con altri determinati da ZIMMER-
MANN dell'Austria (Donau-auen, leg. BREIT, ex WINKLER), nonchè con autentici
exoletus dei dintorni di Innsbruck, leg. STRUPI, confermano l'esattezza della
determinazione. |
È interessante notare che gli stagni di Borgo Ticino, fatti oggetto di conti-
nue ed assidue ricerche da me e SANFILIPPO nel corso A varie annate, danno,
ad ogni nuovo assaggio, risultati sempre leggermente differenti; ad es., io cat-
turai nel 1949 centinaia di Rantus pulverosus, sempre il 4 Novembre, e negli
anni successivi nessun Rantus. Rantus exoletus non è invece finora stato catturato
da noi in Italia; LUIGIONI lo cita del Piemonte e della Venezia Tridentina
(Bolzano), e così pure Porta, ed ha una distribuzione analoga a quella di
latitans Sharp. Sono evidentemente entrambi specie prevalentemente boreali,
con alcune popolazioni sporadiche nella valle del Po (1).
(x) GHILIANI cita sotto il nome di R. collaris Payk. il R. exoletus Forst. nel suo ‘Elenco
delle specie di Coleotteri trovate in Piemonte,, (Ann. R. Accad. Agricoltura, Torino, XXIX,
1886, p. 226 [= p. 34 estr.]) come rinvenuto ‘Nei luoghi alpini,,. Il BAUDI ripete tale cita-
zione nel ‘Catalogo dei Coleotteri del Piemonte,, (ibidem, XXXII, 1889, p. 37). Da tali indi-
cazioni ha origine verosimilmente la citazione del LUIGIONI.
53
OTTO SCHEERPELTZ
(WIEN)
NEUE ARTEN DER GATTUNGEN LEPTUSA KR. UND SIPALIA
MULS. REY AUS DEM MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE |
DI TRIESTE
(70. Beitrag zur Kenntnis der paläarktischen Staphyliniden)
(Col. Staphylinidae)
Unter den mir seinerzeit von Herrn Prof. Dr. E. GRIDELLI, Direktor des
Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, zum Studium eingesendeten Sta-
phyliniden, fanden sich auch zwei neue Arten der Gattung Leptusa Kr. und
zwei neue Arten der Gattung Sipaha Muls. Rey, die im enne bekannt
gemacht werden sollen.
Leptusa (Subgen. Micropisalia Scheerp.) Pre tneri nov. spec. (Gridelli 1. 1.)
Rotbraun, der Kopf und Teile des sechsten und siebenten (vierten und
fiinften freiliegenden) Abdominalsegmentes dunkel schwarzbraun, Mundteile,
Fühler und Beine heller rôtlichgelb.
Kopf im Gesamtumriss quer-elliptisch, verhältnismässig gross, beim
g kürzer und stärker quer, seine grösste Breite in einer Querlinie durch die
Mitte der Augen fast um die Hälfte grôsser als seine Mittellinge vom Stirnvor-
derrande bis zur Halsquerfurche, beim © weniger stark quer, rundlicher, in den
gleichen Massen nur um etwa ein Drittel breiter als lang. Augen sehr klein,
aus den Seitenwölbungen des Kopfes kaum vorspringend, ihr von oben sichtba-
rer Langsdurchmesser nur so gross wie die Enddicke des ersten Fühlergliedes.
Die flach-konvexen Schläfen hinter den Augen beim 3 etwa zweimal, beim ©
etwa dreimal so lang wie der von oben sichtbare Augenlangsdurchmesser. Ober-
seite des Kopfes flach gewolbt, seine Oberfläche auf äusserst fein rundnetzma-
schig mikroskulptiertem, aber etwas glänzendem Grunde sehr fein und weit- _
laufig punktiert. In den Punkten inseriert eine schiittere, sehr feine, helle, nach
vorn schrag aussen gelagerte Behaarung.
Fühler verhältnismässig kurz und ziemlich kräftig, zurückgelegt den
Hinterrand des Halsschildes nur wenig überragend. Erstes Glied kräftig, schwach
keulenförmig, etwas mehr als zweimal länger als am Ende breit; zweites Glied
nur sehr wenig kürzer und nicht schwächer als das erste Glied, länglich-ellip-
soidisch, etwa zweimal länger als in der Mitte breit; drittes Glied von etwa zwei
Dritteln der Länge des zweiten Gliedes, von dünnerer Basis zum Ende verkehrt
-konisch verdickt, um etwa die Hälfte länger als am Ende breit; viertes Glied
nur wenig mehr als die Hälfte der Länge des vierten Gliedes messend, deutlich
etwas breiter als das Ende dieses Gliedes, dadurch breiter als lang, bereits deut-
lich quer. Die folgenden Glieder allmählich etwas an Länge, stärker an Breite
zunehmend, so dass das zehnte Glied fast doppelt breiter als lang ist. Endglied
an der Basis so breit und um die Hälfte länger als das zehnte Glied, zum Ende
ogival abgerundet.
54 O. SCHEERPELTZ
Halsschild im Gesamtumriss schwach quer, aber beim ¢ stàrker,
beim 9 etwas weniger stark verkehrt-trapezoidal, seine gròsste, in einer Querli-
nie durch das vorderste Viertel gelegene Breite um etwa ein Fünftel grösser als
seine Mittellänge, aber nur sehr wenig grösser als die grösste Kopfbreite, seine
Seitenkonturen von den Punkten der grössten Breite nach vorn zu den stumpf-
winkeligen Vorderecken rasch konvergent, nach hinten zu den nur in der An-
lage erkennbaren, mit dem Hinterrand aber abgerundeten Hinterwinkeln sehr
stark und fast geradlinig konvergent, so dass die Hinterrandbreite des Halsschil-
des nur etwa zwei Drittel der grössten Halsschildbreite beträgt. Oberseite des
Halsschildes flach gewölbt, in der Längsmittellinie mit der Andeutung einer
feinen, schmalen Längsfurchenlinie. Oberfläche wie jene des Kopfes äusserst
fein rundnetzmaschig mikroskulptiert, etwas glänzend, sehr fein und weitläu-
fig punktiert. In den Punkten inseriert eine schüttere, sehr feine, helle, von der
Mittellinie nach schräg aussen, hinten quer gelagerte Behaarung.
Schildchen verhältnismässig gross, gleichseitig-dreieckig, matt mi-
kroskulptiert.
Fligeldecken sehr kurz, in Gesamtumriss quer, mit ganz abge-
flachten Schultern, ihre in einer Querlinie vor den Hinterwinkeln gelegene,
grösste Breite etwa so gross wie die grösste Halsschildbreite und um etwa ein
Drittel grösser als die Schulterlänge, diese um etwa ein Viertel kürzer als die
Mittellänge des Halsschildes, ihre Seitenkonturen nach hinten deutlich diver-
gent. Oberseite flach gewölbt, ohne besondere Eindrücke, der Hinterrand zum
Nahtwinkel kräftig stumpfwinkelig ausgeschnitten, vor den Hinterwinkeln deut-
lich konkav ausgebuchtet. Oberfläche auf äusserst fein rundnetzmaschig mi-
kroskulptiertem, etwas glänzendem Grunde nicht sehr dicht und ziemlich kräf-
tig-körnelig punktiert. In den Punkten inseriert eine helle, gerade nach hinten
gelagerte Behaarung.
Fli gel vollkommen geschwunden.
Abdomen an der Basis so breit wie die Hinterrandbreite der Flù-
. geldecken, seine Seitenkonturen nach hinten bis zum Hinterrande des sechsten
(vierten freiliegenden) Tergites um etwa ein Drittel der Basisbreite erweitert
und dann erst zum Ende wieder stumpf verengt. Pleurite und Epipleurite ziem-
lich stark entwickelt, das Abdomen daher verhältnismässig kräftig und ziemlich
hoch gerandet. Das dritte bis fünfte (erste bis dritte freiliegende) Tergit an der
Basis tief, das sechste (vierte freiliegende) Tergit dort etwas schwächer querfur-
chig eingedrückt, das siebente (fünfte freiliegende) Tergit an seinem Hinter-
rand ohne Hautsaum. Oberfläche auf äusserst fein querwellig mikroskulptiertem,
ziemlich stark glänzendem Grunde weitläufig und fein punktiert, der Grund
der basalen Querfurchen nicht punktiert. In den Punkten inseriert ein schüt-
tere, feine, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung.
Beine wie bei den verwandten Arten gebildet.
Beim Männchen ist das Ende des siebenten Sternites etwas enger
abgerundet und tritt aus dem Abdominalende etwas weiter hervor als beim
Weibchen, wo es breiter und flacher abgestutzt ist.
Der Aedoeagus des Männchens stimmt im Gesamtbautypus mit
jenem der übrigen Arten des Subgenus Micropisalia m. überein. Sein Mittel-
körper ist nach dem blasig aufgetriebenen Basalteil scharf eingeschnürt und
ventralwärts stark abgeknickt, sein distales Ende wieder stark blasig erweitert,
seine einfache Ventralplatte ist zum Ende in eine kurze, leicht dorsalwärts auf-
gebogene Spitze ausgezogen, die Dorsalplatte jederseits zum Ende in je eine
NEUE LEPTUSA- UND SIPALIA-ARTEN 55
scharfe Längskante aufgebogen, zwischen denen der Innensack austritt, ihr
Ende quer leicht ausgebuchtet abgestutzt. Der Innensack selbst enthält, in sei-
nen häutigen Wandungen eingebettet, jederseits je eine stärkere Chitinspange,
die distal in je eine kurze freie Chitinspitze endet. Dazwischen erstreckt sich
ein kurzes Stachelborstenfeld vor der Umstülpstelle.
Lane 0/1, 04,901: |
Die winzige Art wurde von Herrn E. Pretner in der Zeit vom 14. -
19. VI. 1926 in einigen Stücken (Typen im Museo Civico di Storia Naturale
di Trieste) auf dem Mte. Terminillo in den Abbruzzen nordôstlich von Rieti
aufgefunden und sei unter Beibehaltung des ihr schon von Prof. Dr. E. Gri-
delli in litteris gegebenen Namens dem Entdecker gewidmet.
Leptusa (Subgen. Micropisalia Scheerp.) Gridellii nov. spec.
Rotbraun, die Endhälfte des fiinften, das ganze sechste und die Basal-
halfte des siebenten (Endhalfte des dritten, das ganze vierte und die Basal-
hälfte des fünften freiliegenden) Tergites dunkel schwarzbraun, Mundteile,
Fühler und Beine heller rötlichgelb.
Kopf im Gesamtumriss quer-elliptisch, seine grösste Breite in einer
Querlinie durch die Mitte der Schläfen um etwa ein Drittel grösser als seine
Mittellänge vom Stirnvorderrande bis zur Halsquerfurche. Augen sehr klein,
mit den Seitenwölbungen des Kopfes fast ganz verrundet, ihr von oben sichtba-
rer Längsdurchmesser nur so gross wie die Enddicke des ersten Fühlergliedes.
Die leicht konvexen Schläfen hinter den Augen etwa zweiundeinhalbmal länger
als der von oben sichtbare Augenlängsdurchmesser. Oberseite des Kopfes flach
gewölbt, seine Oberfläche auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem,
aber etwas glänzendem Grunde sehr fein und ziemlich dicht punktiert. In den
Punkten inseriert eine schüttere und feine, ziemlich lange, helle, nach vorn schräg
aussen gelagerte Behaarung.
Fühler verhältnismässig kurz und ziemlich dünn, zurückgelegt den
Hinterrand des Halsschildes etwas überragend. Erstes Glied kräftig, schwach
keulenförmig, etwa zweiundeinhalbmal länger als am Ende breit; zweites Glied
von etwa zwei Dritteln der Länge und Stärke des ersten Gliedes, leicht verkehrt-
kegelstumpfförmig, etwa zweimal länger als am Ende breit; drittes Glied schwä-
cher und zarter als das zweite Glied, von dünnerer Basis zum Ende verkehrt-
konisch verdickt, zweimal länger als am Ende breit; viertes Glied nur wenig
mehr als die Hälfte der Länge des driten Gliedes messend, deutlich etwas breiter
als das Ende dieses Gliedes, dadurch etwas breiter als lang, bereits leicht quer.
Die folgenden Glieder allmählich etwas an Länge und etwas stärker an Breite
zunehmend, so dass das zehnte Glied um etwas mehr als um die Hälfte breiter
als lang ist. Endglied an der Basis so breit und um die Hälfte länger als das
zehnte Glied, zum Ende ogival abgerundet.
Halsschild im Gesamtumriss schwach quer, seine grösste, in einer
Querlinie etwa durch das vorderste Drittel gelegene Breite nur um etwa ein
Fünftel grösser als seine Mittellänge und kaum grösser als die grösste Kopfbreite,
seine Seitenkonturen von den Punkten der grössten Breite nach vorn zu den
stumpfwinkeligen Vorderecken leicht konvergent, nach hinten zu den mit dem
Halsschildhinterrande vollkommen verrundeten Hinterwinkeln zwar etwas stärker
als nach vorn, aber trotzdem nur schwach konvergent, so dass die Hinterrandbreite
des Halsschildes nur wenig geringer ist als die grösste Halsschildbreite. Ober-
seite des Halsschildes flach gewölbt, in der Längsmittellinie mit der Andeutung
56 i casta ‚0. SCHEERPELTZ
einer feinen, schwachen Längsfurchenlinie. Oberfläche wie jene des Kopfes
äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiert, etwas glänzend, sehr fein und
etwas weitlaufiger als der Kopf punktiert. In den Punkten inseriert eine schüt-
tere, sehr feine, helle, von der Mittellinie nach schräg aussen, u, quer Besa
gerte Behaarung.
Schildchen ziemlich gross, gleichseitig dreieckig, matt t mikroskulp-
tiert.
Pligeldec¢ k en kurz, im Gesamtumriss quer, mit abgeflachten Schul-
tern, ihre in einer Querlinie vor den Hinterwinkeln gelegene, grösste Breite etwas
kleiner als die grösste Halsschildbreite und um etwa ein Drittel grösser als die
Schulterlänge, diese jedoch um etwa ein Drittel kürzer als die Mittellänge des
Halsschildes, ihre Seitenkonturen nach hinten etwas divergent. Oberseite flach
gewölbt, ohne besondere Eindrücke, der Hinterrand fast gerade und senkrecht
zur Körperlängsachse abgestutzt, vor den Hinterwinkeln kaum ausgebuchtet.
Oberfläche auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, etwas glän-
zendem Grunde nicht sehr dicht und ziemlich kräftig-körnelig punktiert. In
den Punkten inseriert eine helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung.
Flügel vollkommen geschwunden.
Abdomen an der Basis so breit wie die Hinterrandbreite der Flü-
geldecken, seine Seitenkonturen nach hinten bis zum Hinterrande des sechsten
(vierten freiliegenden) Tergites um etwa ein Viertel der Basisbreite erweitert
und dann erst zum Ende wieder stumpf verengt. Pleurite und Epipleurite ziem-
lich stark entwickelt, das Abdomen daher verhältnismässig.kräftig und ziemlich
hoch gerandet. Das dritte bis fünfte (erste bis dritte freiliegende) Tergit an der
Basis tief, das sechste (vierte freiliegende) Tergit dort etwas schwächer querfur-
chig eingedrückt, das siebente (fünfte freiliegende) Tergit an seinem Hinterrand
ohne Hautsaum. Oberfläche auf äusserst fein quermaschig mikroskulptiertem,
ziemlich stark glänzendem Grunde weitläufig und fein punktiert, der Grund
der basalen Querfurchen nicht punktiert, In den Punkten inseriert ein schüttere,
feine, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung.
Beine wie bei den verwandten Arten gebildet.
Beim Männchen ist das siebente Sternit am Ende enger abgerundet
und tritt aus dem Abdominalende etwas weiter und spitzer hervor.
Auch der Aedoeagus des Männchens dieser Art stimmt im Gesamt-
bautypus mit jenem der übrigen Arten des Subgenus Micropisalia m. überein.
Sein Mittelkörper ist nach der gleichfalls blasig aufgetriebenen Basis etwas
eingeschnürt, aber nicht sehr stark ventralwärts abgeknickt, sein distales Ende
auch stärker erweitert, seine Ventralplatte jedoch ist von der Abbiegungsstelle
an der Länge nach gerinnt, ihre Ränder springen als Längskanten stärker vor
und vereinigen sich erst kurz vor der etwas ventralwärts kurz abgebogenen
Spitze. Die Dorsaplplatte ist zum Ende dorsal hoch aufgewölbt, vor dem Ende
seitlich in je eine vorspringende Lamelle ausgezogen und vereinigt sich zur Spitze
über ihre, die Austrittsöffnung des Innensackes umfassenden Seitenkanten
mit der Ventralplatte. Der Innensack trägt, in seinen häutigen Endwandungen
eingebettet, jederseits eines in der Längsmitte gelegenen, kurzen und kleinen
Borstenstachelfeldes je eine stärker chitinisierte Längslamelle, die sich vor der
Umstülpungsstelle vereinigen, worauf dieses Gebilde als dünnerer, aus dem
Innensack lang heraushängender Griffelfaden hervortritt.
Lange: :1,%:mm.
NEUE LEPTUSA- UND SIPALIA-ARTEN 57
Die Art wurde in Gebiet des Mte. Nevoso, dem früher sogenannten « Krai-
ner Schneeberg » gefunden. Ich widme sie in herzlicher Freundschaft und Dank- _
barkeit Herrn Prof. Dr. E. Gridelli, dem Direktor des Museo Civico di Sto-
ria Naturale di Trieste. Der Typus befindet sich in den Sammlungen dieses
Museums. |
Sipalia (Subgen. Lioglutosipalia Scheerp.) matajurensis nov. spec.
Ganz hell-gelbbraun, Mundteile, Fühler und Beine blassgelb.
Kopf im Gesamtumriss fast genau kreisrund, so lang wie breit, mit sehr
kleinen, flachen, mit den Seitenwölbungen des Kopfes vollkommen verrun-
deten Augen, ihr von oben sichtbarer Längsdurchmesser nur so gross wie die
Enddicke des ersten Fühlergliedes. Schläfen hinter den Augen fast viermal so
lang wie der von oben sichtbare Längsdurchmesser der Augen. Oberseite des
Kopfes flach gewölbt, in der Mitte mit einem ziemlich grossen, rundlichen,
aber flachen Eindruck. Oberfläche auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulp-
tiertem, ziemlich stark glänzendem Grunde sehr fein und ziemlich weitläufig
punktiert. In den Pünktchen inseriert eine äusserst feine, helle, nach vorn schräg
aussen gelagerte Behaarung.
Fühler ziemlich. kurz und kräftig, zurückgelegt den Hinterrand des
Halsschildes kaum erreichend. Erstes Glied kräftig, keulenförmig, etwa zweiund-
einhalbmal länger als am Ende breit; zweites Glied so lang und nur wenig
schwächer als das erste Glied, leicht verkehrt-kegelstumpfförmig, etwa zweiund-
einhalbmal länger als am Ende breit; drittes Glied von etwa zwei Dritteln der
Länge des zweiten Gliedes, von dünnerer Basis zum Ende ziemlich stark ko-
nisch verdickt, etwa zweimal länger als am Ende breit; viertes Glied halb so
lang wie das dritte Glied, aber deutlich breiter als das Ende dieses Gliedes,
bereits sehr deutlich quer. Die folgenden Glieder nur sehr wenig an Länge,
aber ziemlich rasch an Breite zunehmend, allmählich immer stärker quer wer-
dend, so dass das zehnte Glied etwas mehr als doppelt so breit wie lang ist. End-
glied an der Basis so breit wie das zehnte Glied, fast doppelt so lang wie dieses
Glied, zum Ende ogival abgerundet. si
Halsschild im Gesamtumriss nur sehr schwach quer, seine in einer
Querlinie etwa durch das vorderste Viertel gelegene, grösste Breite nur um etwa
ein Siebentel grösser als seine Mittellänge, seine Seitenkonturen nach vorn zu
den abgerundeten Vorderwinkeln leicht, nach hinten zu den undeutlichen, mit
dem nach hinten flach-konvexen Halsschildhinterrande breit verrundeten Hin-
terwinkeln, etwas stärker konvergent. Oberseite des Halsschildes flach gewölbt,
in seiner Längsmitte vor der Basis mit einem ziemlich breiten und verhältnismäs-
sig tiefen, gegen das vorderste Viertel allmählich verflachenden und verschwin-
denden Eindruck. Oberfläche des Halsschildes wie jene des Kopfes auf äusserst
fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, stark glänzendem Grunde sehr fein
und weitläufig punktiert. In den Punkten inseriert eine helle, gerade nach hinten
gelagerte Behaarung, in den Vorderwinkeln und im vordersten Teile des Sei-
tenrandes stehen einzelne, längere, dunkle Borstenhaare.
Schildchen ziemlich gross, gleichseitig-dreieckig, grob-körnelig dicht
skulptiert. |
Flügeldecken kurz, im Gesamtumriss quer, mit abgeflachten
Schultern, ihre in einer Querlinie vor den Hinterwinkeln gelegene, grösste Breite
um ganz wenig grösser als die grösste Halsschildbreite und um fast die Hälfte
grösser als die Schulterlänge, diese nur etwa zwei Drittel der Halsschildmit-
58 | O. SCHEERPELTZ
tellange erreichend, ihre Seitenkonturen nach hinten deutlich divergent. Ober-
seite flach gewölbt, mit einem seichten, aber ziemlich grossen, von der Gegend
der Schultern zum Nahtwinkel gerichteten Schrägeindruck. (Diese Bildung
tritt bei den verwandten Arten öfter als Sexualauszeichnung der 33 auf und ist
auch hier als solche zu deuten !). Oberfläche der Flügeldecken auf äusserst fein
rundnetzmaschig mikroskulptiertem, aber ziemlich glänzendem Grunde ver-
hältnismässig dicht und ziemlich kräftig-körnelig punktiert. In den Punkten
inseriert eine feine, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung.
Flügel vollkommen geschwunden.
Abdomen an der Basis nur wenig schmäler als die Gesamtbreite
der Flügeldecken, seine Seitenkonturen nach hinten bis zum Hinterrande des
sechsten (vierten freiliegenden) Tergites etwas erweitert und dann zum Ende
wieder etwas verjüngt, das Ende selbst zugespitzt. Pleurite und Epipleurite
ziemlich stark entwickelt, das Abdomen daher verhältnismässig kräftig und hoch
gerandet. Das dritte bis fünfte (erste bis dritte freiliegende) Tergit an der Basis
tief querfurchig eingedrückt, das siebente (fünfte freiliegende) Tergit an seinem
Hinterrand ohne Hautsaum. Oberfläche auf äusserst fein quernetzmaschig, auf
der hinteren Hälfte des siebenten (fünften freiliegenden) Tergites allmählich
äusserst fein rundmetzmaschig mikroskulptiertem, überall stark glänzendem
Grunde sehr fein und weitläufig punktiert. In den Punkten inseriert eine ziem-
lich lange, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung, an der Abdominalspitze
stehen einzelne, längere, dunkle Borstenhaare.
Beine wie bei den verwandten Arten gebildet.
Beim Männchen ist das Ende des siebenten Sternites enger abge-
rundet und tritt aus dem Abdominalende deutlicher hervor.
Der Aedoeagus des Männchens ist nach dem allgemeinen Bautypus
wie bei den anderen Arten des Subgenus Lioglutosipalia m. gebaut. Von dem
etwas blasig aufgetriebenen Basalteil verjüngt sich der Mittlekörper bei gleichzei-
tiger, ventralwärts gerichteter Abbiegung in der Mitte und die Ventralplatte,
von hier an in der Längsmitte gekielt, biegt sich stärker zu einer distalen Spitze
ab. Die Dorsalplatte verbreitert sich zum Ende zu einem vorn tief ausgeschnit-
tenen, mit den Seitenteilen eckig vorspringenden Endteil, in dessen Ausschnitt
die Austrittsöffnung des Innensackes liegt. Dieser trägt, ventral in der häutigen,
von feinen Körnchenwarzen bedeckten Wandung eingebettet, eine breite Chi-
tinzunge, deren Ende vor der Umstülpstelle als kleine Spitze absteht.
Lanee. 2-2 1wm,
Die Art wurde auf dem Mte. Matajur, dem Bergzuge südlich des ersten
Isonzo-Knies, von Prof. Dr. G. Miiller (Triest), entdeckt. Sie steht in enger
Verwandtschaft zu der in jiingster Zeit in den Karnischen Alpen entdeckten
Sipalia (Lioglutosipalia) carnica m., unterscheidet sich von dieser aber schon
rein äusserlich auf den ersten Blick durch anderen Gesamthabitus und den ganz
anderen Fühlerbau. Typus in Museo Civico di Storia Naturale di Trieste.
Sipalia (Subgen. Lioglutosipalia Scheerp.) Lonai nov. spec.
Ganz rotbraun, der Kopf, die hintere Halfte des sechsten (vierten frei-
liegenden) und die Basalhälfte des siebenten (fünften freiliegenden) Tergites
etwas dunkler braun, die Mundteile, Fühler und Beine heller rotlich-gelbbraun.
Kopf im Gesamtumriss fast ganz kreisrund, mit stark konvex gewölb-
ten Seitenkonturen und kleinen, mit den Seitenwölbungen des Kopfes vollkom-
men verrundeten Augen. Die Augen sind aber eigenartig gestaltet: Sie sind
NEUE LEPTUSA- UND SIPALIA-ARTEN 59
namlich stark elliptisch geformt, wobei die Langsachse dieser Ellipse fast doppelt
so lang ist wie die Kurzachse und schräg von hinten oben nach vorn unten ge-
stellt ist. Die Langsachse hat etwa die Lange des dritten Fühlergliedes, die Kurz-
achse ist etwa der Enddicke des zweiten Fühlergliedes gleich. (Diese Form
der Augenausbildung entspricht den bei Reduktionsformen der Augen von
Staphyliniden wiederholt beobachteten Richtungen der Reduktiontendenzen
der Augen. (Vergl. die Augenbildung z. B. im Subgen. Myoposipalia Scheerp.,
vor allem aber die stufenweise Reduktion der Augen bei den Formen der Atheta
(Subgen. Attatheta Scheerp.) anisophthalma Scheerp., Archiv. f. Naturgeschichte,
Neue Folge, 1936, V, H. 4, p. 507 - 515). Die Schläfen hinter den Augen sind
etwa dreimal langer als der von oben sichtbare Langsdurchmesser der Augen.
Oberseite des Kopfes gleichmässig flach gewolbt, ohne Eindriicke. Oberflache
auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, ziemlich glanzendem
Grunde sehr fein und ziemlich weitlaufig punktiert. In den Punkten inseriert
eine schüttere, feine, helle, von hinten aussen nach schräg vorn innen gelagerte
Behaarung.
Fihler ziemlich lang und schlank, zurtickgelegt den Hinterrand des
Halsschildes etwas tiberragend. Erstes Glied kraftig, keulenformig, etwa zweiund-
einhalbmal langer als am Ende breit; zweites Glied nur ganz wenig kirzer
und nur wenig schwächer als das erste Glied, leicht verkehrt-kegelstumpfförmig,
nur wenig mehr als zweimal länger als am Ende breit; drittes Glied von etwa drei
Vierteln der Länge und Stärke des zweiten Gliedes, von dünnerer Basis zum
Ende leicht konisch verdickt, etwa zweimal länger als am Ende breit; viertes
Glied nur halb so lang wie das dritte Glied, aber ganz wenig breiter als das Ende
dieses Gliedes, bereits deutlich leicht quer. Die folgenden Glieder allmählich
etwas an Länge und etwas mehr an Breite zunehmend, so dass das zehnte Glied
um etwas mehr als um die Hälfte breiter als lang ist. Endglied an der Basıs so
breit wie das zehnte Glied, etwa doppelt so lang wie dieses Glied, zum Ende
ogival zugespitzt. |
Halsschild im Gesamtumriss nur ganz schwach quer, seine in einer
Querlinie etwa durch das vorderste Viertel seiner Länge gelegene, grösste Breite
nur um etwa ein Achtel grösser als seine Mittellänge und um etwa ein Fünftel
grösser als die grösste Kopfbreite. Seine Seitenkonturen von den Punkten der
grössten Breite nach vorn zu den abgerundeten Vorderwinkeln schwach und kurz,
nach hinten zu den mit dem konvexen Halsschildhinterrande breit verrundeten
Hinterwinkeln etwas länger und stärker konvergent. Oberseite flach gewölbt,
nur mit einem kleinen, flachen Quergrübchen in der Mitte der Basis vor dem
Schildchen. Oberfläche auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem,
etwas glänzendem Grunde ziemlich fein und verhältnismässig dicht, deutlich
ganz leicht körnelig punktiert. In den Punkten inseriert eine feine, helle, gerade
nach hinten gelagerte Behaarung, in den Vorderwinkeln und an den Seitenrän-
dern stehen einzelne, längere, dunkle Borstenhaare.
Schildchen ziemlich gross, dreieckig, dicht körnelig skulptiert,
kaum glänzend. | |
Flügeldecken im Gesamtumriss querrechteckig, mit sehr schwach
ausgeprägten Schultern, ihre in einer Querlinie vor den Hinterwinkeln liegende,
grösste Breite nur ganz wenig grösser als die grösste Halsschildbreite und um
etwa ein Drittel grösser als die Schulterlänge, diese aber um etwa ein Drittel
geringer als die Halsschildmittellänge, ihre Seitenkonturen nach hinten etwas
divergent. Oberseite flach gewölbt, beim & mitunter jederseits der Naht mit
60 O. SCHEERPELTZ
einem schwachen Schrageindruck, der Hinterrand fast gerade und senkrecht
zur Kôrperlängsachse abgestutzt, vor den Hinterwinkeln kaum ausgebuchtet.
Oberflache auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, schwach glän-
zendem Grunde sehr dicht und sehr kräftig-körnelig, etwas raspelartig punktiert.
In den Punkten inseriert eine feine, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaa-
‘ rung.
Fligel vollkommen geschwunden.
Abdomen an der Basis so breit wie die Gesamtbreite der Flügel-
decken, seine Seitenkonturen nach hinten bis zum Hinterrande des sechsten
(vierten freiliegenden) Tergites etwas erweitert und dann zum Ende wieder
etwas verjüngt, das Ende selbst zugespitzt. Pleurite und Epipleurite ziemlich
stark entwickelt, das Abdomen daher verhältnismässig kraftig und hoch geran-
det. Das dritte bis fünfte (erste bis dritte freiliegende) Tergit an der Basis tief
querfurchig eingedrückt, das siebente (fünfte freiliegende) Tergit an seinem
Hinterrand ohne Hautsaum. Oberfläche auf äusserst fein quernetzmaschig,
auf der hinteren Hälfte des siebenten (fünften freiliegenden) Tergites allmäh-
lich äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, überall stark glänzen-
dem Grunde sehr feinkörnelig und weitläufig punktiert. In den Punkten inseriert
eine ziemlich lange, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung, an der Abdo-
minalspitze stehen einzelne, längere, dunkle Borstenhaare.
Beine wie bei den verwandten Arten gebildet.
Beim Männchen ist das Ende des siebenten Sternites enger abge-
rundet, tritt aus dem Abdominalende deutlicher hervor und trägt an seinem
Hinterrande nur einzelne, längere Haare, wogegen es beim Weibchen brei-
ter und flacher abgerundet ist, im Abdominalende etwas weiter eingezogen liegt
und an seinem Hinterrand einen dichten Balz von kurzen Wimperhaaren
trägt.
Der Aedoeagus des Männchens stimmt in seinem allgemeinen
Bautypus gleichfalls mit jenem aller anderen Arten des Subgenus Lioglutosi-
palia m. überein. Auch sein Mittelkörper ist von einem blasig aufgetriebenen
Basalteil zunächst etwas eingeschnürt, ventral etwas abgebogen und bildet dann
einen verdickten Endteil, an dessen Ausbildung die beiden zwischen sich die
Austrittsöffnung des Innensackes einschliessenden, je eine kleine Beule tragen-
den Seitenteile der Dorsalplatte hauptsächlich beteiligt sind. Die .Ventralplatte
trägt von der Basis her einen feinen Mittelkiel und endet in einer ziemlich stum-
pfen, lappenartig abgebogenen Endzunge. Der Innensack trägt, in der häutigen
Wandung eingebettet, seitlich je eine schmale Chitinspange, die sich kurz vor
der Umstülpstelle hinter einem kleinen Feld kleiner, stumpfer Körnchen verei-
nigen und dann als kurze, lamellenartige Querplatte abstehen.
An 6.3 3,2 mm.
Die Art wurde von Prof. Carlo Lona (Triest) in den È Nord-
ost-Siziliens (Monti Nebrodi) im Gebiet des Mte. Sori in Mai 1937 aufgefun-
den und sei ihrem Entdecker gewidmet. Typen und Paratypen im Museo Ci-
vico di Storia Naturale di Trieste.
61
Baccio BACCETTI
Stazione di Entomologia agraria di Firenze
NOTULAE OR THOPTEROLOGICAE |
IV
SU UN’OPERA DI PIETRO ROSSI DIMENTICATA
DAI SISTEMATICI, E SULLA DATA DI DESCRIZIONE
DEL BACILLUS ROSSIUS ROSSI
Consultando i primi volumi della antica rivista veronese « Memorie di
matematica e fisica della Società italiana » ho avuto la sorpresa di trovarvi un’o-
pera di Pietro Rossi stampata nel 1788 (1), anteriore perciò di due anni alla
ben nota « Fauna etrusca » la cui prima edizione risale al 1790 (2). Tale opera.
porta il titolo « Osservazioni insettologiche del sig. Pietro Rossi, Regio Profes-
sore nell’ Università di Pisa, indirizzate al Sig. Conte d’ Hochenwart, Professore
d’Istoria Politica per le LIS AOR gli Arciduchi Principi di Toscana » ed
occupa nel tomo IV della rivista le pagine da 122 a 149. Ho buoni motivi per
ritenere che questa pubblicazione sia nuova per 1 sistematici, basandomi sul
fatto che non solo essa non è citata in nessuna opera ortotterologica nè in alcun
trattato, ma anche che in essa figura la prima descrizione del Bacillus rossius,
che invece viene dato in tutti i cataloghi come menzionato dal Rossi per la prima
volta nella « Fauna etrusca » (1790) e per la seconda volta nella «Mantissa insec-
torum » (1794) (3): È chiaro perciò che nessuno aveva potuto leggere le « Os-
servazioni insettologiche », di 2 anni anteriori alla prima delle due opere fonda-
mentali del vecchio entomologo toscano.
Pur essendo questa pubblicazione rimasta ignota ai sistematici, essa è
stata, sia pur saltuariamente, citata in letteratura. Per la prima volta ne dette
notizia lo stesso Rossi, nella « «+ etrusca », scrivendo a pag. 260 in calce alla
descrizione del suo Bacillus : « ...Invenitur figura et historia a me exhibita in Actis
Societatis Italicae, tomo IV... ‘ Rois bibliografica molto incompleta (man-
ca, fra l’altro, l’anno di stampa) che ben si comprende non sia stata presa in con-
siderazione. Per esteso la pubblicazione in parola fu citata dal PERCHERON (4)
che la elencò nella sua « Bibliographie entomologique », a pag. 18 del II° volume,
sotto il titolo « Osservazioni insectologiche » e senza data, collocandola, però
di seguito alla « Mantissa » e pertanto presumendola posteriore al 1794. La ci-
tazione fu ripresa poi da H. HAGEN (5) (1863) che la riportò nella sua « Biblio-
theca entomologica » a pag. 93 del secondo volume, lasciando il titolo immutato
ma aggiungendo l’anno di stampa. Infine HORN e SCHENKLING (6), nel 1928
(1) Rossi P., 1788 - Osservazioni insettologiche - Memorie di Matematica e Fisica della So-
cietà Italiana, IV, Verona, pp. 122-149, 13 figg.
(2) Rossi P., 1790 - Fauna etrusca - Tomo I, Liburni, Masi, 272 pp.
(3) Rossi P., 1794 - Mantissa insectorum - Pisis, Polloni, 154 pp.
(4) PERCHERON A., 1837 - Bibliographie entomologique - 'Tomo II, Parigi e Londra, 376 pp.
(5) Hacen H. A., 1863 - Bibliotheca entomologica - II° vol., Leipzig, Engelman, 512 pp.
(6) Horn W. e SCHENKLING S., 1928 - Index Litteraturae Entomologicae - Serie I, vol. III,
Berlin-Dahlem, 1056 pp.
62 B. BACCETTI
trasportarono la citazione di HAGEN nel loro « Index Litteraturae Entomolo-
gicae », a pag. 1018 del III volume.
Le « Osservazioni insettologiche » contengono la segnalazione della cattura
del Strex gigas a Pisa, alcune osservazioni su parassiti di Vespe, sul ragno mura-
tore e sul bruco della Acherontia atropos, oltre alla descrizione originale del
Bacillus rossius (sub Pseudomantis rossia) che riporto per esteso: (7)
« PSEUDOMANTIS Rossia, Baculiformis, Aptera. Habitat Pisis in sepibus vi-
rentibus ad fossas aquarum. Magnitudo juxta aetatem diversa, tota dilute viridis,
glabra; corpore admodum tenui et prelongo, paullo compresso, instar baculi ubique
aequali, et caudam versus annulis distincto, caput inflexum, teres, postice angu-
stum, thoraci connatum. Antennae breves, cylindricae. Ocelli exigui, prominuli,
sphaerici. Os tentaculis quatuor subaequalibus, labio inferiore bifido. Tibiae et fe-
mora longissima, introrsum denticulata, quorum antica crassiora. Alae nullae.
Tarst quinque uti in Manti ».
Tale descrizione fu poi dal Rossi riportata, quasi immutata, nella « Fauna
etrusca » a pag. 259-260; tuttavia permette due osservazioni di indubbio inte-
resse sistematico: fornisce la patria typica della specie (Pisa) tralasciata nell’opera
successiva, ed anticipa di 2 anni la data di istituzione della specie.
Poichè sono in argomento, colgo l’occasione per compiere alcune precisa-
zioni nomenclatorie sul Bacillus rosstus Rossi, che la quasi totalità degli Autori
indicano come Bacillus Rossi Fab. Il FABRICIUS ignorava la specie sia all’epoca dei
suoi primi lavori di sistematica generale (« Systema Entomologiae » (8), del
1775 e «Species Insectorum » (9) del 1731) che all’epoca della pubblicazione
della sua « Mantissa Insectorum » (1787) (10): Per la prima volta trattò della
specie in parola nel II volume della « Entomologia systematica » (11), a pag.
13, nel 1793, riportando chiaramente l’indicazione bibliografica del Rossi:
« Mantis Rossia - Rossi, Fn. Etr., I, 259 ».
Questa specie, se mai, era stata descritta per la prima volta dal CyRILLUS
(12) (1787) sotto il nome di Mantis filiformis, e citata poi sotto lo stesso nome
del PETAGNA (13) (1792, I vol., p. 307); ma risultò nome non valido, essendo la
denominazione preoccupata da Mantis filiformis Fabricius (1787, Mant. Insect.,
I, p. 227, n° 1) designante un Mantide sud americano.
Pertanto la prima descrizione valida risulta quella del Rossi (non solo
quella delle « Osservazioni insettologiche » del 1788, ma anche, fino ad ora, quella
della « Fauna etrusca », di due anni posteriore, ma sempre di tre anni anteriore
alla «Entomologia systematica» di FABRICIUS, e d’altra parte in essa chiaramente
citata). La totalità degli Autori dell’epoca, però, (escluso GRAY G. R. (14), SER-
VILLE (15) e FIEBER (16), che assegnarono la specie al Gray, il quale ne aveva
parlato per la prima volta solo nel 1835) attribuirono la specie al FABRICIUS:
(Pep, dati, i
(8) FaBRICIUS J. C., 1775 - Systema Entomologiae. - Flensburgo e Lipsia, 832 pp.
(9) FaBricius J. C., 1781 - Species Insectorum - Hamburgi et Kilonii, Bohn, 552 pp.
(10) FABRICIUS J. ©: 1787 - Mantissa Insectorum - Tomo I, Hafniae, 348 pp.
(11) FABRICIUS J. C., 1793 - Entomologia systematica - "Tomo II, Hafniae, 519 pp.
(12) CyRyLLUS D., 1787-1792 - Entomologiae Neapolitanae Specimen primum - Napoli,
8 pp., 12 tavv.
(13) PETAGNA V., 1792 - Institutiones entomologicae. - Napoli, Vol. II, pp. 12+718+10.
(14) Gray G. R., 1835 - Synopsis of the Species of Phasmidae. - London, Longman, 48 pp.
(15) SERVILLE - AUDINET J. G., 1839 - Histoire Naturelle des Insectes Orthoptéres. (Suites
a Buffon), Paris, Roret, 776 pp.
(16) FieBER F., 1854 - Synopsis der europdischen Orthopteren. - Prag, Gerzabek, 78 pp.
SUL BACILLUS ROSSIUS 63
a cominciare da LATREILLE (17), CHARPENTIER (18), e BURMEISTER (19) fino a
Von SIEBOLD (20), FiscHER (21), YERSIN (22) che attinsero dai precedenti Au-
tori, e fino ai più recenti e classici cataloghi del BOLIVAR (23) (1876), del BRUN-
NER (24) (1882), del FINOT (25) (1883 e 1890). È interessante rilevare che tutti questi
Autori riportavano fra i sinonimi « Mantis Rossia, Rossi» senza citare la data
dell’opera, ma ponendola sempre di seguito a quella del FaBrICIUS. Finalmente
Fig. 1
Figura originale, in bianco e nero, di Bacillus rossius Rossi (da Rossi, « Osservazioni insettologiche »,
1788, fig. VI). La figura venne riportata, questa volta a colori, nella « Fauna etrusca » (1790) con
lievi modifiche, la saliente delle quali consistente nella abolizione di uno dei segmenti addominali
(che da 10, come nella figura qui riprodotta, furono portati a 9). Nella edizione di Hellwig ed
Illiger della « Fauna etrusca » (1795) venne mantenuta la figura del 1790
Kirpy (26) restituì alla specie denominazione ed autore originali: Bacillus Ros-
. sia Rossi; CHOPARD (27) nella I edizione della « Faune de France » seguì KIRBY
(B. Rossit Rossi), ma tutti gli altri Autori di opere d’insieme o di cataloghi suc-
cessivamente continuarono a citare FABRICIUS come autore del Bacillus rossi :
(17) LATREILLE P. A., 1804 - Histoire naturelle generale et particulière des Crustacés et des
Insectes. - Paris, Dufart, 421 pp.
(18) CHARPENTIER T., 1825 - Horae entomologicae. - Wratislaviae, pp. XVI-261, 9 tavv.
(19) BURMEISTER H., 1839 - Handbuch der Entomologie. - II vol., Berlin, pp. XII+ 1050.
(20) Von SıEBoLD C. T. E., 1843 - Bemerkungen ueber eine den Bacillus Rossii bewohnende
Schmarotzer Larve. - Zeit. f. d. Ent. IV, pp. 389-394.
(21) FISCHER F., 1853 - Orthoptera europaea. - Lipsiae, Engelmann, XX +455 pp., 19 tavv.
(22) YERSIN A., 1859 - Note sur quelques Orthoptères nouveaux ou peu connus d’ Europe. -
Ann. Soc. Ent. France, III ser., T. VIII, pp. 509-537, I tav.
(23) BoLıvar I., 1876 - Synopsis de los Orthopteros de España y Portugal. - Madrid, 334
DB: % tay;
(24) BRUNNER VON WATTENWYLL C., 1882 - Prodromus der Europdischen Orthopteren. -
Leipzig, Engelmann, 446 pp., XI tavv.
(25) FINOT A., 1883 - Les Orthoptères de la France. - Paris, 195 pp.
FINOT A., 1890 - Faune de la France. Insectes Orthopteres. - Paris, pp. 322, 13 tavv. Cfr. p. 93.
(26) Kirpy W. F., 1904 - A synonymic Catalogue of Orthoptera. - Vol. I, London, 501 pp.
(27) CHoparp L., 1922 - Faune de France. 3 Orthoptères et Dermaptères. - Paris, Leche-
valier, 209 pp., 466 pp.
64 B. BACCETTI
<P
da BRUNNER e REDTENBACHER (28), TUEMPEL (29) (1922) e SILVESTRI (30) (1934)
fino allo stesso CHoPARD (31) nella II edizione della « Faune de France ».
Naturalmente tale stato di cose, sancito dai cataloghi più autorevoli, si
è ripercosso sulle opere faunistiche minori e sui trattati di entomologia generale
pubblicati via via, facenti riferimento, progressivamente, al catalogo più recente.
Io penso che, anche volendo applicare le leggi della nomenclatura con suf-
ficiente elasticità per non complicare eccessivamente le cose, la specie debba es-
sere denominata
Bacillus rossius aitribuita al Rossi e datata 1788.
Volendo applicare strettamente il Codice Internazionale di Nomencla-
tura Zoologica, però, al genere Bacillus (LATREILLE, 1825) (32) dovrebbe andare
la denominazione Pseudomantis (Rossi, 1788), assai anteriore, sin’ora scono-
sciuta poichè il Rossi stesso, nel 1790, incluse la specie nel genere Mantis,
preesistente, perchè creato dal LINNE’ con M. religiosa genotipo. Successivamente
al genere Mantis fu tolta la specie rossia, per la quale il LATREILLE coniò il
genere Bacillus, non conoscendo il precedente Pseudomantis, nome valido.
Però SAUSSURE (33) nel 1869 istituì un nuovo genere Pseudomantis (non
conosceva evidentemente l’opera del Rossi) che è stato conservato per indicare
un gruppo di Mantidi Africani ed Australiani. Pertanto Pseudomantis (SAUS-
SURE 1869) sarebbe nome non valido perchè preoccupato, Bacillus cadrebbe in
sinonimia con Pseudomantis (sensu Rossi 1788) e per il genere Pseudomantis
(sensu AA.) andrebbe coniato un nome nuovo. Questo però complicherebbe
eccessivamente le cose, e pertanto, in omaggio alla denominazione generica più
diffusa, mi limito a segnalare il fatto senza applicare strettamente le leggi nomen-
clatorie.
(28) BRUNNER Vv. WATTENWYL K. & REDTENBACHER J., 1908 - Die Insektenfamilie der
Phasmiden. - Leipzig, 589 pp., 27 tav., cfr. p. 33-34.
Questi autori, unici nella letteratura, indicano (p. 34) come sinonimo di Bacillus rossii Fab. :
« Plocaria (sic!) domestica, SCOPOLI, 1786. Delic. F. et Fl. Insubr. I, p. 60, pl. 24, Fig. A.» ed
aggiungono: « Diese bekannteste unter allen Phasmiden sollte nach den Regeln der Prioritat
eigentlich den Speziesname » domestica « Scopoli führen; » ma preferiscono mantenere il nome
«Rossii» perchè il più diffuso nella letteratura. È evidente che questi AA. non conoscevano de visu
l’opera di Scopoli, anche se la citano nell’elenco bibliografico (p. 18).
A parte il fatto che la diagnosi e le figure dello ScoPOLI si riferiscono chiaramente all’ Emit-
tero Reduvide Ploiaria domestica, questa questione sinonimica era stata discussa per lettera proprio
dallo ScopoLi e dal Rossi. Quest'ultimo infatti riporta in nota nelle « Osservazioni insettologiche » .
la frase seguente di una lettera dello SCOPOLI a lui indirizzata: « ...L’insetto del quale ricevei la
figura a prima vista lo credei la mia Plojaria descritta nel I° Tomo delle mie Deliciae Insubricae,
ma esaminandolo poi attentamente lo trovo diverso non solamente dalla Plojaria, ma eziandio
da ogn’altro genere di Insetti finora conosciuto ». A tale frase dello SCOPOLI (al quale il Rossi
aveva inviato per conferma una figura del suo Bacillus, prima di darne la descrizione) Rossi ag-
giunge il seguente commento: « ...Non so poi come anco a prima vista il disegno da me mandato
al sig. prof. SCOPOLI potesse fargli illusione a segno d’essere preso per la mia Plojaria... ». Come si
vede la sinonimia fra la Plojaria di ScoroLı ed il Bacillus di Rossi era stata già esclusa dai due Au-
tori medesimi prima ancora che quest’ultima specie venisse descritta.
(29) TUEMPEL R., 1922 - Die Geradfliigler Mitteleuropas. - II ed., Gotha, 325 pp. 94 figg.
23 tavv.
(30) SILVESTRI F., 1934 - Compendio di entomologia applicata. - Vol. I, parte I, Portici,
Della Torre, 448 pp., 414 figg.
(31) CHoparp L., 1951 - Faune de France. 56. Orthopteroides. - Paris, Lechevalier, 359
PP., 531 figg.
(32) LATREILLE P. A., 1825 - Familles naturelles du Règne animal. - Paris, Bailliere, pp. 570.
Cir, pi 412. O
(33) SaussuRE H. DE - 1869 - Essai d’un système des Mantides. - Mitt. Schw. Ent. Gesell.,
TIL, “pp: 40-73) Cir. 2: 56;
65
ALESSANDRO FOCARILE
SISTEMATICA, ECOLOGIA E GEONEMIA
DEI PAEDERUS del Subgen. PAEDERIDUS ITALIANI
(Col. Staphylinidae)
Il Subgen. Paederidus Muls. et Rey è rappresentato in Europa da due
sole specie: P. rubrothoracicus (Goeze), e P. ruficollis (F.). E noto come entram-
be presentino delle difficoltà per la loro esatta distinzione, e ciò soprattutto per-
chè gli Autori finora hanno utilizzato unicamente caratteri esoscheletrici e cro-
matici. Come in molti altri casi, per classificare questi Staphylinidae si ricorre
tuttora ad opere generali che risentono ormai della loro età, quali il GANGLBAUER
(Käf. Mitteleur.), il REITTER (Fna Germ.), il Kunnrt (Ill. Tab. Käf. Deutsch.), il
Porta (Fna Col. Ital.). |
Per tali ragioni e soprattutto in considerazione del fatto che P. rubrotho-
racicus e P. ruficollis sono specie largamente diffuse e frequenti, era necessaria
una più accurata indagine morfologica che portasse, se possibile, ad una corretta
identificazione di ciascuna entità tassonomica. |
Nel presente studio è stato di particolare interesse il riscontrare che sono
presenti dei caratteri eso- ed endoscheletrici di sufficiente costanza, particolar-
mente nella conformazione dei denti delle mandibole, nella morfologia degli
ultimi uriti addominali dei due sessi, e nelle sclerificazioni dell’endofallo. Merita
infine notare che P. rubrothoracicus e P. ruficollis hanno in generale esigenze eco-
logiche del tutto differenti (come vedremo), tali cioè da permettere già sul ter-
reno una quasi sicura distinzione delle due specie. |
Grazie all'esame di un ricco materiale, credo di poter dare inoltre un qua-
dro abbastanza completo ed aggiornato della geonemia delle due specie in Ita-
lia. A questo proposito desidero porgere un vivo ringraziamento a quanti mi
hanno facilitato il presente studio, e precisamente: al compianto Dr. Ferdi-
nando Solari (Genova) che mi permise l’esame del materiale conservato nella
coll. Dodero, al Dr. F. Capra (coll. Museo Civ. Storia Natur. Genova, e coll.
Mancini), al Dr. E. Moltoni (coll. Museo Civ. Storia Natur. Milano), B. Bari
(Como), G. Binaghi (Genova), P. C. Brivio (Monza), M. Cerruti (Roma), D.
Danti (Milano), Dr. G. Mariani (Milano), L. Tamanini (Rovereto), Dr. R.
Zanchi (Giulianova), Prof. P. Zangheri (Forlì).
GENERALITA’ SULLA MORFOLOGIA ADDOMINALE E SUGLI ORGANI GENITALI dd
L’addome si compone di 10 uriti, dei quali il 7° morfologico (cioè 5° vi-
sibile) è caratterizzato da una stretta bordatura biancastra al margine posteriore
del suo tergite (caratteristica comune a tutti gli Staphylinidae macrotteri).
Nei SS 1°8° urosternite (6° visibile) ha, quale carattere dimorfico sessuale
(Fig. I, 3) una incavatura a lati quasi paralleli, più o meno approfondita, al mar-
gine posteriore. Il 9° urotergite è diviso in due emitergiti largamente divaricati,
ciascuno prolungato in punta attenuata e fittamente setolosa.
Nelle 99 il 9° urotergite (Fig. I, 4) è diviso in due da una linea mediana,
ed è prolungato in due lunghi stili (sensu Jeannel e Paulian 1944, Silvestri 1945,
Gridelli 1947, palpi vaginali sensu Auct.) fittamente setolosi. La parte laterale
66 A. FOCARILE
del 9° urotergite si ripiega ventralmente, abbracciando il 9° urosternite, che pre-
senta pure una fitta setolosità su tutta la superficie, e la cui forma è pressocchè
simile nelle due specie qui considerate (1).
In entrambi i sessi è presente il 10° urotergite, mentre manca il 10° uro-
sternite.
L’insieme costituito dal 9° urite e dal 10° urotergite risulta più o meno
invaginato (nei due sessi) nell’8° urite, a seconda delle condizioni dell’insetto.
Il fallo a forma di scafo (Figg. II, 5 e III, 10), ha i lati paralleli e più o
meno convergenti verso l’apice. I parafalli sono saldati sul dorso del mesofallo
per quasi tutto il loro sviluppo, salvo una piccola parte della loro estremità distale
che è libera e sporge dal mesofallo. Visto in posizione di riposo e ventralmente,
il mesofallo ha i lati che si ripiegano all’insù a scafo. Questi lati sono saldati ad
una membrana poco chitinizzata che si ispessisce verso l’estremità in un opercolo
il quale copre il poro distale del mesofallo, come in molte specie del gen. La-
throbium.
L’endofallo (Fig. I, 1 e 2) è costituito da un sacco membranoso le cui pareti
presentano una lunga sclerificazione nastriforme diversamente foggiata nelle due
specie, e che offre un sicuro carattere diagnostico distintivo. Detto sacco mem-
branoso contiene inoltre un pezzo fortemente sclerificato che denomino per il
momento pezzo x, ignorandone il significato morfologico.
SISTEMATICA
Paederus (Paederidus Muls. Rey 1877) rubrothoracicus (Goeze).
(Entom. Beytr. 1777, I, p. 730; sinon.: ruficollis Er. nec F., sanguinicollis Steph.).
P. sanguinicollis (Steph.), Ganglbauer (Käf. Mittel.) 1895, II, p. 536
» rubrothoracicus (Goeze), Ste Claire Deville (Col. Bass. Seiner 1907, p. 134.
» sanguinicollis (Steph.), Reitter (Fna Germ.) 1909, II, p. 153.
» rubrothoracicus (Goeze), Junk (Col. Catal.) 1910, p. 203.
» sanguinicollis (Steph.), Porta (Fna Col. It.) 1926, II, p. 71.
» rubrothoracicus (Goeze), Luigioni (Cat. Col. It.) 1929, p. 206.
Cranio rotondeggiante, tempie largamente arrotondate.
Mandibole con 1 due denti interni ugualmente sviluppati. (Fig. II, 9).
Labbro superiore con il margine anteriore irregolarmente cre-
nellato, al centro con smarginatura largamente triangolare e quasi indistinta,
con una spinula poco pronunziata (Fig. II, 6) (1).
Antenne con articoli proporzionalmente più allungati, bleu scuro
metalliche, parte inferiore dei primi due articoli bruno rossastra, o bruno pece.
Elitre con punteggiatura peno fitta e più regolare, pubescenza comple-
tamente nera su tutta la superficie superiore, giallastra o rossastra sulle epipleure,
uniformemente coricata, omeri più ‘pronunziati.
Ali proporzionalmente più lunghe, con nervature più sclerificate, areole
opacizzate (oltre allo pterostigma) più evidenziate.
(1) In P. rubrothoracicus e in P. ruficollis (come pure in altre specie di Paederus s. str. quali
fuscipes, litoralis, limnophilus) il 9° urosternite della £ è costituito da una placca integra, mentre
in P. melanurus esso è diviso in due emisterniti da una linea mediana.
(1) Per apprezzare chiaramente questo carattere, è bene divaricare le mandibole, incli-
nando l’insetto verso la sorgente luminosa. In esemplari vecchi si può osservare una crenellatura
quasi obliterata, tuttavia è sempre evidente la mancanza di una spinula acuta e ben evidenziata.
PAEDERUS 67
8° urotergite (cioè il 6° visibile) quasi quadrangolare, con estre-
mità inferiore, più strettamente attenuata.
8° urosternite all’estremità inferiore con smarginatura più pro-
fonda, ed a lati quasi paralleli (Fig. II, 7).
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Fig. I - 1. endofallo di P.Fruficollis (Certosa di Pesio, Piemonte), x = pezzo x - 2. endofallo
di P. rubrothoracicus (Strevi f. Bormida, Piemonte), x = pezzo x - 3. ultimi uriti addominali del
d in visione ventrale, di P. rubrothoracicus (8° us. = 8° urosternite, 9° us. = 9° urosternite, 9°
ut. = 9° urotergite, fa — fallo) - 4. id. della 9, parzialmente estroflessi ad arte, stesse abbreviazioni
della fig. 3 (st. 9° ut. = *stili del 9° urotergite).
Fallo più robusto più tozzo. Parafalli saldati al mesofallo su quasi tutta
la loro lunghezza, eccettuata l’estremita distale di essi che è libera, più attenuata,
con alcune setole simmetricamente disposte lungo il margine esterno (Fig. II, 5).
68 A. FOCARILE
Endofallo (Fig. I, 2) contenente una lunga sclerificazione nastriforme
variamente ripiegata, che a metà circa del suo sviluppo si biforca in due parti.
Pezzo x fortemente chitinizzato, opaco, la cui forma risulta dalla Fig. I, 2. (1).
Fig. II. - P. rubrothoracicus (Goeze) di Erve (Lomb.) 5. fallo in visione dorsale - 6. labbro su-
periore del 3 - 7. 8° urosternite del $ - 8. 9° e 10° urotergite della $ in visione dorsale - 9. man-
dibola destra
0 69 urosternite triangolare, a lati regolarmente convergenti verso
l'estremità inferiore che è leggermente appuntita.
7° urosternite allungato e lanceolato.
(1) Queste sclerificazioni sono contenute, allo stato di riposo, nell’endofallo, e ciò collima
con l’esamé di tutte le altre specie di Paederus s. |. italiani. Fa solo eccezione il P. melanurus Ar.,
il quale ha dette sclerificazioni più fortemente chitinizzate e permanentemente estroflesse dal
poro distale del mesofallo.
PAEDERUS 69
9° urotergite con le estremita degli stili e le setole distali gialla-
sire (e. IE,
10° urotergite esile ed allungato, con l'estremità appuntita.
Cranio, elitre ed addome di un bel bleu scuro metallico (ra-
ramente con riflessi violacei o nerastri). Pronoto rossastro.
Statura più robusta, più snella: mm. 8 - 10.
Fig. III. - P. ruficollis (F.) di Borgosesia (Piem.) 10. fallo in visione dorsale - 11. labbro superiore
del 3 - 12. 8° urosternite del 4 - 13 9° e 10° urotergite della 2 - 14. mandibola destra
Paederus (Paederidus Muls. Rey 1877) ruficollis (F. nec Er.)
(Spec. Ins., 1781, I, p. 339; sinon.: gemellus Kraatz).
P. ruficollis + gemellus (Kr.), Ganglbauer, (1 c.) p. 537.
» ruficollis (F.), Ste Claire Deville (1. c.) p. 134.
» ruficollis (F.) + gemellus (Kr.), Reitter (l. c.) p. 153.
» ruficollis (F.), Junk (l. c.) p. 203.
» ruficollis (F.) + gemellus (Kr.), Porta (l. c.) p. 71.
» ruficollis (F.), Luigioni (l. c.) p. 206.
Cranio piuttosto ovoidale, tempie leggermente convergenti verso il
collo.
70 A. FOCARILE
Mandibole coni due denti interni in generale asimmetrici: il dente
anteriore è più piccolo e meno sviluppato del dente posteriore (Fig. III, 14).
Labbro superiore con il margine anteriore irregolarmente cre-
nellato, al centro con smarginatura largamente triangolare, e quasi regolare,
con una spinula ben evidenziata e sporgente (Fig. III, 11) (Per quanto riguarda
la crenellatura, cfr. nota sub P. rubrothoracicus).
Antenne con articoli proporzionalmente più corti, nerastre, parte
inferiore (e talvolta superiore) dei primi due articoli bruno rossastra o bruno
pece:
Elitre con punteggiatura più fitta ed irregolare, pubescenza bianco-
giallastra (o rossastra) ai bordi (epipleure comprese), nera al centro, con alcune
setole nerastre più lunghe e ben visibili di profilo, omeri più arrotondati.
Ali proporzionalmente più corte, con nervature meno sclerificate, tal-
volta a decorso poco distinto, areole opacizzate (oltre allo pterostigma) indistinte.
8° urotergite piuttosto trapezoidale, con estremità inferiore più
largamente attenuata.
8° urosternite all’estremità inferiore con smarginatura più sva-
sata e meno approfondita (Fig. III, 12).
Fallo più corto, a lati più parallelii Parafallı saldati al mesofallo
come in P. rubrothoracicus, estremità distale più tozza, con alcune setole simme-
tricamente disposte lungo il margine esterno, ed una setola posta sull’estremità
distale di ciascun parafallo.
Endofallo (Fig. I, 1) contenente una sclerificazione nastriforme più
tozza. Pezzo x distintamente con squame, opaco e fortemente chitinizzato.
® 6° urosternite a lati sinuosamente convergenti verso l’estremità
inferiore che è largamente arrotondata.
7° urosternite più tozzo, meno assottigliato all’estremitä inf.
9° urotergite uniformemente nero, salvo alcune setole giallastre
all'estremità degli stili (Fig. III, 13).
Cranio ed elitre di un bel bleu scuro metallico, addome nero
metallico. Pronoto rossastro.
Statutra minore: tam, 65 - 32
ECOLOGIA
Da quanto mi è noto, Ste Claire Deville (1907) è stato il primo Autore a
specificare molto dettagliatamente il comportamento ecologico delle due specie
di Paederus qui studiate. Per il bacino della Senna, l'A. francese osserva (1. c.)
che P. rubrothoracicus si ritrova ai bordi delle acque correnti, sui banchi di ghiaia,
senza distinzione di terreni, mentre P. ruficollis si ritrova ai bordi dei fiumi,
sorgenti, e stagni d’infiltrazione nelle dune marine, precisando inoltre « ... exclu-
sivement sur le sable pur et le gravier siliceux fin... »
Come ho potuto osservare in molte occasioni, le due specie sono spesso
presenti nella medesima località, però occupano due biotopi con caratteristiche
completamente diverse, anche se talvolta questi biotopi non sono sempre netta-
mente separati, e tendono a compenetrarsi vicendevolmente. In particolare presso
le acque correnti ad alveo ghiaioso-ciottoloso, si determinano verso l’interno delle
rive, delle zone di deposizione dei materiali più minuti (sabbia, limo, argilla)
PAEDERUS 7
trasportati dalla corrente in regime di piena. E da rilevare che tali zone possono
essere già ricoperte da un rado arbusteto, specialmente a Salix sp., e strato er-
baceo a Epilobium dodonei, Xanthium italicum, Tussilago farfara, etc., questo
almeno nel bacino padano.
Su questo tipo di terreno si raccoglie in generale solo P. ruficollis, mentre
sulle vicine rive, ed in tutta prossimità della corrente, è presente solo P. rubro-
thoracicus. Quest'ultima specie è da considerarsi pertanto un vero elemento reo-
filo, per il quale è di fondamentale importanza l’immediata vicinanza dell’ambien-
te reico, senza troppo rigide limitazioni per quanto riguarda la natura granulo-
metrica del terreno delle rive. P. rubrothoracicus si ritrova presso fiumi e torrenti,
insieme con altri tipici elementi ripicoli-reofili, come si può rilevare qui di se-
guito:
Ponte Ticino (f. "Ticino, Lombardia), rive a grossi ciottoli misti a ghiaia gros-
solana:
Nebria picicornis Tachys sexstriatus
Bembidion punctulatum Perileptus areolatus
» decorum ticinense Stenus bipunctatus
» modestum Tachyusa sp.
» testaceum Paederus rubrothoracicus
» Andreae Bualet
foce f. Agri (Lucania), rive sabbioso-argillose, con brevi settori ciottoloso-ghia-
10S1:
Nebria psammodes sbsp Omophron limbatum
Bembidion dalmatinum sbsp. Stenus bipunctatus
» Andreae sbsp. Tachyusa sp.
» Genet sbsp. Paederus rubrothoracicus
Tachys sexstriatus
Lungo i torrenti submontani alpini, P. rubrothoracicus fa parte di una
tipica associazione ripicola caratterizzata da: Bembidion conforme, B. tibiale,
B. tricolor, Platynus cyaneus, Deleaster dichrous.
Nel greto del f. Toce (Domodossola, Piemonte), presso bracci morti del
fiume (cioè presso acque ferme), ho raccolto invece (su terreno argilloso-sabbio-
so) P. ruficolhs insieme con: i
(Nebria picicornis) Stenus biguttatus
Omophron limbatum Pelochares versicolor
Bembidion azurescens
citando solo le specie che vivono nello strato basale, ad esclusione di quelle sca-
vatrici (proprie dello strato sottobasale) quali: Dyschirius e Bledius spp. plur.,
Liodes pallens, Micilus murinus etc.
Ho notato queste differenti esigenze ecologiche delle due specie non solo
nelle localita gia specificate, ma anche a Colico (Lago di Como), Monvalle (La-
veno, Lago Maggiore), Fondotoce (f. Toce), Borgosesia (f. Sesia), f. Biferno
(Molise), f. Basento (Lucania).
BaTOR e SCHMOELZER (1954) che hanno investigato dal punto di vista
biosociologico le associazioni ripicole di artropodi alla foce del f. Toce nel Lago
72 A. FOCARILE
| Maggiore (Piemonte), citano tra l’altro anche P. ruficollis (1) quale componente
di una tipica sinusia di riva sabbiosa, caratterizzata da:
Bembidion pygmaeum (Bembidion azurescens)
» 4-maculatum >» articulatum
» foraminosum Stenus bipunctatus
) striatum » biguttatus
etc.
Avendo raccolto il 4.10.1951 nella medesima località (2) posso dire che
la determinazione del Paederus (citato da BATOR e SCHMOELZER) è molto proba-
bilmente errata, dato che gli esemplari da me rinvenuti, insieme con quasi tutte
le specie sopra citate, sono dei P. rubrothoracicus. Questa più esatta determina-
zione avvalorerebbe il carattere spiccatamente reofilo dell’associazione in parola,
come del resto era nell’intenzione dei due AA. austriaci.
È da rilevare infine che il differente comportamento ecologico di P. rufi-
collis, rispetto a quello di P. rubrothoracicus, ha dei riflessi anche sulla morfologia
delle elitre, che hanno gli omeri meno pronunziati, in conseguenza del minore
sviluppo alare, pur avendo anche P. ruficollis ali potenzialmente funzionali.
GEONEMIA
La geonemia delle due specie qui studiate, pur essendo nota in grandi li-
nee, andrebbe riveduta criticamente alla luce dei caratteri tassonomici illustrati
nel presente lavoro, in particolar modo con l’esame dei caratteri offerti dall’en-
dofallo. Nelle collezioni le due specie sono spesso confuse, e ciò potrebbe aver
originato anche delle citazioni faunistiche inesatte.
Per quanto riguarda le popolazioni nord-africane, queste andrebbero ri-
vedute, poichè non sono da escludere ulteriori suddivisioni dell’entità tasso-
nomica finora accettata (P. ruficollis F.). Nelle collezioni entomologiche del Mu-
seo di Storia Naturale di Milano, sono conservati alcuni esemplari di Paede-
ridus del Marocco (leg. Koch), con cartellino manoscritto del KocH: « P.
Antoinei n. sp. », specie sicuramente in litteris, e della quale purtroppo non mi
è stato possibile esaminare i caratteri endoscheletrici.
P. (Paederidus) rubrothoracicus (Goeze)
| Europa centro-meridionale (assente nelle Isole Britanniche, Corsica e
Sardegna, sec. STE CLAIRE DEVILLE 1907), Caucaso (GANGLBAUER), Asia Minore
(JUNK), Abissinia (STE CLAIRE DEVILLE I. c.) (3), Albania!, Portogallo!, Iran! STE
CLAIRE DEVILLE lo cita anche dell'Algeria e della Tunisia. Ignoro l’origine di
questa citazione, dato che FAUVEL (1886) e BEDEL (1890) non comprendono P.
rubrothoracicus nei loro cataloghi. Nè la specie è citata da ESCALERA per il Marocco
Spagnolo, da ZAVATTARI e da Koch per la Libia, da Koch per l'Egitto.
(1) 1. c. «Ein angesprochenes Ufertier, das sein Vorkommen über das gesamte Arbeitsge-
biet andehnt, ist Paederus ruficollis F. ».
(2) Il lavoro di BATOR e SCHMOELZER è corredato da uno schizzo topografico che riporta tutte
le stazioni investigate lungo il f. Toce.
(3) È probabile che questa citazione si riferisca al P. Fauveli Qued.
PAEDERUS
Località italiane controllate (1):
Venezi
Veneto:
Valli di Pasubio (coll. Br.).
73
a Giulia: Pieris (f. Isonzo), Versa, Villa Decani (F. Risano) (coll. M.M.).
Maserada (f. Piave, coll. Foc.), Raccolana (coll. M.M.), Recoaro (coll. Dod.),
Fig. IV. - Distribuzione in Italia del P. rubrothoracicus (Goeze). Sono punteggiate le aree oltre
Trentino - Alto Adige:
d’Adige (coll. Tam.), Bressanone (coll. Peez), Mules (coll. Bari).
dia: Cogno (coll. Dod.), Sondrio (coll. Cerr.), Schilpario (coll. Bin.) Piazza
Brembana, Camerata Cornello (coll. Bari), Colico (coll. Foc.), Cremeno (coll. Bin.), Introbio
Lom bar
(ay <MLG,
M.M.
Bari
Bin.
Bé,
Cerr.
Dan.
Museo St. Nat. Genova
Museo St. Nat. Milano
B. Bari (Como)
G. Binaghi (Genova)
P. C. Brivio (Monza)
M. Cerruti (Roma)
D. Danti (Milano)
1 500 m.
Avio (coll.
Dod.
Foc.
Manc.
Mar.
Peez
Tam.
Zan.
Zang.
A.
Bin.), Caldonazzo (coll.
Dodero (Genova).
coll. dell’A.
€.
Mancini (Genova).
. Mariani (Milano).
. von Peez (Bressanone).
G
A
ia
R
E.
Tamanini (Rovereto).
. Zanchi (Giulianova).
Zangheri (Forlì).
MG.),
Lana
74 A. FOCARILE
(coll. Bari), Varenna (coll. Bin.) Val Galavesa (Mte Resegone, coll. Dan. e Foc.), Pontelambro
(coll. Bari), Luino (coll. Susini), Paderno d’Adda, Sarago, Carvico (coll. Bin.), Somma Lombardo
(coll. Zan.) Ponte Ticino (coll. Foc.), Abbiategrasso (coll. Bin.), Segrate (coll. Foc.), Bisnate
(coll. Zan.), Paullo, Lodi (coll. Dan.), confluenza Po-Oglio (coll. Mar.).
Piemonte: Intra (coll. M. G.), Pallanza (coll. M. M.), Fondotoce (coll. Foc.), Re
(coll. Dan.), Borgosesia, Rosazza (coll. Foc.), Sant. Oropa (coll. Dod.), Chivasso (coll. Foc.),
Venaria Reale, Torino dint., Moncalieri (coll. M. G.), Praly Germanasca (coll. Bin.), Vinadio
(coll. Manc.), Val Pesio (coll. M. G.), Ormea (coll. Manc.), Acqui (coll. Bin.), Strevi (coll. Foc.),
Gavi, Ovada, Stazzano (coll. M. G.), Arquata Scrivia, Varinella Scrivia (coll. Manc.), Cassano
Spinola (coll. Bin.), Tortona (coll. Dan.), Gremiasco Val Curone (coll. Foc.).
Emilia - Romagna: Casinalbo (coll. Foc.), Spilamberto (coll. Manc.), Parma
(coll. Cerr.), Collagna (coll. M. G.), Felegara (coll. Dan.), Fornovo (coll. Dod.), Lugagnano
d’Arda (coll. Mar.), Ponte Organasco, Cerignale Val Trebbia (coll. Dod.), Isola (S. Sofia), S
Savino (coll. Zang.).
Liguria: Ameglia (coll. Manc.), Mte Misurasca (coll. Dod.), Mte Antola, Casella
(coll. Manc.), Genova dint. (coll. M.G.), Isoverde (coll. Dod.), Viganego (coll. Dod.) Sarissola,
Busalla (coll. M.G.), Voltri (coll. M. G.), Cairo Montenotte (coll. Cerr.), Badalucco i; Bin.).
Toscana: Arni, Stazzema, Petrosciana, Marina di Massa (coll. Manc.), S. Marcello
Pist., Firenze, Camaldoli (Casentino, coll. M. GY Arezzo (coll. Manc.).
Umbria: Lippiano (alluv. Tevere), Perugia (coll. Manc.).
Marche: Loreto (coll. Cerr.), Genga (coll. Dod. e M.M.), Macerata, Montemonaco
(coll Bin.)
Abruzzo - Molise: Giulianova (coll. Zan.) Pennapiedimonte (coll. Foc.), Cara-
manico (coll. Bin.), Guglionesi (f. Biferno, coll. Foc. e Mar.). |
Lazio: Roma-Acilia, Riofreddo, Mandela (coll. Cerr.).
Lucania: f. Agri e f. Basento (ponti della Strada Stat. Ionica), coll. Foc. e Mar.
Calabria: Sambiase (coll. Manc.), Fiumarella (Catanzaro) (coll. Bin.), Camigliatello
(coll. Dod.).
Inoltre mi sono note le seguenti località extra-italiane: Francia (Digne, coll. Tam.) - Por-
togallo (Evora, coll. M. G. e M. M.) - Albania (Scutari, Ura Zezes, coll. M. M., Petrela, coll.
Tam.) - Iran (Teheran, coll. M. G.).
Come risulta dalle località controllate e dall’unita cartina, P. rubrothora-
cicus mi è sicuramente noto di quasi tutta Italia, ad eccezione della Sardegna
(dove manca), della Puglia, della Campania e della Sicilia. Queste lacune sono
senza dubbio da attribuire a difetto di ricerche. Per la Puglia è da rilevare tut-
tavia la mancanza di una idrografia superficiale, e forse si potrà ritrovare questa
specie lungo i fiumi appenninici che sboccano del Tavoliere (Ofanto, Candelaro,
Carapelle). Per la Sicilia, Ragusa (Cat. Col. Sic. p. 197) lo cita come la specie
più comune «...in primavera presso tutti i torrenti e fiumi dell’isola ».
Il quadro distributivo qui accennato, ci permette di rilevare in Italia la
presenza di questa specie dal livello del mare (Pieris, Ventimiglia), sino ai torrenti
submontani (Camaldoli 1000 m., Sant. Oropa 1180 m., Camigliatello 1250
m., Praly Germanasca 1372 m.). Di particolare interesse la mancanza nella par-
te più bassa (cioè delle alluvioni sottili) della pianura padana (1). P. rubrotho-
racicus difatti non è mai stato rinvenuto nelle numerose stazioni finora investi-
gate lungo il corso del f. Po (tra Chivasso ad Ovest e Borgoforte ad Est), e credo
pertanto che esso manchi effettivamente nella fauna ripicola di questo fiume.
Lungo il corso inferiore dei fiumi lombardi meglio esplorati finora (Ticino e
Adda), questa specie non è più rinvenibile al disotto della isoipsa dei 75 m. cir-
ca, che segna pressapoco (su questi fiumi) il limite tra rive ghiaioso-ciottolose
e rive argillo-sabbiose. Noto per inciso che al disotto di tale isoipsa è assente
Nebria picicornis, altro caratteristico elemento delle rive ad alluvioni grossolane.
(1) È da ritenersi accidentale il ritrovamento di un unico es. alla confl. Po-Oglio, probabil-
mente fluitato in periodo di piena.
PAEDERUS 75
| P. (Paederidus) ruficolhs (F.).
Europa centro-meridionale (a Nord sino alla Svezia merid. ed alla Dani-
marca, teste Cat. Col. Daniae et Fennosc. 1939), assente nelle Isole Britanniche
e nelle grandi isole del Mediterraneo (STE CLAIRE DEVILLE 1907) (1), Spagna!,
Fig. V. - Distribuzione in Italia del P. ruficollis (F.). Sono punteggiate le aree oltre i 500 m.
Marocco Spagnolo (EscALERA 1914), Marocco Francese!, Algeria (FAUVEL 1886),
Tunisia!, Caucaso!, Asia Minore, Persia, Turkestan, Abissinia (BEDEL 1890),
Asia Centrale (STE CLAIRE DEVILLE 1907).
Località italiane controllate (abbreviazioni come per P. rubrothoracicus) :
Venezia Giulia: Rodik (f. Risano), Branizza (f. Vippacco, coll. M. M.), Pieris,
Isola Morosini (coll. Manc.).
Veneto: Maserada (f. Piave, coll. Foc.), foce f. Piave, Caorle, Padova (coll. M. M.),
Piazzola s. Brenta (coll. M. G.), Chiuppano f. Astico (coll. Bin.), Valli di Pasubio (coll. Br.),
(1) STE CLAIRE DEVILLE voleva riferirsi probabilmente alla Corsica, Sardegna e Sicilia. A
me però sono noti esemplari di Palermo.
76 A. FOCARILE
Chiuppano f. Astico (coll. Bin.), Valli di Pasubio (coll. Br.), Recoaro (coll. Dod.), Recoaro (coll.
Dod.).
Trentino - Alto Adige: Rovereto: (coll. Fam), ‘Trento (coll M G.), Lo-
drone (coll. Manc.), Gleno (coll. Cerr.), Bressanone, Albés (coll. Peez), Brunico (coll. Bin.),
Vipiteno (coll. Peez).
Lombardia: Barghe Val Sabbia (coll. Cerr.), Chiareggio (coll. Bin.), Colico (coll.
Foc.), Como (coll. Bari), Pusiano (coll. Bin.), Lago Pusiano, Lambrone (col Bari), Lume lt
Margorabbia, coll. Susini), Monvalle (Laveno, coll. Foc.), Taino (coll. Br.), Cassano d’Adda
(coll. Bari), Lodi (coll. Dan.).
Piemonte: Intra (coll. M. G.), Pallanza (coll. M. M.), Mergozzo (coll. Manc.) Do-
modossola (coll. Foc.), Valle Antigorio m. 1700 (coll. M. M.), Borgosesia (coll. Foc.), Buronzo,
F. Cervo (coll. M. G.), Sant. Oropa (coll. Dod.), Borgofranco d’Invrea (coll. Dod.), Vercelli,
Venaria Reale, Torino dint., Mirafiori, Moncalieri, Castiglione Torinese, Beinasco (coll. M.G.),
Perrero Val Chisone (coll. Foc.), Crissolo (coll. Manc.), Val Pesio, Casale Monf. (coll. M. G.),
Gavi (coll. Manc.), Acqui (coll. Dod.).
Emilia - Romagna: Isola (S. Sofia), S. Savino (coll. Zang.).
Liguria: Sassello (coll. M. G.), Millesimo (f. Bormida, coll. Mar.).
Toscana: Arni (coll. Manc.), Ponte Stazzemese (coll. M.M.), Montepiano (coll.
Cerr.). i
Lazio: Roma-Acilia, Riofreddo, Vicovaro, Mandela (coll. Cerr.). '
Puglia::5. Severo: (coll. «M. 6).
Calabria: Camigliatello (coll. Dod.), Mte Oliveto (Sila, coll. M. Gr).
Sicilia: Palermo (coll. Dod.).
Inoltre mi sono note le seguenti località extra-italiane: Polonia (Pokucie.
Varsavia, coll. Manc.) - Cecoslovacchia (Karpathorussland, coll. M.M.) - Spa-
gna (Jerez del Marquesado Sierra Nevada, coll. Dod., El Pardo Madrid, coll,
M.M.) - Marocco (Medra ben Abou, coll. M. M.) - Tunisia (Tunisi, Medjer-
dah, coll. M. G.) - Caucaso (leg. Doria, coll. M. G.) (1). |
Come si vede, P. ruficollis pur essendo molto diffuso, è tuttavia meno co-
mune e più sporadico di P. rubrothoracicus. Non mi sono note località dell’Emi-
lia in senso stretto dell Umbria, delle Marche, dell’ Abruzzo, della Campania e
della Lucania, ma più accurate ricerche colmeranno anche queste lacune.
Come la precedente specie, P. ruficollis ha una discreta distribuzione ver-
ticale. Si passa difatti da località litoranee (Caorle, foce f. Piave, Pieris) sino ai
1600 m. di Chiareggio, e ai 1700 m. della Valle Antigorio. Anche P. ruficollis
manca nella parte bassa della pianura padana (unica località nota è Cremona,
ma in questo caso vale quanto già detto per l’unico es. di P. rubrothoracicus della
confluenza Po-Oglio).
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V, Caen, pp. 9-100. i
(1) Ho esaminato il fallo e l’endofallo dell’unico es. g raccolto nel Caucaso dal March. G.
Doria, ed ho notato una certa differenza nell’estremità dei parafalli che risultano conformati quasi
come quelli di P. rubrothoracicus. Occorrerebbero altri esemplari per uno studio più approfondito.
PAEDERUS aT
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78
G. BINAGHI
ESTENSIONE DELL’AREA DI DISTRIBUZIONE IN ITALIA
DIE AkCUNE*SPECIE< DY DIFISCIDI
(Col. Dytiscidae)
Orecdytes rivalis Gyllh. (1827)
Tra il materiale coleotterologico raccolto dal compianto Sig. Agostino
Dodero nella Sila Grande, negli immediati dintorni di Camigliatello, a circa 1300
m.s.m., durante il mese di Luglio 1933, figurano alcuni esemplari del predetto
Ditiscide. Trattasi, come è noto, di una specie diffusa sia nei territori dell’Europa
centro-settentrionale ed orientale, sia in regioni extra europee quali la Siberia
asiatica, la Mongolia ed il Giappone. Per l’Italia le notizie riferentisi alla coro-
logia di questa entità erano limitate ad alcune stazioni ubicate prevalentemente
nell’arco alpino. La presenza pertanto di questo Oreodytes in regioni così meridio-
nali rispetto all'area della sua riconosciuta diffusione, riveste, dal punto di vista
geonemico, un particolare interesse che viene compendiato dal fatto che gli
individui delle regioni montane della Calabria presentano, comparativamente
alle popolazioni delle regioni alpine, i seguenti caratteri differenziali, che, seb-
bene rientrino nel.campo di variabilità della specie, conferiscono alla popolazione
della Sila Grande un aspetto particolare:
Tegumenti del capo, pronoto ed elitre di colore bruno variamente infumato.
Superficie del pronoto e delle elitre egualmente opaca nei due sessi con mi-
croreticolazione sensibilmente più impressa rispetto a quella presente negli in-
dividui alpini. Pronoto nella regione discale con punteggiatura più fitta e grosso-
lana. Elitre con fasce nere longitudinali non nettamente delineate, ma confuse
col colore di fondo della superficie elitrale. Edeago (fig. I, la, 1b, Ic, e 1d) con
le stesse caratteristiche morfologiche e peculiarità della forma tipica con pene,
visto di fronte, ristretto in punta al terzo apicale, di lato regolarmente arcuato;
parameri troncati apicalmente e qui dotati di una ristretta area membranosa,
incurvati leggermente verso il lato dorsale, provvisti marginalmente di un gruppo
di brevi setole.
Dallo spoglio della letteratura e dai controlli svolti sul materiale esaminato
è possibile tracciare per l’Italia il seguente prospetto di distribuzione:
Venezia Giulia: ab. Sammarki Sahlb. Aidussina nella valle del Vipacco e oltre confine in
Bochinia nel muschio bagnato presso la sorgente della Sava (teste Müller), Laghi di Fusine m.
990, 1 es. VII 1956 legit Binaghi. Venezia Tridentina: for. typ. e ab. Sammarki, Vallarsa, torrente
Leno, 7-V-1938 leg. Casiccia e 'Tamanini. Piemonte: ab. Sammarki, Ronco Canavese 20-IX-1922
legit Dodero; Val Pesio 21-VII-1922 legit Baliani; Viozene, Vallone di Carnino, m. 1200 15-XI-1953
legit Franciscolo; Terme di Valdieri, torrente Gesso, Vallasco m. 1300, 17-VIII-1952 leg. Fran-
ciscolo e Sanfilippo; Tenda 24-VI-1903 legit Dodero. Liguria: ab. Sammarki, Ventimiglia 20-IV-
1897 legit Dodero.
Guignot nella sua magistrale opera sugli Idrocantari di Francia (Parigi 1931-1933) dà per
questo elemento la seguente distribuzione geografica: Siberia, Giappone, Europa settentrionale,
centrale e parte della meridionale: Russia, Scandinavia, Germania, Austria, Isole Britanniche,
Olanda, Belgio, Svizzera, Francia, Spagna, Italia del nord e Bosnia. In Francia qua e là nelle
colline del nord e del nord-ovest e nei massicci montani: Vosgi, Alpi, massiccio centrale e Pirenei
ove si spinge sino oltre i 2000 m.s.m. La forma tipica si trova più o meno frammista alla ab. Sam-
DITISCIDI 79
marki, ma nella Francia del nord-ovest ed in Inghilterra la forma tipica assume carattere domi-
nante, così come, per contro, ha la preponderanza l’ab. Sammarki nella catena alpina.
L’ab. alienus Sharp si rinviene in Spagna nella Sierra di Guadarrama e nei Pirenei francesi:
alti Pirenei a Argelès, Pirenei orientali a Vernet-les-Bains.
La specie vive prevalentemente nelle acque fresche dei ruscelli con fon-
do ghiaioso, nei laghi a regime reocreno e nei torrenti. Per quanto mi consti essa
predilige le acque correnti su terreno calcareo.
Fio: TI
Oreodytes rivalis Gyllh. Sila, Camigliatello: 1a paramero destro, 15 porzione apicale dello
stesso vista a maggiore ingrandimento, Ic pene visto di lato, 1d lo stesso visto dal dorso. Oreo-
dytes septentrionalis Gyllh. Torino, Bertoulla: 2a paramero destro, 2b porzione apicale dello stesso
vista a maggiore ingrandimento, 2c pene visto di lato, 2d lo stesso visto dal dorso. Oreodytes bo-
realis Gyllh. Alto Adige, Riva di Tures: 3a paramero destro, 3b porzione apicale dello stesso vista
a maggiore ingrandimento, 3c pene visto di lato, 3d lo stesso visto dal dorso.
Allo scopo di facilitare il riconoscimento di questa specie, ritengo utile
rappresentare anche i caratteri dell’edeago delle specie congeneri pertinenti alla
fauna italiana, dato che, per quanto mi risulta, detti caratteri differenziali, di
facile ed immediato risalto, non sono stati raffigurati nelle opere italiane trattanti
la tassonomia di questo gruppo.
80 G. BINAGHI
Oreodytes septentrionalis Gyllh. (1827)
Nell’apparato genitale maschile le più sensibili differenze che consentono
di distinguere questa specie dall’Or. rivalis, risiedono nei parameri, 1 quali pre-
sentano la forma particolare rappresentata nella fig. I, 2a. Nella porzione di-
stale di questo pezzo, visto a forte ingrandimento, fig. I, 2b si nota un’ampia
zona membranosa espansa verso il lato ventrale dell’edeago, dotata al lato interno
di un’area tricogena con produzioni assai brevi allineate come nella figura. Il pene
visto di lato, fig. I, 2c, presenta un maggiore sviluppo del bulbo basale e apical-
mente risulta più affilato; visto dal dorso, fig. I, 2d, 1 lati convergono rettilinear-
mente dalla base all’apice senza dar luogo ad una strozzatura nel tratto compreso
entro il primo terzo basale, come per contro si osserva presso Or. rivalis.
Ho esaminato esemplari provenienti dalle seguenti località italiane:
Venezia Giulia: nel medio e basso Isonzo, sia nel fiume, sia nelle pozze alimentate da acqua
fluviale, poco frequente IV-X; Volzano, Salcano e Gorizia, Sagrado e Pieris (teste Muller). Lom-
bardia: Ponte San Pietro (Bergamo) fiume Brembo 24-IV-1954 legit Sanfilippo. Piemonte: Ber-
toulla (Torino); Cuneo, Madonna dell’Olmo, V-1943 legit Binaghi; Volpedo, Val Curone legit
Della Beffa. |
Il Luigioni cita nel suo Catalogo dei Coleotteri d’Italia la var. Devillei Régim. per le sole
Alpi Marittime. Nella Collezione Dodero trovo conservato un esemplare maschio, certamente
riferibile a questa interessante varietà, raccolto in Liguria a Rezzoaglio d’Aveto IX-1918.
L’Or. septentrionalis presenta una diffusione molto vasta che può essere così riassunta: Si-
beria, Europa settentrionale e centrale sino in Inghilterra, al sud la specie si spinge sino alla Spagna
e al versante italiano della cerchia alpina. In Francia è distribuito nel Giura, Ain, Isère, Basse
Alpi, Alpi Marittime, bassi Pirenei, alti Pirenei, Pirenei orientali, Lozère.
Oreodytes borealis Gyllh. (1827)
Ai vari caratteri esoscheletrici utili al riconoscimento della specie e gia
messi in risalto dai vari AA., si addizionano quelli assolutamente peculiari in-
sediati nell’edeago. Questo organo si presenta di lunghezza poco piu che doppia
di quella riscontrata nelle due precedenti specie; le piu sensibili differenze sono
presenti nei parameri a base larga e dotati apicalmente di una membrana avente
la forma rappresentata nella fig. I, 3a e 3b e di una produzione unciniforme, di-
sposta al lato interno, nonchè di una area tricogena notevolmente estesa. Il pene,
fortemente incurvato se visto di profilo, si differenzia essenzialmente per essere
percorso al lato dorsale da un canalicolo simile a quello presente p. es. negli
Agabus, assente per contro nelle due specie trattate in precedenza e nello Scaro-
dytes halensis, col quale l’Or. borealis presenta una certa affinità. Il bulbo basale
è notevolmente sviluppato e provvisto di larghe espansioni in corrispondenza
del punto di inserzione dei parameri (fig. I, 3c e 3d).
Luigioni, nel suo Catologo, attribuisce alla specie la seguente distribuzione: Alpi marittime,
Alpi Liguri, Piemonte, ‘Veneto, Venezia Tridentina e Venezia Giulia, per quest’ultima regione
Miiller precisa: nell’Isonzo dalla sorgente sino a Gorizia, comune; Plezzo, Valzano e Tolmino.
Oltre confine a Moistrana nella valle della Sava. Carnia: acque lente lungo il Tagliamento presso
Forni di Sopra. La var. montanus Zimm. (tipo Alpi di Zillertal) è fondata su esemplari melanici
nei quali le linee nere delle elitre confluiscono in modo che il dorso appare piuttosto nero che giallo.
Zimmermann segnala questa varietà anche di Plezzo e Moistrana. Gli esemplari del medio Isonzo
hanno invece per lo più il colorito chiaro della f. typ., soltanto alcuni esemplari si avvicinano alla
v. montanus.
Personalmente ho esaminato numerosi esemplari delle seguenti provenienze: Venezia Giu-.
lia: Kamno (Alto Isonzo) IX-1915 legit Andreini. Alto Adige: Riva di Tures 1600 m.s.m. 7-IX-
1934 legit Binaghi. Veneto: Montello 19-VII-1914 legit Menozzi. Piemonte: Val d’Aosta Fiery
d’Ayas, Pian di Verra, VII. 1910 legit Dodero; Ronco Canavese 19-IX-1922 legit Dodero; Ivrea,
DITISCIDI _ 81
fiume Dora 24-IV-1955 legit Sanfilippo; Crissolo VI-1922 leg. Mancini; Cuneo, Valle del Gesso
legit Naldi; Terme di Valdieri, Pian di Valasco 1700 m.s.m. 17-VIII-1952 legit Franciscolo; La-
ghi Lunghi (Alpi marittime) 6-VII-1928 legit Boldetti; Tenda 1892 legit Dodero e Ponte di Nava
VIII-1924 legit Boldetti. |
La sua geonemia può essere così sintetizzata: in tutte le regioni montane dell’Europa set-
tentrionale e centrale, delle isole Britanniche, della Francia e dell’Italia del nord (arco alpino),
dell’Erzegovina e della Grecia, è stato pure segnalato per la Transcaucasia. In Francia è abbastanza
comune nel Massiccio centrale, nelle Alpi e nei Pirenei. La var. montanus Zimm., si trova raramente
frammista al tipo qui e la.
Vive nelle regioni aventi caratteristiche alpine o subalpine, nei laghi ad
acque fredde, sotto le pietre immerse alle rive dei torrenti e soprattutto nelle
loro anse. Alcune volte si rinviene nelle contrade di pianura fluitato dalle piene.
Graptodytes veterator Zimm.
In occasione di una visita compiuta alla fine del mese di Settembre 1956
all'amico dr. Giorgio Fiori a Casinalbo in provincia di Modena, allo scopo di
catturare alcune interessanti specie di Ditiscidi di cui egli aveva accertata la pre-
senza nella regione nel corso di cacce compiute negli anni addietro, ci siamo recati
al torrente Riazzone nel tratto che corre nel comune di Scandiano. In alcune pozze
di limitata ampiezza, distribuite qua e là lungo il greto, consociati alla Yola
bicarinata Latr., al Bidessus delicatulus Schaum., al Guignotus pusillus F., al Po-
tamonectes luctuosus Aubé, allo Scarodytes halensis F. ed al Graptodytes varius
Aubé, abbiamo rinvenuto una decina di esemplari di Graptodytes veterator Zimm. -
Trattasi di una specie comune nella penisola balcanica, rara in Italia, ove le
stazioni di insediamento rappresentano il limite marginale occidentale della sua
area di diffusione.
Essa presenta una certa affinità con il Grap. flavipes Oliv. specie con la
quale ha in comune la presenza sulle elitre di 4 fasce nere longitudinali disposte
però secondo un differente schema di disegno. In Grap. veterator, fig. III, 1,
la stretta fascia submarginale ha un maggiore sviluppo longitudinale e si estende
anche nella metà basale e le tre fasce longitudinali mediane, dietro la metà, non
si uniscono per mezzo di macchie nere trasverse. Statura di mm. 2,6, lievemente
superiore a quella del Grap. flavipes con corpo di forma più lungamente ovalare.
I caratteri di importanza peculiare risiedono nell’edeago, organo che presenta una
struttura particolare: parameri, fig. II, la e 1b a base larga a margine ventrale
ciliato, porzione distale del paramero, fig. II, 1b ripiegata a ricciolo e rivolta verso
il lato dorsale con setole e sensilli disposti come da figura, pene visto di lato,
fig. II, 1c, fortemente incurvato con bulbo basale assai sviluppato, visto dal dorso,
fig. II, 1d, a larga lamina, asimmetrico con una espansione prominente nella re-
gione apicale verso il lato destro.
Luigioni nel suo Catalogo attribuisce alla specie la seguente distribuzione:
Istria merid., Lib., Is. Veglia, Liguria e Toscana. Per quanto si riferisce alla Venezia Giulia
abbiamo dal Miiller le seguenti precisazioni: frequente in Dalmazia nelle acque melmose stagnanti.
Da noi soltanto nell’Istria meridionale e nella regione del Carnaro: Val di Leme presso Rovigno
VI-1919, Fianona, Isola di Veglia (località indicata anche nella descrizione originale dello Zim-
mermann, Ent. Mitt., p. 67, 1918). Della Liguria possono essere attribuite dubitativamente due
femmine conservate nella Collezione Dodero raccolte a Nizza (Vaugran) il 14 Febbraio 1901,
le quali presentano fasce nere elitrali con disposizione in tutto corrispondente a quelle del vete-
rator. Di tale cattura però non si sono avute ulteriori conferme, nè sicura attribuzione mediante
il controllo dei caratteri dell’edeago, tanto che la specie non figura citata per la Francia nè dal
Guignot nelle sue opere sui Ditiscidi, nè dal S.C. Deville nel suo Catalogo. La citazione riferentesi
alla Toscana trova conferma avendo esaminato un maschio etichettato: Bibbiena (Arezzo) X-1891
82 G. BINAGHI
legit Andreini, il quale va indubbiamente riferito alla specie in oggetto. Alle suddette indicazioni
geonemiche devono essere aggiunte due stazioni dell’Emilia: Torrente Riazzone, Scandiano leg.
Binaghi e G. Fiori 30-IX-1956 e Scardavilla presso Forlì 10-X-1926 legit Zangheri e una del-
Umbria: Perugia VIII-1941 legit Mancini (Coll. Mus. Cic. St. Nat. Genova) esemplari che
erano confusi in collezione con il flavipes Oliv. |
Zimmermann nelle Best. Tab. (III Hydroporinae), Praga 1932, p. 10, attribuisce alla specie
la seguente distribuzione: Dalmazia, Istria, Corfù, Grecia, Isole dello Jonio, Asia Minore (1).
La specie vive in pozze ad acqua stagnante prevalentemente a fondo mel-
mMoso. |
Cra e E
vw
Fig; Il
Graptodytes veterator Zimm. Emilia, torrente Riazzone, Scandiano: 1a paramento destro,
1b porzione apicale dello stesso vista a maggiore ingrandimento, Ic pene visto di lato, 1d lo stesso
visto dal dorso. Graptodytes flavipes Oliv. Sardegna, Fonni: 2a paramero destro, 2b porzione api-
cale dello stesso vista a maggiore ingrandimento, 2c pene visto di lato, 2d lo stesso visto dal dorso.
(1) Alcuni AA. considerano questa specie come un elemento vicariante del flavipes Oliv.
nella penisola Balcanica. A mio avviso non ritengo che tale interpretazione sia sostenibile dal pun-
to di vista filetico, in quanto i caratteri che lo avvicinano al flavipes, costituiti da una simile distri-
buzione delle macchie elitrali, sono solo degli elementi di convergenza. L’apparatò genitale ma-
schile rileva, per contro, differenze sostanzialmente peculiari che, distaccandolo nettamente, non
consentono una simile interpretazione. Tale asserzione viene anche avvalorata dal fatto che in
alcune regioni d’Italia, come p. es. in Toscana, le due specie si rinvengono negli stessi territori
abitualmente in differenti condizioni ambientali, senza dare luogo a convivenza.
DITISCIDI 83
Graptodytes flavipes Oliv.
Fasce nere longitudinali delle elitre disposte secondo lo schema partico-
lare rappresentato nella fig. III, 2a. Nella forma più ricorrente a disegno elitrale
completo, la stretta fascia submarginale è di consueto medialmente interrotta:
la porzione anteriore è ridotta ad un breve tratto mentre la posteriore ha inizio
circa alla metà dell’elitra e confluisce apicalmente con la fascia suturale. Le tre
fasce nere mediane sono congiunte dietro la meta dell’elitra da una macchia tra-
sversa più o meno estesa, macchia che tende a permanere anche negli esemplari
a fasce ridotte, fig. III, 2b. La forma del corpo descrive un ovale un poco più
Fig. III
Schema del disegno elitrale di: 1 Graptodytes veterator Zimm. Emilia, torrente Riazzone,
Scandiano. 2a Graptodytes flavipes Oliv. Sardegna, Fonni, 2b idem Sicilia, Castelbuono, varietà
a macchie nere elitrali ridotte.
largo che in veterator, dal quale differisce anche per la punteggiatura sensibil-
mente meno robusta e meno grossolana delle anche delle zampe posteriori e per
la statura un poco minore (mm. 2,4 - 2,5).
Edeago di foggia particolare con parameri fig. II, 2a, a base stretta, a forma
di triangolo acuto, dotati al margine ventrale e nel tratto distale di una serie di
sottilissime cilia, con apice lievemente incurvato verso il lato dorsale, tale area,
vista ad un maggiore ingrandimento, presenta la forma e disposizione delle setole
come rappresentato nella fig. II, 2b. Pene, visto di profilo, fig. II, 2c, lungamente
affilato ed incurvato, con bulbo di limitato sviluppo, visto dal dorso di forma
simmetrica, stretto e lungo, regolarmente attenuato verso l’apice ove termina
in punta, fg I; 24,
Secondo Luigioni la specie presenta in Italia la seguente diffusione:
Lig., Piem., Lomb., Emil., It. centr. e merid., Cors., Sard., Sic. Personalmente ho esaminato
materiale delle seguenti provenienze: Piemonte, coll. Fea (senza precisa indicazione), Acqui
6-VII-1940 legit Franciscolo; Liguria: legit Ghiliani (senza precisa indicazione), Santa Giustina
(Albissola) legit Perando, La Spezia, Pian di Barca 9-III-1952 legit Sanfilippo; Toscana: Viareg-
gio legit Della Beffa; Poggio Cavallo (Grosseto) VIII-1898 legit Andreini; Isola Capraia, Sta-
gnone V-1927 legerunt Mancini e XI-1927 Andreini; Lazio: Acilia (Roma) XII-1932 legit Ca-
stellani e 3-VII-1940 legit De Maggi; Sicilia: Ficuzza V-1912 legit Dodero, Castelbuono legit
Dodero, Palermo (teste Ragusa), Catania (idem), Alveo di Lentini 27-VIII-1954 legit Franciscolo,
Mistretta (teste Ragusa); Sardegna: Sassari (Bacino) 15-IV-1902, Golfo Aranci, Terranova Pau-
sania 5-V-1903 e 1905, Monti, Alà dei Sardi, V-1907, Ozieri 28-XII-1884, Fonni IX-1911, Ploa-
ghe 2-V-1909, Banari 9-V-1909, Decimo 16-V-1901, Cagliari 12-III-1892 (tutti raccolti da Do-
dero); Corsica: Ajaccio 6. VI. 1908 legit Bickhardt.
84 G. BINAGHI
La specie risulta diffusa nelle regioni del piano e della collina, eccettuata la regione alpina
e le zone elevate dell Appennino. Comune nella regione mediterranea occidentale: Africa del Nord,
Italia, Sicilia, Corsica, Sardegna, Francia, Isole Baleari, penisola Iberica; si spinge siro in Inghil-
terra, in Irlanda, nel Belgio ed in Olanda nel mentre si rinviene sporadicamente in Svizzera e nella
regione renana della Germania. Il suo limite orientale sembra essere costituito dall’ Adriatico, li-
mite che viene sormontato nel basso Adriatico, spingendosi la specie sino a Zante ed in Grecia.
Gli individui a tegumenti chiari, aventi cioè le macchie nere elitrali assai ridotte, si rinvengono
prevalentemente in Sicilia, Algeria e Marocco; gli individui con macchie nere elitrali molto e-
spanse (ab. manducus Schauf.) predominano in Corsica ed in Sardegna nel mentre altrove si rin-
vengono eccezionalmente. La var. femminile cebenicus Guin., caratterizzata per l’opacità dei te-
gumenti al lato dorsale, con microscultura un po’ più forte del tipo, è stata raccolta in un unico
esemplare a Estezargue nel Gard (Francia).
Vive negli stagni alimentati o con acque morte.
Genova - Osservatorio per le malattie delle Piante.
85
BRUNO BARI
UNA” NUOVA SPECIE DT TRECHINO CAVERNICOLO LOMBARDO
E UNA NUOVA TABELLA DI DETERMINAZIONE
DEGLI SPEOTRECHUS
(Coleoptera Carabidae)
Nel maggio 1950 la Signora Germana Pozzi di Como mi sottopose in esame
una diecina di esemplari di Duvalius Longhit ssp. larianus mihi, da lei appena rac-
colti a mezzo di esche nella località tipica e precisamente nella Grotta chiamata
> Buco della Nicolina ? (2204 Lo) in località Pian del Tivano in Provincia di Co-
mo. Frammisto ad essi ho potuto subito notare un unico esemplare femmina
di Trechino totalmente diverso dagli altri e completamente privo di qualsiasi
traccia di organi visivi; esso, ad un più accurato esame, si è rivelato come apparte-
nente senza alcun dubbio al Genere Speotrechus Subg. Boldoriella Jeann.
Ripetute assidue ricerche, protrattesi negli anni trascorsi e condotte da me,
da mio cugino Carlo Bari e dalla Signora Pozzi coadiuvata dai suoi figli, appassio-
nati speleologi, non hanno dato luogo ad alcun ulteriore reperto; quindi, dopo
aver fin troppo atteso, dato che molteplici caratteri esterni fanno nettamente di-
stinguere il nuovo Speotrechus da qualsiasi altra specie affine, ritengo opportuno
descriverlo basandomi sul solo esemplare © a disposizione. Ci troviamo probabil-
mente in presenza di uno di quei Coleotteri troglobi che compaiono solo spora-
dicamente nelle zone accessibili delle grotte. A cio credo contribuisca anche
il forte carattere alluvionale del Buco della Nicolina, carattere del quale già feci
cenno nel mio precedente lavoro col quale descrivevo il Duvalius Longhii ssp. la-
rianus (Boll. Soc. Entom. Ital., Vol. LXXII N° 3 - marzo 1940), e che ha avuto
imponenti manifestazioni in questi ultimi anni, al punto di seriamente ostacolare,
con grandi ammassi di detriti, l’accesso alle zone più profonde della Grotta.
Voglio però sperare che presto, la cattura di qualche esemplare 3 possa permet-
tere di svolgere uno studio più completo del presente.
Ho pertanto esaminato i caratteri esterni di tutti gli Speotrechus finora co-
nosciuti e nessuno può essere confuso col nuovo reperto del Buco della Nico-
lina, che in ogni caso deve essere ascritto al gruppo degli Speotr. Subg. Boldo-
riella Jeann. ipogei dei quali erano finora conosciute solo le due specie Car-
minatit ed humeralis entrambe descritte da Dodero e popolanti cavità tutte più
orientali rispetto al Buco della Nicolina.
Speotrechus (Boldoriella) Pozzii n. sp.
L’esemplare in questione presenta infatti dimensioni notevoli, capo allun-
gato, antenne lunghe ad articoli cilindrici, angoli posteriori del pronoto acuti,
tibie anteriori solcate: tutti caratteri tipici del predetto gruppo.
Per distinguere la nuova specie Pozzi dalle affini Carminati ed humeralis
_ valgono invece soprattutto i seguenti caratteri: Le dimensioni sono leggermente
inferiori a quelle dell’humeralis e cioè mm. 4,8. Il capo è allungato, gli occhi com-
pletamente mancanti, con tempie ben sviluppate. Le antenne sono piuttosto
corte e non raggiungono la metà delle elitre.
86 B. BARI
\
Il pronoto, a differenza di quello delle due citate specie, non è più lungo
che largo, ma con lunghezza pari alla larghezza, con lati meno arrotondati e poco
sinuati, posteriormente quasi diritti. Angoli anteriori poco sporgenti, mentre nel
Carminatii sono nettamente pronunciati e nell’ humeralis lo sono ancora di più.
Gli angoli posteriori sono invece nell’ordine più sporgenti e più fortemente
acuti nel Carminatii, un po’ meno nell’humeralis ed ancor meno nella nuova spe-
cie Pozzi. Le elitre sono più strette ed allungate ed hanno le spalle più sporgenti
sebbene arrotondate. Le strie sono molto profonde e nettamente punteggiate,
carattere questo che differenzia in modo notevolissimo il nuovo Speotrechus
dalle altre due specie che hanno invece le strie poco marcate ed a punteggiatura
molto superficiale.
Habitat: Grotta ’ Buco della Nicolina’ (2204 Lo) altit. m. 957, in
Località Piano del ‘Tivano, Provincia di Como, Comune di Zelbio.
Tipo: © per gentile concessione della Signora Pozzi, alla quale la specie
è dedicata, nella mia collezione.
Nella descrizione precedente, di proposito non ho fatto cenno alla cheto-
tassi in generale ed a quella elitrale in particolare: in ogni caso la distribuzione
e la posizione delle setole è del tutto simile a quella delle altre specie. Però ri-
tengo opportuno fare presente che, nel corso del mio studio, almeno in base
a tutti gli esemplari di Speotrechus che ho avuto la possibilità di esaminare, non
ho potuto avere conferma nei riguardi della costanza del carattere citato da Jean-
nel, relativo alla reciproca posizione della II - III e IV setola della serie ombeli-
cale delle elitre. Jeannel dice infatti che lo Speotr. Carminati Dod. dovrebbe pre-
sentare la terza setola più distante dalla seconda che dalla quarta. L’humeralis
Dod. dovrebbe invece avere la seconda, terza e quarta setola equidistanti. In
realtà io ho notato alcuni esemplari di Carminatit coi caratteri dell’humeralis
ed alcuni humeralis con quelli del Carminatii, ıl carattere non sarebbe quindi
per nulla costante. In quanto all’unico esemplare di Pozzz mihi disponibile, esso
presenta la terza setola più distante dalla quarta che dalla seconda e quindi,
tenendo per valido quanto afferma Jeannel, esso avrebbe a sua volta una posi-
zione delle setole ancora diversa rispetto alle due altre specie sopra citate.
Quest'ultimo carattere, con la forte scultura delle elitre, darebbe al nuovo
Speotrechus Pozzii una certa affinità con gli Speotrechus s. str. della Francia (Ce-
venne) e cioè col Mayeti Ab. Però tutto il resto della chetotassi e soprattutto la
posizione perfettamente allineata presso il bordo elitrale di tutte le quattro seto-
le della serie ombelicale, col labium saldato al prebasilare e gli altri caratteri ester-
ni fanno senz’altro ascrivere il Pozzi mihi al Sottogenere Boldoriella Jeann.
Ci troviamo forse di fronte ad una specie che costituisce un punto di passaggio
fra i due Sottogeneri Speotrechus e Boldoriella ?
A chiusura del presente lavoro credo opportuno proporre la seguente nuova
tabella che, riassumendo i precedenti lavori di Jeannel e di Binaghi, inquadra
tutte le forme di Speotrechus attualmente conosciute:
1) Labio libero, non saldato al prebasilare, prima setola della serie ombeli-
cale posta sul disco delle elitre, molto più all’interno rispetto alla seconda,
quasi parallela a questa. La quarta più discosta dalla terza che questa dalla
seconda. Tibie anteriori solcate sul lato esterno. Apice del pene ottuso.
Lungh. 4,8 a 5,5 mm. (Subg. Speotrechus Jeann). Mayeti Ab.
Francia - Cevenne
SPEOTRECHUS POZZII 87
— Labio saldato al prebasilare, prima setola della serie ombelicale allineata
come le seguenti presso il bordo marginale delle elitre, distanza recipro-
ca fra le quattro setole variabile. Apice del pene uncinato (Subg. Bol-
doriella Jeann.).
Fig. 1. - A sinistra: Speotrechus (Boldoriella) Pozzii n. sp., 2; - a destra: Speotrechus (Boldo-
riella) Carminati Dodero, ©.
2) Piccole dimensioni (3,3 a 4 mm.). Capo corto ed arrotondato, pro-
noto trasverso. Antenne corte ed ispessite, articoli terminali ovoidali.
Angoli posteriori del pronoto diritti od ottusi, mai salienti. Elitre lunghe
e strette, spalle pochissimo pronunciate. 'Tibie anteriori non solcate.
Forme epigee, lapidicole. 3
88
B. BARI
— Dimensioni maggiori (4,8 a 6 mm.). Capo allungato, pronoto così lungo
che largo o più lungo che largo. Antenne esili ad articoli cilindrici.
. Angoli posteriori del pronoto aguzzi, più o meno salienti. Elitre ova-
lari a spalle più o meno pronunciate. Tibie anteriori solcate. Forme
ipogee, cavernicole. 4
3) Forma più allungata (mm. 3,9 a 4), antenne più lunghe, sorpassanti
gli angoli posteriori del pronoto di quasi 4 articoli, col III° articolo netta-
mente più lungo del II° e del IV°. Pronoto più allungato, solo poco più
largo che lungo. Edeago più stretto e più allungato, lamella copulatrice
più piccola. (Binaghi - Boll. Soc. Entomol. Italiana 1937 pag. 29-31).
Typus: Monte Pegherolo. brembanus Bin.
Habitat: Monte Pegherolo m. 2000 vers. N-E (teste Binaghi); Passo S. Simone
m. 2000 vers. N-O (leg. Focarile, Mariani)
— Forma meno allungata (mm. 3,5), antenne più corte col III° articolo al-
l’incirca di lunghezza uguale al II° ed al IV°. Pronoto più trasverso, più
largo che lungo. Edeago più piecolo e più largo, lamella copulatrice
più grande: |
a) Pronoto più corto e più trasverso; spalle del tutto svanite,
poco arrotondate. (Ganglbauer - Münch. Kol. Zeitsch. 1904,
pag. 189). Typus: M. Pari. Knauthi Gglb.
Habitat: M. Pari, verso 2000 m., sul versante Nord a Bocca Saval, sotto pietre
infossate.
b) Pronoto meno trasverso, spalle più arrotondate e più pronun-
ciate. (Breit - Entomol. Mitt. 1913 pag 13). Typus: Rif. Curò
| Knauthi v. serianensis Breit.
Habitat: Val Seriana: Dint. Rifugio Curd, m. 2000 teste Breit; Pizzo Presolana,
vers. NE m. 2000, leg. Mariani. Monte Alben, vers. N m. 2000, leg. Bari. Pizzo Arera,
m. 2000, teste Binaghi (Boll. Soc. Entom. It. 1937 p. 30).
4) Pronoto corto, non più lungo che largo, anteriormente molto arrotonda-
to ma poi a lati quasi diritti, con angoli anteriori poco sporgenti; an-
goli posteriori acuti ma poco sporgenti. Strie interne delle elitre mol-
to punteggiate. Taglia relativamente piccola (mm. 4,8) con antenne cor-
te, non raggiungenti la metà delle elitre. P922311 N.-Sp.
Typus ed Habitat: Buco della Nicolina - 2204 Lo, in località Pian del Ti-
vano, m. 957; Comune di Zelbio, Prov. di Como - Una $ leg. G. Pozzi.
— Pronoto allungato, più lungo che largo a lati molto arrotondati e po-
steriormente alquanto sinuati, cordiforme. Angoli ‘anteriori molto
sporgenti ed angoli posteriori acuti, sporgenti in punta aguzza. Strie
interne delle elitre molto superficiali e meno punteggiate. Taglia”
più grande (5 a 6 mm.). 5
5) Antenne molto lunghe, raggiungenti il terzo apicale delle elitre. Pro-
noto con angoli anteriori alquanto sporgenti ed angoli posteriori molto
acuti e sporgenti in misura ancora maggiore che nella specie successi-
va. Spalle delle elitre piuttosto svanite, pochissimo angolose.- Edeago
stretto, allungato, non ispessito, con parte apicale solo leggermente
SPEOTRECHUS POZZII 89
uncinata. Lungh. 6 mm. (Dodero - Ann. Mus. Civ. St. Nat. Genova -
1917 - pag. 383). Typus: Tomba del Polacco , Carminatii Dod.
Habitat: Tomba del Polacco, 1003 Lo, m. 550, Valle Imagna leg. Carminati,
Dodero, Focarile! Barajon! | |
Büs del Büter, 1005 Lo, m; 545, Vers. SEM. Albenza, leg. Prezioso! Grotta di Val Asnina,
1001 Lo, m. 300, Val Seriana, Ghidini, Boldori. Büs del Mescapel, 1147 Lo, m. 525, M.
Albenza, leg. Malanchini! Grotta Alta delle Cave di Burlingo, 1150 Lo, M. Albenza, leg.
Malanchini! Grotta di Valle d’Adda, 1044 Lo, m. 590, Cepino, leg. Focarile! Tutte le sud-
dette località appartengono alla Provincia di Bergamo.
S peotr. Kmautli e Sbsp. seriameusis
humeratis esbsp. Roldori
brembanus
Carminatii
Pozzii uov.
Brescia a
ns)
Milano 9 La w 3 a
A fp 6 p A
© | ©
Fig. 2. - Distribuzione degli Speotrechus in Lombardia.
— Antenne più corte, raggiungenti circa la metà delle elitre. Pronoto con
angoli anteriori ancora più sporgenti; angoli posteriori invece acuti, con
punta aguzza ma meno sporgenti. Spalle delle elitre salienti e molto arro-
tondate. Edeago più grande e nettamente ispessito nella parte apicale;
la punta è bruscamente ristretta e terminante in un uncino sporgente ver-
so il dorso. (Lungh. 5 e 5,5 mm.) (Dodero - Boll. Soc. Entomol. Ital.
1924, pag. 141). Typus: Buco del Frate. humeralis Dod.
Habitat: Buco del Frate, 1 Lo, m. 225, Paitone, leg. Ghidini! Boldori, Jeannel.
Biis del Cugnol, 9 Lo, m. 300, Nuvolera, leg. Boldori.
Pur non possedendo dati più precisi, mi vengono segnalate anche le seguenti cavità:
Buco della Maddali, 76 Lo, m. 370, valletta di Sarzena a Paitone. II; Baratto di M. Budel-
lone, 134 Lo, m. 320, Mte. Budellone. Buco della Bassetta, 136 Lo, m. 370, Mte. Budellone.
Tutte le predette località si trovano in Provincia di Brescia.
90 B. BARI
a) Pronoto più allungato, con parte anteriore meno arrotondata
ed a base un po’ meno ristretta, a lati regolarmente sinuati co-
me nella forme tipica. (Jeannel - Mon. des Trechinae - Sup-
pl. 1928 - pag. 106). Typus: Buco di Budrio
humeralis ssp. Boldorit Jeann.
Habitat : Buco di Budrio, 71 Lo, m. 510, Altop. Cariadeghe, Serle, leg. Boldori.
Buco della Bocca, 44 Lo, m. 460, Monte Maddalena, leg. Boldori. Buco di Boalghès,
116 Lo, m. 740, M. Selvapiana, Gavardo, leg. Boldori, Jeannel.
Ulteriori località segnalate sono le seguenti:
Buco del Prà de rent, 96 Lo, Cariadeghe, Serle. Buco della Bedretta, 123 Lo, Serle.
Anche tutte le predette località si trovano in. Provincia di Brescia. |
À conclusione del mio breve lavoro, ritengo utile pubblicare anche una car-
tina gentilmente redatta dall’amico Alessandro Focarile, che qui ringrazio pure
per tutte le altre notizie passatemi, cartina in base alla quale si può avere una
chiara visione dell’area di distribuzione di ciascuna delle Boldoriella Jeann. at-
tualmente conosciute.
BIBLIOGRAFIA
JEANNEL: Monographie des Trechinae. - L’Abeille, Journal d’Entomologie, Tomo XXXV, 1928,
Fasc. III° pag. 223 e seg.
JEANNEL: Idem. Fasc. IV’ Supplementum, 1928, pag. 106.
Porta: Fauna Coleopterorum Italica, Suppl. I°, 1934, pag. 37.
BINAGHI: Boll. Soc. Entom. Italiana, Vol. LXVIII, 1937, pag. 29 - 31.
91
Dr. Giorcio Fiori
REVISIONE DEI BYRRHUS ASIATICI DI REITTER
IV Contributo alla conoscenza della famiglia Byrrhidae (Coleoptera)
EDMUND REITTER ha descritto tre specie asiatiche di Byrrhus L. (1) e
precisamente, in ordine cronologico, il B. subaeneus ed il B. imstriatus (2) nel
1896 ed il B. nigrosignum nel 1916 (3).
Grazie alla gentilezza del Dr. Z. KaszaB direttore della Sezione Zoologica
del Museo Nazionale Ungherese di Budapest, ho potuto esaminare i tipi ed i
paratipi di REITTER. Ho così accertato che il 5. subaeneus Reitt. è una buona spe-
cie, ma, data la brevità e la parziale insufficienza della descrizione originale,
deve essere meglio caratterizzato, specialmente in modo comparativo; che il B.
imstriatus Reitt. è stato descritto su due esemplari 43 di diversa località ed appar-
tenenti a due specie diverse, chiaramente separabili (il paratipo è riferibile sicu-
ramente ad una nuova specie); infine che il B. nigrosignum Reitt. è, come pre-
ciserò meglio più avanti, sinonimo del B. fasciatus Forst.
Prenderò ora separatamente in considerazione tali specie confrontandole
con gli altri Byrrhus L. del gruppo del fasciatus Forst., al quale esse appartengono,
reperibili nell Asia continentale del centro e del Nord e cioè: B. fasciatus Forst.,
B. pilula L. e B. arietinus Steff. (4).
Byrrhus subaeneus Reitt.
Di questa specie ho esaminato l’olotipo, l’allotipo e 2 paratipi. Essi sono:
13 ed 19 etichettati: Sibirien, REITTER LEDER. La femmina, il tipo, porta inoltre
due cartellini: uno ove è scritto « Seminolus (5) subaeneus m. 1893 »; un altro ove
è stampato « typus coll. REITTER».
13 etichettato: Quellgebiet des Jrkut, LEDER.
19 etichettata: Transbaikalien, LEDER REITTER.
DESCRIZIONE. - La forma del corpo è uguale a quella della specie del gruppo
del fasciatus. Le elitre infatti presentano la massima larghezza posteriormente
alla metà della loro lunghezza. Il tomento è, negli esemplari esaminati, quasi del
(1) REITTER ha descritto nel 1899 un’altra specie, il fulvo-setosus (REITTER E. - Beitrag zur
Coleopteren-Fauna des russischen Reiches und der angrenzenden Länder. - Deutsche Ent. Zeit.,
Jahrgang 1899, Heft I, pp. 199-200) del Turkestan, considerata fino ad ora un Byrrhus L., ma
in realtà appartenente ai Seminolus Muls. et Rey, come io dimostrerò in un prossimo lavoro (FIORI
G. - Una nuova specie di Seminolus Muls. et Rey del Caracorum. V Contributo alla conoscenza
della famiglia Byrrhidae (Coleoptera). - Atti Museo Civico St. Nat., Trieste, vol. XXI, 1957,
in stampa), ed affine al nostrano S. pilosellus A. et G. B. Villa.
(2) REITTER E. - Zwei neue Seminolus - Arten aus Ostsibirien. - Deutsche Entomologische
Zeitschrift, 1896, Heft I, pag. 172.
(3) REITTER E. - Byrrhus nigrosignum #. sp. - Wiener Entomologische Zeitung, XXXV
Jahrgang, Heft V-VII, 12 sept., 1916, pag. 221.
(4) Il B. arietinus Steff. si trova con sicurezza in gran parte dell'Europa (ctr. Fiori G. -
Alcuni appunti sui Byrrhus L. s. str. europei. II Contributo alla conoscenza della famiglia Byrrhidae
(Coleoptera). - Boll. Ist. Ent. Univ. Bologna, vol. XVIII, 1951, pp. 293-304, figg. I-II). Alcuni
autori però considerano come probabili suoi sinonimi il nebulosus Motsch. ed il sibiricus Motsch.
descritti dello Jacutsk in Siberia.
(5) REITTER chiamava, in quel periodo, con tale nome tutti gli odierni Byrrhus L. e Soi
nolus Muls. et Rey (cfr. Fiori G. - I Seminolus Muls. et Rey. III Contributo alla conoscenza della
famiglia Byrrhidae (Coleoptera). - Redia, vol. XXXVII, 1952, pp. 371-404).
92 G. FIORI
tutto assente e costituito solamente da cinque sottili fascie ondulate (la poste-
riore pochissimo evidente) formate da radi peluzzi giallo-dorati e disposte tra-
sversalmente sulle elitre. In uno solo degli esemplari studiati troviamo sul pronoto
piccole aree pelose dello stesso colore.
Il pronoto possiede una punteggiatura un poco più 1 fitta nel disco. In esso i
punti appaiono un poco più grandi di quelli del prlula, un poco più fitti di quelli
del fasciatus e meno di quelli dell’arietinus. Sono inoltre molto più radi di quelli
che troviamo nell’imstriatus e nel Rettteri.
Il prosterno risulta molto lungo e, proporzionalmente alle dimensioni del-
Fig. I.
Byrrhus subaeneus Reitter. - Fallo dell’allotipo visto dal dorso e di lato (lungh. nat. 2,2 mm.).
l’insetto, stretto. È infatti più stretto che nel fasciatus, arietinus, pilula ed imstria-
tus ed ancor più che nel Rertteri.
Le elitre sono provviste di strie nette e larghe, a causa delle sponde del solco
inclinate anzichè verticali, più larghe che nelle specie fin qui prese in considera-
zione, ma meno profonde di quelle del fasciatus, pilula ed arietinus e di più di
quelle che si rinvengono nel Reitteri e nell’imstriatus, dove sono molto leggere
ed in alcuni tratti addirittura mancanti. Le interstrie sono un poco convesse.
I punti di queste appaiono radi, molto più radi, più piccoli e meno impressi
di quanto si vede nel fasciatus e nell’arietinus ed ancor più radi di quelli del p1-
lula (nell’imstriatus e nel Reitteri sono molto grossi e fitti). Le rugosità trasversali
delle interstrie si presentano molto deboli, poco impresse e visibili solo a forte
ingrandimento.
Le ali membranose sono un poco ridotte.
I primi sette urosterni risultano più granulosi di quelli del pzlula, solamente
un poco di più di quelli dell’arietinus e del Reitteri e simili a quelli del fasciatus.
BYRRHUS ASIATICI 93
Il fallo (fig. I) ha i parameri con l’apice distale appuntito e piegato ad unci-
netto all’infuori, come nell’ arietinus ed a differenza delle altre specie citate di Byr-
rhus. Il margine esterno dei parameri è appena un po’ incavato (nell’arietinus
lo è molto di più). La porzione distale allargata del mesofallo è ovale, con margini
uniformemente incurvati, diritta ed orientata lievemente verso il basso (nell’a-
rietinus appare leggermente piegata in giù e con l’apice un poco incurvato in alto).
Lunghezza 6,5-7 mm. e larghezza massima 4-4,5 mm.
GEONEMIA. - REITTER nella descrizione originale cita come località la riva
occidentale del lago Baikal (un paratipo è stato raccolto alle sorgenti del fiume
Jrkut). La specie è però reperibile, secondo quanto si sa con certezza, anche nella
Transbaicalia.
Byrrhus imstriatus Reitt.
Nella descrizione originale del 1896, REITTER citava, nell’ordine, le due se-
guenti località:
Siberia: Przewalksk e Mongolia: Kan-ssu
Ho esaminato l’unico esemplare esistente (un maschio) della prima e l’u-
nico esemplare esistente (anch’esso un maschio) della seconda ed ho costatato
che essi appartengono a due specie diverse, nettamente distinte. Dato che la prima
località riportata dall’autore è la Siberia, l'esemplare in essa raccolto deve essere
considerato come il vero imstriatus. Inoltre esso porta un cartellino manoscritto
da REITTER col nome « S. (1) zmstriatus m. 1896 » ed un altro con la dicitura stam-
pata « typus coll. REITTER ». Il luogo di raccolta, scritto su un altro cartellino, è
però Przevalsk e non Przewalksk come riporta REITTER. L'altro esemplare maschio
della Mongolia sarà da me descritto più vanti come specie nuova.
La breve descrizione data da REITTER si adatta però ad ambedue gli esemplari
citati; è quindi necessario dare ora i caratteri differenziali dell’imstriatus.
DESCRIZIONE. - La forma del corpo è simile a quella delle specie del grup-
po del fasciatus al quale questa appartiene. Il tomento è costituito da sparsi
peli di colore uniforme giallo-bianchiccio, senza particolari disegni.
Il pronoto possiede una forte punteggiatura formata da punti più grossi
di quelli dell’arietinus, del fasciatus e del prlula ed inoltre più fitti di quelli di
questa ultima specie e del subaeneus.
Il prosterno presenta una costituzione simile a quella del fasciatus e dell’arie-
tinus, è perciò più stretto di quanto troviamo nel pilula e nel Reitteri (nel subae-
neus esso appare invece un poco più stretto e molto più lungo).
Le elitre sono provviste di strie poco evidenti, leggere ed in certi punti
obliterate completamente. Sono quindi diversissime da quelle fortemente im-
presse del fasciatus, arietinus, pilula e subaeneus (per quanto riguarda le differenze
esistenti fra la costituzione delle strie dell’imstriatus e del Reitteri, vedi ciò che
si dirà a proposito di questa ultima specie). Le interstrie risultano piane e densa-
mente punteggiate, come nel Reitteri ed a differenza delle altre specie fin qui
prese in esame (in esse sono più sparsamente scolpite). Le rugosità trasversali
delle interstrie sono molto evidenti e bene impresse, un poco di più che nel Reit-
teri e molto di più che nel fasciatus, arietinus e pilula (nel subaeneus si è detto so-
no leggerissime e visibili solo a forte ingrandimento).
(1) Vedi quanto si è detto nella nota di pag. 91 a proposito del nome generico Seminolus.
94 | G. FIORI
Le ali membranose sono ridotte e non si ripiegano trasversalmente, ma hanno
nervature distinte.
Gli urosterni visibili esternamente appaiono più rugosi che nel pilula ed
un poco meno che nel Reitter:.
Il fallo (fig. II) è caratteristico. Infatti l’apice dei parameri, visto dal di sopra,
appare arrotondato come nel fasciatus, (al contrario di questo è però leggermente
Pie IT,
Byrrhus imstriatus Reitter. - Fallo dell’olotipo visto dal dorso e di lato (lungh. nat. 3,5 mm.).
piegato in alto), ed il margine esterno degli stessi fortemente sinuoso. Questa
ultima particolare costituzione la ritroviamo (benchè un poco diversa, come si
vede dalle figure) solamente nel Reitteri, a differenza di tutte le altre specie fino
ad ora prese in esame. Dal Reitteri si distingue subito, per vistosi caratteri repe-
ribili nella porzione distale allargata del mesofallo, che, vista dall’alto, appare
subcircolare con i margini uniformemente arrotondati, anzichè subromboidale a
lati sinuosi.
Il tipo è lungo 7,5 mm. e largo 4,5 mm. (larghezza massima).
GEONEMIA. - L’unico esemplare conosciuto è stato raccolto nell’Asia cen-
trale a Przevalsk ad Est del lago Issik.
Byrrhus Reitteri n. sp.
L’unico esemplare noto di questa nuova specie (un maschio) era stato con-
siderato da REITTER, paratipo del Byrrhus imstriatus Reitt. (vedi quanto si è detto
a pag. 93).
DESCRIZIONE. - La forma del corpo è un poco diversa da quella delle specie
del gruppo del fasciatus, al quale esso appartiene. È infatti un poco più allargata
posteriormente. Il tomento (non bene conservato) appare di tinta scura e costi-
tuito da peluzzi grigio-nerastri che acquistano una sfumatura giallastra al margine
anteriore ed ai lati del pronoto. Sulle elitre non si notano disegni particolari.
BYRRHUS ASIATICI 95
Il pronoto presenta una fitta punteggiatura. I punti sono molto vicini l’uno
all’altro, spesso a contatto ed a volte confluenti, in modo da dare alla superficie
un ‘aspetto estremamente rugoso. Risultano quindi molto più fitti, sebbene meno
impressi, di quelli del fasciatus, pilula, arietinus e subaeneus ed appena un poco
più fitti di quelli dell’imstriatus.
Il prosterno è largo e non eccessivamente lungo. Infatti, proporzionalmente
alle dimensioni del corpo, appare largo circa come nel pilula, un poco di più di
quello del fasciatus e dell’imstriatus e molto di più di quello dell’arietinus e del
subaeneus (in questa ultima specie è poi molto più lungo che nel nostro Rezttert).
Fig. III.
Byrrhus Reitteri G. Fiori. - Fallo dell’olotipo visto dal dorso e di lato (lungh. nat. 3 mm.).
Le elitre hanno strie regolari, leggere ed a volte interrotte, quindi simili
a quelle dell’imstriatus, ma un poco più infossate, e diversissime da quelle forte-
mente impresse del fasciatus, pilula, arietinus e subaeneus. Le interstrie risultano
piane, provviste di una fitta punteggiatura, come nell’imstriatus, ma molto più
densa di quella che troviamo nel fasciatus, pilula, arietinus e subaeneus; e molto
rugose. Le rugosità trasversali delle interstrie sono infatti molto impresse, più
impresse che nelle altre specie prese fino ad ora in considerazione, ad esclusione
di quelle dell’imstriatus che lo sono di più.
Le ali membranose appaiono un poco ridotte in lunghezza (1). Le nervature
sono però bene distinte.
Gli urosterni visibili dal di fuori risultano più granulosi che nel pilula ed
un poco di più che nell’imstriatus, circa altrettanto che nell’arzetinus ed infine
un poco meno che nel fasciatus.
(1) Da quanto si è riferito, tutte le specie di Byrrhus che si rinvengono solamente nell’ Asia
continentale del centro e del Nord, presentano una riduzione delia superficie delle ali membranose,
più leggera nel B. subaeneus Reitt. e nel B. Reitteri G. Fiori e più forte nel B. imstriatus Reitt. In
questa ultima specie, infatti, le ali non si ripiegano più trasversalmente. Anche in due razze euro-
pee del B. pilula L., e precisamente nel B. pilula herculeanus Ganglb. e nel B. pilula regalis Steff.,
la superficie delle ali risulta un poco ridotta rispetto a quella della forma tipica.
96 G. FIORI
Il fallo (fig. III) (2) ha i parameri costituiti all’ incirca come quelli dell’zm-
striatus (quindi nettamente differenti dalle altre specie di Byrrhus prese in consi-
derazione), ma con la sinuosità del margine esterno diversa. Il mesofallo possiede
una costituzione nettamente particolare ed infatti presenta la porzione distale
allargata a forma di rombo con 1 lati sinuosi, di diversa fabbrica quindi di quella
del fasciatus, pilula, arietinus, subaeneus ed imstriatus. La porzione prossimale del
mesofallo sopravanza, inoltre, di molto i parameri.
L'unico esemplare conosciuto è lungo 9,5 mm. e largo 5,5 mm. (larghezza
massima).
GEONEMIA. - Di questa nuova specie si conosce un unico esemplare, maschio,
trovato nella regione del Kan-ssu a Sud della Mongolia (REITTER la considerava
inclusa nella Mongolia) da G. POTANIN nel 1885. L’esemplare in questione è
conservato nelle Collezioni della Sezione di Zoologia del Museo Nazionale Unghe-
rese di Budapest.
Byrrhus nigrosignum Reitt.
Ho esaminato il tipo (un maschio) e tre paratipi (un maschio e due femmine)
del B. nigrosignum Reitt., raccolti a Schahidulla nel Chotan meridionale, ed ho
accertato la loro identità con gli esemplari europei di B. fasciatus Forst. Questa
ultima specie ha, come è noto, una amplissima geonemia. Si trova infatti in gran
parte dell'Europa, in Siberia, in Cina, in Alasca ed in Groenlandia.
Rimane quindi stabilita la seguente sinonimia:
Byrrhus fasciatus Forster (1771) = Byrrhus nigrosignum Reitter (1916).
RIASSUNTO
In questo quarto contributo alla conoscenza dei Coleotteri della famiglia Byrrhidae, l’autore
‘ studia i tipi ed i paratipi dei Byrrhus L. asiatici descritti da REITTER. Mette così in evidenza che il
B. subaeneus Reitt., della riva occidentale del lago Baikal e della Transbaicalia, è una buona specie;
che il B. imstriatus Reitt. è stato descritto su due esemplari SS di diversa località ed appartenenti
a due specie diverse chiaramente separabili (il tipo di Przevalsk ad Est del lago Issik (Asia centrale),
il vero zmstriatus, viene nuovamente caratterizzato, mentre il paratipo della regione del Kan-ssu,
a Sud della Mongolia, è descritto col nome di Reitterz); infine che il B. nigrosignum Reitt. è sino-
nimo del B. fasciatus Forst.
(2) Per ia costituzione del fallo, il Reitteri sembra affine al B. ekashi descritto da Kono
nel 1934 (Kono H. - Zwei neue Byrrhus-Arten (Col.). - Insecta Matsumurana, vol. VIII, n. 3,
1934, pp. 129-131) dell’isola di Hokkaido nel Giappone. In questa ultima specie, a differenza della
nostra, la porzione distale allargata del mesofallo è appuntita ai lati ed incavata ad arco prima del-
l’apice ed il margine laterale dei parameri diversamente sinuoso.
sens da
SOCIETÀ ENTOMOLOGICA ITALIANA
Eretta in Ente Morale con R. Decreto 28 Maggio 1936
Sede in GENOVA, Via Brigata Liguria, N. 9
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Vice-PRESIDENTE : Dott. Felice Capra.
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Antonio Porta, Prof. Sandro Ruffo, Prof. Mario Salfi, Prof. Antonio Servadei,
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Casiccia, — Supplenti: Dott. Mario Franciscolo, Sb G. B. Moro.
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| 1. MEMORIE
SOCIETÀ ENTOMOLOGICA.
ITALIANA
FONDATA NEL 1869 - ERETTA IN ENTE MORALE CON R. DECRETO 28 MAGGIO 1936
VOLUME XXXVL. 1057
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FascicoLo I
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Sede della Società
Genova — Via Brigata Liguria, 9
GENOVA
TIPOGRAFI EDITORI
FRATELLI PAGANO
1957
SOMMARIO
STARKOFF 0. - Ixodoidea della Sicilia. (6-7-1957)
FocARILE A. - Dimorfismo alare (Pteridimorfismo) in popolazioni di Ptero-
stichus minor (Gyllh.) e di P, diligens (Sturm) e dati ecologici su questa
specie. (Studi sui Carabidae italiani. 40), (6-7-1957) es
TAMANINI L. - Alcuni appunti sulla biologia e sulle più comuni forme di
colore dell’ Eurydema ventralis Kol. (Hemiptera, Pentatomidae),
0 n ® nk »
(CP.
ConsigLIo C. - Contributo alla conoscenza dei Plecotteri di Corsica. (14-9-
1957)
ZAVATTARI E. - SAVERIO PATRIZI. (14-9-1957)
DE Monte T.:- Prima nota sull’apparato plasmatore degli escrementi, ca-
ratteristica modificazione dell’intestino retto femminile in alcune tribù
della sottofamiglia Clytrinae (Col., Chrysomelidae). (14-9-1957)
®
Concr C. - Il metodo e la terminologia dei « Tipi » usati nella sistematica
zoologica. (1-12-1957) EE
e
GuiGziA D. - Le Vespe d’Italia. Supplemento alla Bibliografia. (1-12-1957)
INVREA F. - Mutillidi nuovi o notevoli del Bacino ‘Mediterraneo. V Nota
(Hymenoptera, Mutillidae). (1-12-1957) . .. e ge
WAGNER E. - Eine neue Neogaeus-Art aus Italien (Hem. Het, Neogaeidae),
(1-12-1957)
La data che segue i titoli è quella di pubblicazione dell’estratto,
Pag.
105
113
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174
188
201
97
OLEG STARKOFF
Istituto di Parassitologia dell’Università di Roma.
(Direttore: Prof. E. Biocca).
IXODOIDEA DELLA SICILIA
Le poche conoscenze che abbiamo sulle specie di /xodoidea della Sicilia si
devono a qualche rara pubblicazione del secolo scorso (RONSISVALLE, CALAN-
DRUCCIO, CANESTRINI) e a qualche dato isolato che troviamo nella letteratura re-
cente (SCHULZE, CAVACEPPI, ecc.), mentre uno studio sistematico e faunistico
più completo non è stato finora eseguito.
Nell’intento di portare un contributo a tale argomento, stimo opportuno
riassumere i dati che ho trovato nella letteratura e rendere note le mie osserva-
zioni sulle zecche della Sicilia, utilizzando soprattutto l’abbondante materiale
inviatomi dal prof. M. MARIANI, che vivamente ringrazio per la preziosa colla-
borazione.
A
Il materiale è stato raccolto in diverse località della Sicilia, prevalente-
mente su mammiferi domestici, durante i mesi primaverili ed estivi.
ARGASIDAF
Argas reflexus (Fabricius, 1794)
MARIANI (comunicazione personale, 1957) ha recentemente osservato, a
Zappulla (Messina), numerosi esemplari di questa specie parassitare intensa-
mente due cani da caccia. Il canile, che li ospitava, era situato sotto una
piccionaia, che risultò invasa da numerosissime. zecche. La disinfestazione
degli ambienti suddetti fu lunga e laboriosa.
Argas transgariepinus White, 1846.
Specie trovata da BERLESE (1913), oltre che in Sicilia (Riposto), a Firenze.
Nell’acaroteca BERLESE, conservata presso la Stazione di Entomologia A-
graria di Firenze, mentre l’esemplare raccolto in questa città è tutt'ora conservato,
non si trova, invece, quello proveniente dalla Sicilia.
L’esemplare di Riposto, trovato nel giugno 1913, « venne raccolto - al dire
di BERLESE - sulle vesti di una piccola bambina, la quale raramente ha contatti
con persone estranee alla propria famiglia ».
HoocsTRAAL (comunicazione personale, 1956) mi ha gentilmente infor-
mato di aver recentemente osservato esemplari di A. transgariepinus, raccolti
in Sicilia.
Argas vespertilionis (Latreille, 1802).
HOOGSTRAAL, che sentitamente ringrazio, mi ha informato (comunicazione
personale, 1956) di aver avuto recentemente occasione di osservare esemplari
di questa specie, rinvenuti in Sicilia.
98 O. STARKOFF
IXODIDAE
Ixodinae
Ixodes ricinus (Linneo, 1758).
RONSISVALLE (1891, 1899) si occupa dei fenomeni morbosi, determinati
neil’uomo da punture di zecche in Sicilia, riferisce alcuni casi clinici e segnala
« nelle campagne di Sicilia, specialmente nelle località paludose delle provincie
di Catania e Siracusa (Lentini, Carlentini, Francofonte, Palagonia. ecc.)» la
presenza di alcune specie di zecche, compreso I. ricinus.
. Non è possibile dire se à a questa specie che si riferisce CALANDRUCCIO
(1889) parlando di «Ixodes sp.?» parassita della pecora, bue, cane e, talvolta,
dell’uomo in Sicilia, citando il caso di un contadino a Camporotondo Etneo.
Ixodes i cxa sons Leach, 1815.
Trovai alcune ninfe di /. hexagonus su a vulpes : a Miontemaekiore
(VI-1951) nel materiale messo gentilmente a mia disposizione dal prof. M. Rıccı.
Haemalastorinae
Haemaphysalis punctata Canestrini et Fanzago, 1877.
CANESTRINI (1890) riferisce di aver avuto un esemplare © di questa specie,
inviatogli da G. B. Grassi e raccolto a Catania su di «un mammifero domestico ».
RONSISVALLE (1899) segnala la presenza di H. punctata nelle campagne
di Sicilia, a Carlentini, dove parassita l’uomo.
Ho ricevuto da Calatafimi (Trapani) alcuni esemplari JS e 99 di questa
specie, raccolti su Ovis aries nell'ottobre 1956.
Haemaphysalis sulcata Canestrini et Fanzago, 1877.
Tra le zecche del Museo di Storia Naturale di Vienna, SCHULZE (1927)
segnala alcune ninfe e una larva di H. sulcata trovate su Lacerta sp. in Sicilia.
Il prof. M. MARIANI mi ha mandato da Palermo una ninfa di questa specie,
trovata sull’alluce di una donna nel IX-1955 e alcuni esemplari SS e 99, raccolti
a Calatafimi (Trapani) su Ovis aries nell’ottobre 1956. Altri esemplari 33 e 99
vennero trovati sullo stesso ospite a Alcamo (Trapani) nel novembre dello stesso
anno.
Dermacentor marginatus (Sulzer, 1776).
Secondo RONSISVALLE (1891) questa specie può parassitare l’uomo e,
al pari di altre zecche, può costituire « spesso un vero flagello della gente di cam-
pagna ».
RONSISVALLE (1899) riferisce le sue osservazioni sulle zecche, che possono
parassitare l’uomo in Sicilia, con particolare riguardo ai disturbi che ne possono
derivare. Tra tali zecche l'Autore include «il Dermacentor ».
Il prof. MARIANI raccolse su di un cane a Palermo, il 10-VI-1950, un esem-
plare $ di dimensioni alquanto più piccole di quelle consuete, con intensa co-
lorazione bianca su fondo giallastro dello scudo dorsale (fig. 1), estendentesi
anche alle zampe. L'insieme di questi caratteri corrisponde a quelli di « Derma-
centor marginatus lacteolus », sottospecie creata da SCHULZE nel 1933 su esemplari
raccolti a Sorgono (Sardegna).
IXODOIDEA DELLA SICILIA | 99
SCHULZE, descrivendo questa zecca, dice soltanto: «Von marginatus kommt
in manchen Teilen des Mittelmeergebietes eine kleine gelbbraune Rasse mit
dickem weissen Schmelz vor. Ich nenne sie lacteolus n. ssp. Mir liegen von ihr
13, 392 aus Sorgono, Sardinien, im April von ASPHODILL gekatschert vor, die
ich der Freundlichkeit des Herrn Dr. Graf Vırzruum verdanke. Type das
3». L'ospite non viene indicato.
SCHULZE fa notare che questa sotto-specie corrisponde al reperto avuto
da NuTTALL nel 1920 dalla Spagna e all'osservazione di PAOLI (1917) nell’Isola
di Rodi.
Fig. 1 - Dermacentor marginatus 3: scudo dorsale. Esemplare di Palermo (x 18).
La descrizione, precedentemente citata, non è accompagnata da figure.
Le fotografie del maschio e della femmina, visti dal lato dorsale, si trovano in una
pubblicazione di ‘TONELLI RONDELLI (1938, fig. 1); esse sono state inviate dallo
SCHULZE e riproducono esemplari della Sardegna.
POMERANTZEV (1950), dopo aver richiamato l’attenzione sulle variazioni
di colore di D. marginatus, accenna agli esemplari provenienti dalle zone meri-
dionali della ‘Transcaucasia, probabilmente identificabili, secondo l'Autore,
come « D. marginatus lacteolus ». POMERANTZEV aggiunge che l’intera questione
deve essere ulteriormente studiata sulla base di nuovi precisi dati morfologici
ed ecologici.
Esaminando l'esemplare di Palermo, sono giunto alla conclusione che non
esiste carattere alcuno che possa permettere di mantenere distinta questa sotto-
specie. Le variazioni di colore e le differenze di estensione della « smaltatura »
100 O. STARKOFF
bianca rientrano nei limiti delle variazioni individuali, già studiate da CooLEY
(1938) per il genere Dermacentor e da DeLPy (1949) per il genere Hyalomma.
| Considero, pertanto, « D. marginatus lacteolus » come sinonimo di D. mar-
ginatus.
Un esemplare © di questa specie venne trovato sull’uomo a Caccamo (Pa-
lermo) nel novembre 1956.
Rhipicephalinaæe
Rhipicephalus sanguineus (Latreille, 1806). |
C. L. KocH (1844) menziona la presenza di questa specie in Sicilia, usando
la denominazione di « R. siculus ».
Grassi e CALANDRUCCIO (1889, 1890a, 1890b) segnalano questa specie, col
nome di « À. siculus », sul cane a Catania, considerandola come ospite intermedio
di Acanthocheilonema reconditum (Grassi).
CANESTRINI (1890) rende noto di aver ricevuto da G. B. Grassi alcuni
esemplari di R. sanguineus, raccolti a Catania.
RONSISVALLE (1891) dice che questa specie, al pari di alcune altre, può
parassitare l’uomo. Nel 1899 lo stesso Autore segnala la presenza di R. sangui- -
neus « nelle campagne di Sicilia, specialmente nelle località paludose delle pro-
vincie di Catania e di Siracusa (Lentini, Carlentini, Francofonte, Palagonia,
ecc.) >», aggiungendo che queste zecche « da parassiti si possono attaccare, mas-
sime nella stagione estiva, alla cute dell’uomo », producendo disturbi locali e ge-
nerali.
CONDORELLI FRANCAVIGLIA (1913, 1915) ha rinvenuto una © di questa specie
in fondo al condotto uditivo esterno di un giovane da Misterbianco (Catania).
Cannavo’ (1934) riferisce di aver raccolto nel V-1933, su cani a Palermo,
120 esemplari adulti di R. sanguineus.
Ranpazzo (1951), occupandosi della piroplasmosi suina in Sicilia, segnala
la presenza di R. sanguineus sui maiali di Polizzi Generosa (Palermo).
VALLE (1955), avendo fatto la revisione e il riordinamento della acaroteca
CANESTRINI, tutt'ora conservata nell’Istituto di Zoologia dell’Università di Pa-
dova, segnala in questa collezione un esemplare di R. sanguineus, proveniente da
Catania.
Nella raccolta del prof. M. Ricci riscontrai diversi 33 e 99 di questa spe-
cie, trovati su Vulpes vulpes a Montemaggiore (VI-1951).
Numerosi esemplari di R. sanguineus mi vennero inviati dal prof. M. Ma-
RIANI nella primavera e nell’estate 1956. Questo materiale può essere diviso per
ospiti nel modo che segue:
Canis familiaris.
Ninfe - Palma Montechiaro (Agrigento), VIII-1956
- Alcamo (Trapani), IV-1956
43 99 - Siracusa, IV-1956
33 92 - Paceco (Trapani), V-1956
33 99 - Valle del Tumarrano (Agrigento), VI-1956
33 99 - Calatafimi (Trapani), VI-1956
Sus scrofa domestica.
© - Ramacca (Catania), 111-1956
33 - Calatafimi (Trapani), VI-1956
IXODOIDEA DELLA SICILIA 101
Bos taurus
33 92 - Valle del Tumarrano (Agrigento), IV-1956, VI-1956
33 92 - S. Carlo (Palermo), V-1956
44 - Enna, VII-1956
Ovis artes.
S3 99 - Valle del Tumarrano (Agrigento), VI-1956
Capra hircus. |
S3 9 - Valle del Tumarrano (Agrigento), VI-1956
Rhipicephalus bursa Canestrini et Fanzago, 1877
CANESTRINI (1890) riferisce di aver avuto alcuni esemplari di questa spe-
cie «inviati da Catania dal prof. GRASSI ».
CALANDRUCCIO (1899) rende noto di aver fatto nel 1891 alcuni esperimenti
sull'uomo per saggiare gli effetti delle punture delle zecche. Tali esperimenti,
eseguiti nella piana di Catania, sono stati fatti anche con esemplari di R. bursa,
raccolti su buoi e pecore.
VALLE (1955), studiando la ideali di CANESTRINI, conservata presso l’I-
stituto di Zoologia dell’Università di Padova, ha trovato in questa collezione un
esemplare di R. bursa, rinvenuto a Catania, e un altro con l’indicazione: « Si-
cilia ».
Ho trovato 43 e 92 di questa specie nella raccolta del prof. M. Ricci,
rinvenuti su Vulpes vulpes a Montemaggiore (VI-1951).
Il materiale, inviatomi dal prof. M. MARIANI, può essere suddiviso per
ospiti nel seguente modo:
Bos taurus.
3 92 - Cugno Mendola - Augusta (Siracusa), V-1956
33 92 - Valle del Tumarrano (Agrigento), VI-1956
di = Enna, VII-1956
Capra hircus. |
33 92 - Valle del Tumarrano (Agrigento), VI-1956 —
Boophilus calcaratus (Birula, 1895)
RONSISVALLE (1899), seguendo con diversi altri Autori una terminologia
impropria e chiamando questa specie « Rhipicephalus annulatus », ne segnala la
presenza nelle campagne di Sicilia, «specialmente nelle località paludose delle
provincie di Catania e di Siracusa », dove sarebbe parassita anche dell’uomo.
SACCOMANNO (1913), occupandosi della distribuzione in Italia della piro-
plasmosi bovina, nota la presenza di B. calcaratus sui bovini in diverse regioni,
compresa la Sicilia. La specie viene denominata « Rhipicephalus annulatus » e
alcuni sinonimi, riportati dall’ Autore, sono inesatti.
Neveu-LEMAIRE (1938) menziona la presenza di B. calcaratus in Sicilia.
Il prof. M. MARIANI mi ha inviato diverse 99 di questa specie, raccolte
su Bos taurus a Augusta (III-1956, IV-1956, V-1956).
Hyalomma savignyi (Gervais, 1844)
Come è noto, il grande numero dei sinonimi e le opinioni contrastanti
dei vari Autori hanno . determinato, per molti anni, una notevole incertezza e
confusione nella sistematica e nella nomenclatura delle specie del genere Hya-
102 | O. STARKOFF
lomma Koch. Da una parte, Autori come SCHULZE e Kratz hanno istituito sotto-
generi e considerato un grande numero di specie, sottospecie, varietà e forme
diverse, dall’altra NEUMANN (1899), seguendo una tendenza opposta, aveva prima
eccessivamente ridotto il numero delle specie al punto che « Hyalomma aegyptium »
era diventata una specie « collettiva », comprendente ben 16 specie di KocH.
Pertanto oggi si considera il termine « H. aegyptium », inteso nel senso di NEU-
MANN, come sinonimo pro parte di tutte le specie del genere Hyalomma parassite
dei mammiferi, mentre H. aegyptium (Linneo, 1758) è parassita delle tartarughe
terrestri e dei serpenti. |
Da quanto precede risulta evidente che le segnalazioni di « H. aegyptium »
nelle varie regioni d’Italia vanno accolte con riserve. Dato, però, che nell’Italia
continentale (ove si eccettui la Puglia, dove ho recentemente trovato alcuni esem-
plari di H. excavatum) e in Sardegna è stata finora accertata la presenza soltanto
di H. savignyi come parassita dei mammiferi, si può con sufficiente approssi-
mazione ritenere che si tratti di questa specie. Per quanto riguarda la Sicilia,
invece, vi si trova non solo H. savignyi, ma anche, e con notevole frequenza come
ho potuto osservare, H. excavatum. Conseguentemente gli esemplari di « H.
aegyptium », raccolti su mammiferi in Sicilia, vanno considerati come Hyalom-
ma sp., non essendo possibile ascriverli nè all’una, nè all’altra specie. Ciò vale
per le osservazioni di RONSISVALLE (1889, 1891, 1899) e di CALANDRUCCIO (1899),
per quanto riferiscono CANESTRINI (1890), Mincazzini (1898), SENEVET (1937)
e altri sulla distribuzione geografica in Italia di « H. aegyptium » e anche per l’esem-
plare proveniente da Catania, trovato da VALLE (1955) nella collezione di CANE-
NESTRINI.
MELDOLESI (1950) fa notare che H. savignyi è comune in Sicilia sul bestia-
me.
CavacepPI (1950, 1951) accenna alla presenza di H. savignyi in Sicilia’
Nel materiale inviatomi dal prof. M. MARIANI questa specie figura rac-
colta sui seguenti ospiti: |
Motacilla cinerea
2 ninfe - Buonfornello (Palermo), IV-1956
Sus scrofa domestica
© - Calatafimi (Trapani), VI-1956
Bos taurus
92 - Valle del Tumarrano (Agrigento), IV-1956, VI-1956
33 22 - Cugno Mendola-Augusta (Siracusa), V-1956
9 - S. Carlo (Palermo), V-1956
$$ 99 - Enna, VII-1956
Ovis aries
3 - Alcamo (Trapani), XI-1956
Capra hircus
3 - Valle del 'i'umarrano (Agrigento), VI-1956
Hyalomma excavatum Koch, 1844
SCHULZE (1936) ha segnalato la presenza di H. excavatum, col nome di
«H. lusitanicum Koch», sui buoi di Cefalù (prov. di Palermo). Sulla base di
IXODOIDEA DELLA SICILIA 103
questa osservazione, Kratz (1940), a proposito della distribuzione geografica
di questa specie, menziona la Sicilia.
Dalle mie osservazioni risulta che H. excavatum è assai frequente in varie
località della Sicilia, da dove ne ho avuti numerosi esemplari, speditimi dal prof.
M. MARIANI, così distribuiti per quanto riguarda gli ospiti:
Bos taurus
3S 92 - Augusta (Siracusa), III-1956, IV-1956
Sg - Misterbianco (Catania), III-1956
® - Motta S. Anastasia (Catania), III-1956
da = Siracusa,’ TV -1956
gg 99 - Isola di Vulcano (Eolie, Messina), V-1956
Ovis aries
$3 - Calatafimi (Trapani), X-1956
3 - Alcamo (Trapani), XI-1956
Capra hircus
33 - Valle del Tumarrano (Agrigento), VI-1956
RIASSUNTO
L’Autore elenca le varie specie di Zxodoidea riscontrate in Sicilia.
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105
ALESSANDRO FOCARILE
DIMORFISMO ALARE (PTERIDIMORFISMO) IN POPOLAZIONI .
DI PTEROSTICHUS MINOR (Gyllh.) E DI P. DILIGENS (Sturm)
E DATI ECOLOGICI SU QUESTA SPECIE |
(Studi sui Carabidae italiani 4°)
In occasione di alcune ricerche ecologiche sulla coleotterofauna del Lago
di Biandronno (Lombardia occid., Varese), ho avuto la possibilità di raccogliere
tra l’altro anche un certo numero di P. minor (Gylih.) e P. diligens (Sturm).
Poichè entrambe le specie presentano un dimorfismo (nel caso di P. mi-
nor, polimorfismo) alare, ho creduto opportuno esaminare con più accuratezza
queste popolazioni sotto tale punto di vista. E poichè finora in Italia non si sono
pubblicati dati sullo pteridimorfismo dei Carabidae, ritengo non privo d’interesse
rendere noto quanto ho avuto modo di osservare. Infine, dato che P. diligens
è un elemento piuttosto raro e sporadico per la coleotterofauna italiana, faccio
seguire qualche dettaglio ecologico atto ad illustrare il particolare biotopo di
ritrovamento.
PTERI-POLIMORFISMO DI P. MINOR (Gyllh.) IN POPOLAZIONI
DI QUATTRO BACINI INTERMORENICI PREALPINI
P. minor è specie abbastanza frequente in Val Padana, nelle formazioni
palustri perialveali dei maggiori fiumi, ed in quelle dei bacini lacustri intermo-
renici prealpini. Ho esaminato in complesso 243 esemplari delle seguenti lo-
calità:
Lago di Sartirana (apparato morenico dell’ Adda) 17 es. (28/4 - 1/5-46),
15 es. (28/3-48), 37 es. (4-53), 31 es. (16/11-53), 6 es. (12-53) totale 106 es.
Lago di Biandronno (apparato morenico del Verbano) 53 es. (18 - 25/9-55),
12 es. (29/1-56) totale 65 es.
Lago di Monate (apparato morenico del Verbano) 17 es. (16 - 23/8-55) totale 17 es.
Stagni intermorenici ad Ovest di Dormelletto (apparato morenico del Ver-
bano) 55 es. (24/6-55) totale 55 es.
Per gli esemplari della Fennoscandia, LINDROTH (1945, p. 622) considera
tre tipi di ali:
1° tipo: le ali sono lunghe 2/3 delle elitre, con apice largamente arrotondato.
2° tipo: le ali sono i lunghe più di 2/3 delle elitre, con regione apicale svilup-
pata.
30 tipo: le ali sono più lunghe delle elitre, normalmente sviluppate, e potenzial-
mente funzionali.
In questo caso si può già parlare di pteri-polimorfismo, poichè oltre ai
tre tipi sopra accennati, sono presenti anche esemplari con ali di lunghezza in-
termedia, e che pertanto costituiscono ulteriori forme di transizione tra la forma
ad ali nettamente accorciate (brachittera) e la forma da ali perfettamente svilup-
pate (macrottera).
Nella popolazione del Lago di Sartirana (106 es.) tutti gli es. (eccetto 1 3)
sono brachitteri, e precisamente le ali raggiungono l’estremità del 5° tergite,
106 A. FOCARILE
al massimo quella del 6° t., l’apice è largamente arrotondato, lo pterostigma
subisce un processo di riduzione e presenta già un accentuato principio di mi-
“grazione verso l'articolazione alare. do es. corrispondono pertanto al 1°
tipo di LINDROTH.
L'unico es. macrottero (se tale si può chiamare) ha le ali lunghe quanto le
elitre, con parziale elisione della regione apicale, e conseguente inizio di arro-
tondamento nel suo contorno. È una forma intermedia tra il 20 e 3° tipo di LIN-
DROTH.
La popolazione del Lago di Biandronno è costituita da 25 4% e 40 99.
Anche in questo caso si nota una netta predominanza di es. brachitteri (55)
su quelli macrotteri (10), sebbene non così accentuata come nella popolazione
del L. di Sartirana. La distinzione per sesso anche qui non pone in risalto al-
cuna caratteristica, e le proporzioni degli es. macrotteri rispetto ai brachitteri,
sono pressocchè uniformi nei gg come nelle 99.
La popolazione del Lago di Monate comprende 17 es., dei quali 7 4g e
10 29. Nonostante il modesto numero di cui è composta questa popolazione, no-
tiamo 6 es. macrotteri su 17 (35,2%) contro i 10 es. macrotteri su 65 (15,3%)
del Lago di Biandronno. Anche in questa popolazione gli es. brachitteri hanno
le ali che raggiungono l’estremità posteriore del 5° - 6° tergite, ed appartengono
al 1° tipo di LINDROTH.
Infine la popolazione degli stagni intermorenici ad Ovest di Dormelletto
(Arona, Piemonte) è costituita da 55 es. (19 43 e 36 99). Notiamo una forte pre-
ponderanza di es. macrotteri (47) sui brachitteri (8), con proporzioni pressoc-
chè uguali tra i due sessi. Le ali degli es. brachitteri raggiungono l’estremità
posteriore. del. 59 .- 6° -.terpite;
Il biotopo di ritrovamento è periodicamente sommerso, e probabilmente
è da attribuire a questa causa l’alta percentuale di es. macrotteri che contrad-
distingue la popolazione presa in esame.
Riassumendo: il 1° tipo con ali ridotte è in quasi assoluta predominanza
a L. di Sartirana (105 es. su 106 = 99%), in meno netta predominanza a L. di
Biandronno (55 es. su 65 = 84,7%) e al Lago di Monate (11 es. su 17 = 64,8%),
mentre è in netta minoranza agli stagni di Dormelletto (8 es. su 55 = 14,6%).
Il 2° tipo è presente in un unico es. al L. di Sartirana, assente a Biandronno,
Monate e Dormelletto. Il 3° tipo (cioè con ali perfettamente sviluppate) è assente
a Sartirana, presente a Biandronno, Monate e Dormelletto.
Numero degli esemplari
L. Sartirana L Biandronno L. Monate stagni Dormelletto
Macrotteri 1 10 6 47
Brachitteri 105 DD 11 8
totale 106 Doro 17 55
Per quanto riguarda la progressiva riduzione della membrana alare di
P. minor, merita notare quanto segue:
1° non si riscontra una modificazione morfologica dell’elitra in concomi-
tanza con la riduzione dell’ala e dei muscoli della sua articolazione. Esteriormente
non si notano apprezzabili differenze (e ciò vale anche per P. diligens) nello svi-
luppo degli omeri, differenze invece molto evidenti, tra gli es. macrotteri e quelli
brachitteri, in altri Carabidae pteridimorfici, ad es. Bembidion lampros e B. pro-
perans.
PTEROSTICHUS MINOR ET DILIGENS 107
20 L’ala diminuisce di dimensioni in misura proporzionata sia nel senso
della lunghezza come in quello della larghezza. Non si ha cioè quella regressione
alare, verso il tipo stenottero, caratteristica in altri generi di Carabidae, ad es.
Catathus mollis, C. melanocephalus, Laemostenus janthinus, etc.
3° Le prime ripiegature della membrana alare che tendono a scompa-
rire, sono quelle interessanti la regione apicale. Più persistente è per contro la
ripiegatura della regione ascellare, che tende anzi a sclerificarsi nelle forme più
accentualmente brachittere. Ciò è confermato anche dalle ricerche di DARLIN-
Gron-(1936,\piad54b;
©
Fig. I. - Pteridimorfismo in P. minor (Gyllh.) del Lago di Biandronno: 1, ala normalmente svilup-
pata di es. macrottero - 2 e 3, ali ridotte di es. brachitteri
40 Si accentua innanzitutto la sclerificazione delle nervature longitudinali
(costale, subcostale, radiale), che si collegano ad uno pterostigma gia ridotto di
dimensioni.
Lo studio dello stato delle ali (dinamica nel senso di LINDROTH) è di grande
ausilio, se correttamente interpretato, per le indagini zoogeografiche, come è
stato ancora recentemente documentato da LINDROTH nella sua magistrale il-
lustrazione dei Carabidae della Fennoscandia. Giustamente l’ Autore Svedese
(con l’ausilio di alcune cartine veramente significative) ha considerato gli esem-
plari macrotteri (« parachutists ») di una specie, quelli potenzialmente in grado
di allargare l’areale della specie stessa.
Pur in un’area molto ristretta, quale può esserezla regione prealpina nella
quale si trovano le località più sopra specificate, l’esame delle popolazioni di
Pterostichus minor ci permette di constatare quanto segue:
108 A. FOCARiLE
due laghi in più o meno avanzato stadio di colmamento, cioè 1 laghi di
Sartirana e di Biandronno, hanno una netta predominanza di es. brachitteri,
predominanza che si spiega con un insediamento di popolazioni su un substrato
palustre adatto e di più antica formazione.
Il Lago di Monate per contro, è un bacino profondo (prof. mass. 34,1 m.)
e di limitata superficie (km2 2,51), con ristretta platea litorale, e di conseguenza
con un ristretto e discontinuo cingolo a carattere palustre di recente formazio-
ne (1). Risulta evidente che questo ambiente palustre di più recente età, non può
essere stato popolato che da esemplari macrotteri, giunti da formazioni palustri
della regione circostante. Questa caratteristica nella popolazione di P. minor
del Lago di Monate è inoltre confermata dalla popolazione (sempre di Monate)
di Demetrias monostigma, altra specie pteridimorfica, in generale brachittera,
e che a Monate è rappresentata quasi esclusivamente da es. macrotteri (15 su
16) (2).
PTERIDIMORFISMO DI P. DILIGENS (Sturm) NELLA POPOLAZIONE
DEL LAGO DI BIANDRONNO
Pterostichus diligens è specie piuttosto sporadica nell’Italia sett.le (cioè
quasi al limite meridionale del suo areale) (3), conformemente alla limitata e
discontinua estensione delle torbiere, suo ambiente peculiare anche se non esclu-
sivo. E la sua sporadicità è dovuta anche al fatto che l’ambiente torbiera non è
stato finora oggetto in Italia di accurate ricerche, come meriterebbe (4).
Sec. Horton (1941, p. 285), P. diligens è «...ständiger Bewohner des Spha-
gnums in allen Mooren (tyrphophil), aber auch sonst an feuchten und sumpfigen
Orten ». Sec. LINDROTH (1945, p. 613), in Fennoscandia è specie più o meno
euritopica-igrofila. Come giustamente rileva lo stesso Autore (1949, p. 565 e
segg.), P. diligens appartiene a quella categoria di specie che sono più o meno
chiaramente euritopiche al centro del loro areale, ma verso la periferia dello
stesso diventano gradatamente stenotopiche, e potremmo aggiungere stenoecie (5).
Per il bacino Padano, P. diligens (oltrechè del L. di Biandronno), mi è
noto delle seguenti, località:
~ Lombardia: formazioni palustri eal veal del f. Adda ad Airuno! -
Buco della Niccolina 2204 Lo.! (Zelbio), tra detriti d’inondazione fluitati all’in-
terno dal circostante Piano del Tivano, a carattere torboso.
(1) Come avrò modo di illustrare ampiamente in uno studio in corso di elaborazione sulla
sua coleotterofauna ripicola.
(2) Anche in questo caso abbiamo la conferma opposta per il Lago di Sartirana: la predo-
minanza quasi assoluta di es. brachitteri di P. minor (come abbiamo visto) trova riscontro nella
dominanza assoluta di es. brachitteri di Demetrias monostigma (55 es. raccolti in tutte le stagioni),
come risulta dalle accurate ricerche dell’amico P. Carlo Brivio.
(3) Sec. dati di LUIGIONI (1929) e di APFELBECK (1904) riportati da SCHATZMAYR (1943,
p. 81) in Italia a Sud sino alla Toscana e al Lazio, nella pen. Balcanica a Sud sino in Bosnia.
(4) Nell’unico lavoro finora pubblicato in Italia sulla biologia delle torbiere (ed illustrante
una torbiera del Trentino), MARCUZZI (1948) cita tra l’altro anche P. diligens.
(5) Nelle mie ricerche svolte fino ad oggi in torbiera, ho osservato quasi sempre P. diligens
condizionato alla presenza degli Sphagna, più precisamente esso vive nei caratteristici monticoli
(Bulten) intrisi d’acqua e formati da questi muschi. Al L. di Biandronno ho rinvenuto questa
specie nello Sphagnetum solo nella stagione invernale.
PTEROSTICHUS MINOR ET DILIGENS 109
Piemonte: stagni intermorenici ad Ovest di Dormelletto! (Lago
Maggiore) - torbiera in Valle Scoccia! (M.te Mottarone) - Lago di Candia!
(apparato morenico d'Ivrea) - Sant. d’Oropa! - Ceresole Reale! P.so Monceni-
sio! - Val Pesio!
Complessivamente sono stati raccolti al Lago di Biandronno il 18 e 25-
9-1955, 64 es. (35 33, e 29 99). L'esame dello stato delle ali ci rivela.un dato in-
teressante poichè su 35 gg abbiamo solo 2 macrotteri contro 33 brachitteri,
mentre su 29 99 le proporzioni si invertono: 27 macrotteri e solo 2 brachitteri.
Pertanto in questo caso possiamo già parlare di pteridimorfismo (anche se non
assoluto) sessuale.
in >. © US
Fig. II. - Pteridimorfismo in P. diligens (Sturm) del Lago di Biandronno: 4, ala normalmente
sviluppata di es. macrottero - 5, ala ridotta ad un moncherino, di es. brachittero
Nella popolazione esaminata, le ali degli es. macrotteri sono lunghe circa
1/6 più delle elitre, le nervature sono perfettamente sviluppate, l’apice è larga-
mente arrotondato, le ali sono quindi potenzialmente funzionali.
Negli es. brachitteri invece, le ali sono ridotte ad un moncherino lungo
1/6 delle elitre, e che pertanto supera di poco il 1° tergite, moncherino che è
fortemente sclerificato, squamiforme più o meno accartocciato, e con nervature
completamente indistinte. Non sono presenti sviluppi intermedi tra questi due
estremi, e ciò collima con quanto osservato da LINDROTH (1. c. p. 613) negli es.
della Fennoscandia.
Dall'esame di un’unica popolazione non è certo possibile trarre nessuna
considerazione, solo è opportuno rilevare che lo pteridimorfismo, nei Coleotteri
Carabidae, pare essere legato al sesso più di quanto finora si potesse supporre.
Allo stato attuale delle nostre conoscenze, si è rivolta l’attenzione quasi unica-
mente al fenomeno in sè, senza però approfondire l’indagine sino a porre in risalto
lo stato delle ali nell’ambito di ciascun sesso.
Da mie ricerche tuttora inedite, risulta per esempio che Trichotichnus
laevicollis (Duft.) almeno sul versante meridionale delle Alpi, ha il 3 costante-
mente macrottero, e la © costantemente brachittera. Sarebbe questo il primo caso
noto, nei Carabidae, di uno pteridimorfismo sessuale. E probabile quindi che
un esame più accurato metta in evidenza anche altre specie con un analogo com-
110 A. FOCARILE
portamento. Come ho già reso noto (FOCARILE 1952, p. 77) le specie pteridi-
morfiche di Carabidae nell’Italia sett.le a me note, ammontano a 21.
PL}
Fig. III. - Diagramma delle popolazioni del Lago di Biandronno, rispettivamente (ı) di P.
minor, (2) di P. dilisens. Sono punteggiati i rettangoli proporzionali degli esemplari macrotteri,
a reticolo quelli degli esemplari brachitteri.
CENNI SUL BIOTOPO DI RITROVAMENTO
Il lago di Biandronno è un bacino lacustre in avanzato stadio di colmamento
(Verlandung degli AA. tedeschi), e può ascriversi al tipo di lago-torbiera. Per
alcune sue caratteristiche molto evidenti (presenza di una zattera galleggiante
di vegetazione ancorata alla riva, di tipiche forme vegetali, colorazione del.’ac-
qua, limitato specchio d’acqua libero) esso si avvicina al tipo di Braunwassersee
distrofico (sensu 'THIENEMANN 1925) (6).
Dalle rive vere e proprie fin verso il limitato specchio d’acqua al centro,
si succedono tre fascie pressocchè concentriche di vegetazione: 1° Alnetum
(domin.: Alnus glutinosa, Salix, Populus), 2° prateria torbosa più o meno inon-
data in permanenza, comprendente diverse facies del Magnocaricetum (domin.;
Carex spp. plur., Lysimachia vulgaris, Lythrum salicaria, Equisetum limosum,
Menyanthes trifoliata, Calliergon giganteum), parzialmente sostituita a Nord
da un esteso Sphagnetum galleggiante, (domin.: Molinia coerulea, Rhyncospora
alba, Drosera intermedia, Sphagnum cymbifolium) 3° Typhaeto-Phragmitetum
(domin.: Phragmites communis, Typha angustifolia, Dryopteris thelypteris,
Acrocladium cuspidatum).
In corrispondenza del Magnocaricetum (a netto carattere torbigeno), nelle
parte meridionale del bacino, si notano estesi ricoprimenti di muschi che formano
intorno ai monticoli di Carices vere e proprie spugne intrise d’acqua.
(6) È noto come le classiche definizioni dei diversi tipi di laghi, adottate dalla scuola lim-
nologica tedesca e scandinava (FoREL, T'HIENEMANN, NAUMANN, RUTTNER, etc.) non si prestino
ad essere utilizzate alla lettera anche per i laghi italiani. E da rilevare che, eccettuati alcuni dei
maggiori bacini lacustri italiani (tra i quali il Verbano, il Lario, il Benaco) i medi e piccoli bacini
sono stati finora pochissimo investigati. Pertanto è ancora prematuro in Italia parlare di laghi
oligotrofici, eutrofici e distrofici in senso assoluto.
PTEROSTICHUS MINOR ET DILIGENS ELE
In questa biosede trova ricetto una caratteristica faunula composta da:
Oodes helopioides, Pterostichus minor, P. diligens, P. aterrimus, P. vernalis,
Coelostoma orbiculare, Lathrobium rufipenne, L. gracile, Cryptobium fracticorne,
Actobius cinerascens, Philonthus sp. Gabrius sp., Dryops anglicanus (7).
Sono segnate in corsivo le specie dominanti, ed è da notare che la maggior
parte di questa faunula è costituita da elementi microtermici (8), che rivestono
quindi, per il loro carattere reliquario, un indubbio interesse per la storia zoo-
geografica della regione prealpina italiana.
Fig. IV. - Diagramma della temperatura a Lago di Biandronno il 25-9-1955 tra le h. 11 e le 17,
rispettivamente: a) aria al suolo in ombra - b) acqua delle pozzette (Schlenken) in superficie -
c) nei monticoli (Bulten) a - 10 cm. - d) idem a - 20 cm.
L’acqua che, oltre ad imbibere l'intreccio della vegetazione, forma delle
pozzette (Schlenken) tra i monticoli di vegetazione, è a reazione acido-subacida
(pH 5,8 - 6). In prossimità delle rive meridionali si notano a 2-3 m. sopra l’an-
tico livello del lago, una serie di sorgenti limnocrene, la cui acqua raggiunge
il Magnocaricetum con un percorso di 20-30 m., dopo aver attraversato | A/-
netum. L'acqua (che sgorga a temperatura pressocchè costante durante l’anno,
tra i + 10,40C e i + 13,5°C) non ha il tempo di riscaldarsi dato il brevissimo
percorso, si impaluda in corrispondenza del Magnocaricetum, e mantiene nella
stagione calda il substrato ad un basso valore termico, sottoponendolo altresì ad
un lento ed incessante dilavamento (9).
(7) Riferirò in altra sede su questo interessante ritrovamento. La specie è nuova per I’I-
talia.
(8) Intendo alludere, con questo termine già usato in Fitogeografia, a quelle specie più
proprie di regioni a clima freddo, e che in genere assumono in Italia (ed ai margini meridionali
del loro areale) carattere di relitto.
(9) Nella stagione fredda si ha il fenomeno opposto, cioè l’acqua delle sorgenti riscalda il
terreno su cui scorre, e ciò facilita l’ibernazione dell’entomofauna (come ho avuto modo di osser-
vare nell’inverno 1955-56), che si avvantaggia anche in superficie di una temperatura superiore
di diversi °C a quella del terreno e dell’acqua non interessati dall’afflusso dell’acqua sorgiva.
112 A. FOCARILE
Nel settembre 1955 questo settore del Magnocaricetum era stato sottoposto
a falciatura, per cui emergeva solo la base dei monticoli sopra descritti. Pur non
essendo riparato da uno strato superficiale di vegetazione, nè da un ricoprimento
vegetale continuo, questo settore presentava una limitata escursione termica diur-
na, in parte neutralizzata dalla natura del substrato e dal suo grado d’imbizione
(Sec. GEIGER 1950 p. 141 e segg., i muschi di torbiera in special modo gli Spha-
gna, sono tra i substrati a più bassa conduttività termica).
Misurazione effettuate il 25/9-1955 tra le h. 11 e le h. 17, con tempo se-
reno, ed aria calma, hanno dato i seguenti risultati:
Da notare che, in concomitanza con la massima temperatura riscontrabile
nelle 24 h. all’interno dei monticoli di Carices (cioè alla profondità di 10 e 20
cm.) tra le 15 e le 17, corrispondeva un aumento degli esemplari catturabili
perchè più prossimi alla superficie. Tra le 10 e le 14 invece, e cioè con tempera-
ture inferiori sempre alla medesima profondità di 10 e 20 cm., la cattura delle
due spp. di Pterostichus e delle altre specie già nominate, era molto più saltuaria.
È da ritenere pertanto che all’interno dei monticoli si abbia una periodica ri-
salita di fauna verso la superficie, per usufruire di una temperatura più elevata.
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143
Livio TAMANINI
ALCUNI APPUNTI SULLA BIOLOGIA E SULLE PIU’ COMUNI
FORME DI COLORE DELL’EURYDEMA VENTRALIS KOL.
(Hemiptera, Pentatomidae)
Negli anni 1946 e 1947 vi fu nella Valle Lagarina una forte infestazione di
Eurydema (Rubrodorsalium) ventralis Kol., che causò sensibili danni alle coltiva-
zioni di cavoli. L’abbondanza di materiale mi permise di studiare alcuni aspetti
biologici e morfologici di tale specie.
Nell'aprile del 1947 portai su alcuni cavoli del mio orto, coperti da una fitta
rete metallica, numerose coppie di ventralis e ne seguii tutto lo sviluppo fino al
novembre. Negli anni seguenti cercai di raccogliere più materiale possibile,
in tutta la valle da Trento a Verona, per controllare il comportamento della spe-
cie nei diversi ambienti.
La posizione sistematica dell’ E. ventralis Kol. fu chiaramente definita da
STICHEL (1926 e 1944), il quale considerò inoltre la specie come tipo del suo
nuovo subg. Rubrodorsalium (caratterizzato da tergiti addominali rossi, pronoto
pressochè piano, parameri con base breve e larga, e con le facce esterne e
interne sovrapponibili). Dupuis (1951) confermò le conclusioni del precedente
Autore. La sua biologia venne indagata, negli ultimi anni, da molti emitterologi:
SERVADEI (1935) (1) rese noti i risultati dei suoi allevamenti ed il comportamento
. della ventralis a Bologna (Italia), MicHaLK (1950) a Lipsia (Germania), SCIA-
PIRO (1951) nella Russia meridionale e BONNEMAISON (1952) a Lyon e Versailles
(Francia).
La specie, in passato, venne divisa in cinque varietà, (Falleni GORSKI,
dissimilis FreB., pectoralis FıEB., ventralis KoL. e ornatum GULDE), basate
sulla colorazione del fondo e sulle macchie delle regioni inferiori.
Sulla validità di tali scissioni avanzò i primi dubbi Rusanova (1926);
SERVADEI (1935) dimostrò che esse non potevano essere mantenute, in quanto
basate solamente su stadi di transizione cromatica degli esemplari immaturi. Al-
tri AA. confermarono, in seguito, i reperti del Prof. A. SERVADEI.
MicHALK (1939, 1950) riunì le diverse variazioni di colore di detti stadi in
tre gruppi, che chiamò stadio pictum, ornatum e decoratum. Per rendere più chia-
ro quanto verrà esposto più sotto riassumo brevemente 1 caratteri dei tre gruppi.
Lo stadio pictum, comprende le forme con il colore di fondo bianco o
giallo; gli urosterni senza macchie (escluse le macchie nere delle stimme) o con
una piccola macchia nera nella parte mediana; le regioni sternali del torace con
poche macchie nere isolate. In questo stadio le macchie nere del pronoto non sono
collegate fra loro. Appartiene al pictum la var. Fallent GORSKI.
Lo stadio ornatum riunisce gli esemplari con il colore di fondo arancio
oscuro a rosso; gli urosterni con una grande macchia nera, che lascia il margine
distale più o meno libero; le regioni sternali del torace molto oscurate, ma che
racchiudono striscie o macchie subcircolari chiare (bianchicce, gialle o rosse).
1) Il Prof. A. SERVADEI chiama la sua Eurydema : E. ornatum (L.), seguendo in ciò GULDE
(1934); ma è evidente che trattasi della E. ventralis KoL., sensu STICHEL e DUPUIS, e non della vera
E. ornata (L.). (Seguendo Dupuis, considero Eurydema di genere femminile).
114 | L. TAMANINI
Le sei macchie nere del pronoto sono.libere negli esemplari più. chiari, più o
meno collegate negli esemplari oscuri. Questo stadio comprende le var. dissi-
milis FIEB. e pectoralis FIEB.
Lo stadio decoratum raccoglie gli individui maturi con la colorazione del
fondo rossa; l'addome con una grande macchia triangolare nera, per la fusione di
tutte le macchie degli urosterni (di rado tale macchia giunge fino alle stimme);
le regioni sternali del torace completamente nere, eccetto il margine esterno.
Le sei macchie nere del pronoto sono più o meno collegate. Questo stadio com-
prende la var. ornatum GULDE (non L.) e la forma typica.
Delle ferite sopportate nel periodo preimmaginale o subito dopo l’ultima
muta, la presenza di parassiti od altro possono talvolta dare luogo a forme
intermedie fra i tre stadi. Nell’allevamento in cattività del 1947, i numerosi
esemplari che mi è stato dato di seguire nel loro completo sviluppo, raggiunta
la forma adulta, sono passati regolarmente per i tre stati di colorazione.
OSSERVAZIONI BIOLOGICHE
| Dalle ricerche condotte fino ad ora nella Val d’Adige, risulta che l’Eu-
rydema ventralis Kot., nelle stazioni a microclima caldo tra Trento ed Ala, non
compare prima della metà di aprile; in maggio è comune su tutti i cavoli e rape
(Brassica oleracea L., Br. campestris L., Br. napus L. e loro varietà) (1). In tale mese
il maggior numero di esemplari raggiunge lo stadio decoratum; non sono però
rari gli individui dello stadio ornatum (circa il 20% del materiale esaminato).
Gli esemplari che si accoppiano appartengono in generale allo stadio decoratum,
poche sono le coppie di decoratum (3) e ornatum (9) e rare quelle di soli ornatum.
Le prime ovodeposizioni all'aperto compaiono dopo la metà di maggio.
Nell’allevamento del 1947 in Rovereto, la prima ovodeposizione venne fat-
ta il 20 maggio. Una femmina, in 26 giorni, giunse a 7 ovodeposizioni, un’altra
a 8, tutte di 12 uova ciascuna (ciò nel periodo 28. V - 23. VI) (2). Nella maggior
parte dei casi le uova vennero deposte sulla pagina inferiore delle foglie della
pianta ospite; ma non di rado anche su altre parti della stessa.
La durata dell’incubazione è molto varia, in quanto strettamente legata alla
temperatura (le giornate fredde la rallentano). Nell’allevamento all’aperto, dal
20. V al 30. VII, si ebbero schiuse da 3 fino a 19 giorni dopo la ovodeposizione.
Le neanidi del primo stadio, sia nel mio allevamento del 1947, che in altri
biotopi naturali (Aldeno, Valle di Cei, Brentonico), dimostrarono sempre un
accentuato istinto gregario; per tutta la durata della prima età rimasero riunite in
prossimità dei loro gusci. Nei mesi di giugno-luglio del 1947 subirono la prima
muta entro 2-4 giorni dalla loro nascita, senza prendere alcun cibo.
Negli stadi successivi, di durata molto varia, l’istinto gregario si attenua
sempre più. Nell’allevamento all’aperto, tutto il periodo preimmaginale della
prima generazione, oscillò fra 1 32 ed i 42 giorni; 1 primi adulti sortirono il 10.
VII da una ovodeposizione del 26 maggio.
1) Secondo STICHEL (1944) la E. ventrale Kou. venne segnalata sulle Crocifere : Brassica
oleracea L., B. rapa L., Sinapis arvensis L., S. alba L., Armoracia rusticum GAERTH., Lepidium
drapa L., L. sativum L., Isatis tinctoria L., inoltre Hypericum sp. e Carduus sp., che non sono
_Crocifere.
2) In un allevamento sperimentale nella regione di Lione, il Dott. BONNEMAISON, ottenne
da una sola femmina ben 23 ovodeposizioni (circa 270 uova), nei mesi aprile - giugno 1939.
EURYDEMA VENTRALIS 115
In agosto si hanno le prime ovodeposizioni della nuova generazione, che si
accoppia ancora prima di giungere allo stadio decoratum. Le uova vengono de-
poste a mucchi di 12, come in primavera, sulla pagina inferiore delle foglie di
Brassica e con frequenza sulle foskre:piausecentrnali della pianta:.
Non mi fu mai dato di trovare in natura uova su piante di altre famiglie.
Fatto questo che concorda con le osservazioni di BONNEMAISON (1952)
ma non di BoseLLI (1932) e di SERVADEI (1935), che avrebbero osservate
delle uova anche su altre piante erbacce.
Nel mio allevamento all’aperto del 1947, due degli esemplari della prima
generazione, si accoppiarono il 5. VIII, ancora nello stadio ornatum. La femmina
depose il giorno seguente 12 uova e da queste, il 10. VIII, uscirono le neanidi.
Di esse solo otto divennero adulte, tra il 15 ed il 24. IX, cioè in 36 - 42 giorni.
In periodi di tempo uguali o più lunghi si svilupparono numerosi altri esemplari,
usciti da ovodeposizioni avvenute tra il 10. VIII - 8. IX.
Dall’allevamento all’aperto, fatto in Rovereto nel 1947, è risultato che la
durata minima e massima in giorni delle due generazioni, dalla ovodeposizione
all’adulto, varia fra 35 - 66 giorni, come risulta dallo specchio che segue:
Incubaz. Durata Durata Durata
uova I stadio II-V stadio Totale
I Generazione 3 LO dr ge 30 — 38 Saar
Il Generazione 4 — 20 Pies 34 — 41 40 — 66
Secondo l’allevamento e le osservazioni in biotopi naturali, risulta che,
nella Val d’Adige, da Trento ad Ala, la ovodeposizione e la comparsa delle prime
neanidi avviene alquanto più tardi che nella zona di Bologna, e lo sviluppo po-
stembrionale è più lungo.
Il signor A. BrasavoLA de Massa, nel 1949, mi comunicava di avere osser-
vato, nella sua tenuta di Avio, la comparsa delle neanidi, dell’E. ventralis Kot.
nella prima quindicina di maggio(1). Pure nella zona di Verona egli asseriva di
avere osservato delle neanidi ed adulti della ventralis, verso la metà di maggio.
Tali osservazioni dimostrano che nella parte meridionale della Valle Lagarina
e nella regione di Verona, i limiti di sviluppo di questa entità si avvicinano molto
a quelli indicati da SERVADEI (1935, p. 335) per la zona di Bologna.
Nel fondo valle la ventralis ha due generazioni all'anno; ma non tutti gli
adulti della prima generazione riescono a dar luogo ad una seconda generazione.
Nell’allevamento all'aperto, gli esemplari che giunsero all’ultima muta in settem-
bre, non si accoppiarono più e svernarono. Diversi esemplari della seconda gene-
razione, che divennero adulti alla fine di ottobre, erano ancora nello stadio pi-
ctum ai primi di dicembre.
Lo sviluppo delle due generazioni nel fondo valle può essere approssima-
tivamente così riassunto:
1) Nell’ansa che fa la Val d’Adige all’altezza di Avio vi è un microclima caldo favorevole a
diverse specie, caratteristiche della regione mediterranea, e che non si rinvengono più a Nord.
Il signor A. BRASAVOLA, nella zona di Avio, raccolse: Holotrichius denudatus Costa, Geocoris pal-
lidipennis (Costa), Brachyplax palliata (Costa), Picromerus nigridens (F.), ed altre specie.
116 L. TAMANINI
L Greive tia zaro ne
Uova : dalla IT meta di maggio ai primi di luglio.
I Neanide : dalla fine di maggio alla metà di luglio.
Adulti : dalla prima metà di luglio in poi; in 10-15 giorni raggiungono
lo stadio ornatum nel quale possono anche accoppiarsi (se giungo-
no a maturazione entro la prima decade di settembre).
Il Generazione
Uova 2 aa primi di agosto alla prima decade di settembre.
I Neanide : dalla prima decade di agosto alla II decade di settembre.
Adulti : dalla metà di settembre alla fine di ottobre, che svernano e com-
| paiono nella seconda metà di aprile dell’anno seguente nello stadio
ornatum o decoratum.
Per la zona di Avio e di Verona (non si hanno osservazioni per il tratto inter-
medio delle due località), i dati sopra esposti vanno anticipati di 10-15 giorni.
Nelle stazioni montane della Val d’Adige, sopra i 900 m. circa (nei campi
di cavoli della Valle di Cei, di Ronzo, di Brentonico e di Ferrara di Monte Baldo)
non vi è che che una sola generazione. In tali biotopi gli adulti comparvero molto
più tardi e non vennero mai trovate delle neanidi prima della fine di giugno.
Negli adulti ottenuti per allevamento, come pure fra quelli raccolti nei di-
versi ambienti, anche nei periodi più caldi, non venne mai trovato alcun esem-
plare assegnabile allo stadio pictum bianco (la forma più chiara della var. Falleni
GORSKI). Secondo BONNEMAISON (1952, p. 135) è una forma caratteristica delle
regioni calde meridionali. Di essa ho visto qualche esemplare solo della Calabria
e di Albania.
SVILUPPO DELLE MACCHIE DELLE REGIONI SUPERIORI
\
Dall’esame di una ricca serie di esemplari e dall’allevamento, è risultato
evidente che le macchie chiare del capo sono strettamente legate allo stadio di
maturità dell’individuo. Negli cremplari che hanno svernato il capo è pressocchè
nero. |
Le macchie del pronoto, che nello stadio pictum sono sempre isolate e stac-
cate dai margini, negli stadi successivi si estendono, raggiungono il margine di-
stale e si collegano fra loro nel modo più vario (figg. 1-11).
Le macchie nere dello scutello e delle emielitre, con il maturarsi dell’esem-
plare, subiscono dei cambiamenti molto modesti; già nello stadio pictum possono
essere variamente collegate. Si tratta quindi di variazioni individuali, che possono
essere attribuite, non alla sola maturazione, ma anche all’azione
di altri fattori (clima, cibo, ereditarietà, ecc.). Per fissare le caratteristiche dell’E.
ventralis KoL., ritengo quindi necessario l’assegnare un nome a tutte le principali
forme cromatiche dello scutello e delle emielitre; questo per rendere più agevole
la comparazione, con gli aspetti che l’entità può assumere in altre regioni.
Le principali forme di colore raccolte nella Val d’Adige sono le seguenti:
Eurydema ventralis Kor. f. typica (fig. 1).
Ha il capo nero con il margine orlato talvolta di rosso; il pronoto con 6 mac-
chie nere, 2 anteriori e 4 posteriori libere o più o meno collegate fra loro; lo scu-
EURYDEMA VENTRALIS 117
Eurydema ventralis Kot. : fig. 1, f. typica (MC macchia nera corrente lungo la vena cubitale,
MD dilatazione distale della macchia cubitale, ME macchia nera dell’exocorio, MP dilatazione
prossimale della macchia cubitale, MS macchia subcircolare del mesocorio, VC vena cubitale, VS
vena subcostale + radiale); fig. 2, f. triguttata ; fig. 3, f. lineata; fig. 4, f. dilatata ; fig. 5, f.protensa ;
fig. 6, f. confluens; fig. 7, f. scutellata; fig. 8, f. caudata; fig. 9, f. connexa; fig. 10, f. ocellata;
fig. 11, forma raccolta nei dintorni di Pola in un solo &!.
118 L. TAMANINI
tello nero con una grande macchia chiara a forma di Y; le emielitre con il clavo
completamente nero; il mesocorio con una stretta banda nera lungo la vena
subcestale e, nella parte distale e prossimale, allargata fino alla vena subcosta
le-radiale; la porzione distale del mesocorio con una macchia subcircolare, iso-
lata,nera. L’exocorio, poco prima della metà, ha una larga macchia trapezoi-
dale, nera, isolata.
E. ventralis £ triguttata nov. (fig. 2).
Differisce dalla f. typica per avere la macchia chiara ad Y dello scutello di-
visa in tre parti, per il congiungimento della macchia centrale nera con le due pic-
cole macchie nere distali.
E. ventralis 7 lineata nov. (fig. a
Si differenzia dalla f. typica per la riduzione della macchia chiara ad Y dello
scutello ad una piccola banda lineare, distale.
E. ventralis f. dilatata nov. (fig. 4). i |
Differisce dalla f. typica per avere la macchia dell exocorio collegata con
la dilatazione distale della macchia che corre lungo la vena cubitale.
Epi 0 Pa protensa nov. (fig. 5).
Ha le macchie come nella f. typica, eccetto la dilatazione distale della mac-
chia corrente lungo la vena cubitale, che è congiunta con la macchia distale del
mesocorio.
E. ventralis f. confluens nov. (fig. 6).
Si distingue dalla f. typica per avere la dilatazione distale, della macchia cor-
rente lungo la vena cubitale, congiunta con la macchia nera dell’exocorio € con
la macchia distale del mesocorio.
E. ventralis f. scutellata nov. (fig. 7).
Ha la macchia chiara dello scutello divisa in tre parti e la macchia nera del-
l’exocorio collegata con la dilatazione distale della macchia corrente lungo la
vena cubitale. È la f. triguttata più la f. dilatata.
E. ventralis f. caudata nov. (fig. 8).
Ha la macchia chiara dello scutello divisa in tre parti e la dilatazione distale
della macchia corrente lungo la cubitale collegata con la macchia distale del me-
socorio. “È la f. triguttata più la f. protensa.
E. ventralis f. connexa nov. (fig. 9).
Si distingue dalla f. typica per avere la macchia chiara dello scutello divisa
in tre parti, la dilatazione distale della macchia nera corrente lungo la cubitale
collegata con la macchia dell’exocorio e con la macchia distale nera del meso-
corio. È la f. caudata più la f. scutellata.
EURYDEMA VENTRALIS 119
E. ventralis f. ocellata nov. (fig. 10).
Ha la macchia chiara ad Y dello scutello divisa in tre parti, come nella f.
triguttata e la macchia nera dell’exocorio collegata conle due dilatazioni, prossi-
male e distale, della macchia corrente lungo la cubitale (1).
Gli holotypi e gli allotypi delle forme descritte vennero raccolti in maggio,
nei dintorni di Rovereto e sono nella mia collezione. I paratypi, raccolti in loca-
lità diverse della Val d'Adige, da aprile ad agosto, sono nelle collezioni del Museo
Civico di Storia Naturale di Verona, del Museo di Storia Naturale della Venezia
Tridentina di Trento e nella mia.
— Nelle descrizioni delle diverse forme non ho tenuto conto della colorazione
del fondo, che varia tra l’arancio ed il rosso. Non ho neppure preso in considera-
zione le macchie del capo e del pronoto, in quanto la loro estensione è premi -
nentemente levata alla maturità deli ¢sempiare, co
me la colorazione di fondo. Le macchie dei pronoti delle figg. 1-11 non hanno va-
lore specifico e sono solo un esempio delle principali forme riscontrate nel mate-
riale studiato.
Dei 1409 esemplari della Val d’Adige eseminati, circa il 74%, appartiene
alla f. typica ed il 26%, alle forme melaniche (con le macchie dello scutello e delle
emielitre collegate), come risulta dallo specchio seguente:
pie Esempl. esaminati Proporzione Appi Oss: Percentuale
dd 00 Totali dei sessi delle forme
f. typica 522 522 1044 di nn 74,1
f. triguttata 142 106 248 BS IN QQ 37 17,6
f. lineata 8 8 16 dae 00 ee a
f. dilatata MA. 30 de 209 oo 113 21
f. protensa — 11 11 400: : 0,8
f. confluens 7 Zz 14 da = 90 1,1
f. scutellata 19 1 20 | 4210000 1720 1,4
f. caudata 3 3 6 ad =: 90 0,4
f. connexa 10 6 16 da BSE 13 1 |
f. ocellata 4 | — Rn Vlr de — 0,3
735 674 1409 BS 12/23; 99° 11/23 100.
Nelle forme oscurate prevalgono in generale i maschi; su 365 esemplari
con le macchie confluenti il 58,4% spetta ai gg ed il 41,6%, alle 99. Un po’ strano
è il fatto che della f. protensa non si siano raccolte che femmine. La percentuale
delle forme melaniche sul totale degli esemplari esaminati (26%) è molto inferiore
1) Nella ex collezione BRASAVOLA, presso il Museo Civico di Storia Naturale di Verona,
vi è una forma non riscontrata nel materiale della Val d’Adige, raccolta nel giugno 1939 nei dintorni
di Pola (Istria), dal signor T. PERINI di Trento. Essa si distingue dalla f. typica per avere la dilata-
zione distale della macchia che corre lungo la vena cubitale collegata con la macchia dell’exocorio
(come nella f. dilatata TAM.) e le due macchie distali dello scutello fuse fra loro (fig. 11). Trattan-
dosi di un solo esemplare (3), ed anche in parte mutilato, non assegno per ora a tale forma alcun
nome.
120 L. TAMANINI
a quella constatata da Dupuis (1952) per qualche regione della Francia; ma un
esatto confronto non è però possibile dato il diverso criterio adottato, nella sepa-
razione delle forme oscurate dalla tipica.
Un fatto importante da rilevare è la completa assenza di forme molto più
chiare della tipica, mancanti di qualcuna delle macchie nere. Ritengo di poter
attribuire questo fenomeno, e la ricchezza di forme con le macchie dilatate, in
modo prevalente al clima. Dagli esperimenti di BONNEMAISON (1952) ed altri
AA. risulta che le variazioni di temperatura, specie nel periodo preimmaginale,
accelerano le funzioni metaboliche ed agiscono pure sullo sviluppo del pigmento
nero. Nella Val d’Adige sono frequenti, specialmente in primavera, degli abbas-
samenti repentini di temperatura, della durata di due o più giorni. Tra le minime
notturne di 5° - 13°, nei mesi di maggio a settembre (Rovereto), e le massime diur-
ne di 29° - 35°, negli stessi mesi, vi sono talvolta delle escursioni termiche
giornaliere di 26°.
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121
CARLO CONSIGLIO
Istituto di Zoologia dell’Università di Roma
Direttore: Prof. Pasquale Pasquini
CONTRIBUTO ALLA CONOSCENZA DEI PLECOTTERI DI CORSICA (1)
Le prime notizie che si siano avute sui Plecotteri di Corsica, per quanto è
a mia conoscenza, sono quelle fornite da HAGEN (1864). Egli ricorda: Chloro-
perla virescens, Isopteryx apicalis e Nemura nitida. Mentre il secondo reperto va
identificato probabilmente con Chloroperla apicalis hamulata Morton, degli altri
due non può tenersi conto poichè le specie menzionate non erano a quel tempo
sufficientemente conosciute attraverso lo studio dei genitali.
NavAs (1912) segnala di Corsica Isopteryx torrentium fondandosi su un
esemplare mutilato proveniente dalla foresta di Valdoniello, in base alla larga
diffusione di questa specie. Per tali motivi, e tenendo conto che dalle ricerche di
AUBERT (1952) è stata messa in rilievo la scarsa esattezza delle determinazioni di
Naväs, anche tale reperto non va preso in considerazione.
Un quadro più preciso della fauna di Plecotteri della Corsica ci è fornito
dalle ricerche di EsBEN PETERSEN (1912, 1913), KLAPALEK (1917), e specialmente
Morton (1930) e MoseLy (1932). Dalle ricerche di questi Autori risulta accertata
la presenza in Corsica di almeno 6 specie di Plecotteri, e cioè: Isoperla insularis,
I. sp., Chloroperla hamulata, Nemoura corsicana, Leuctra budtzi, L. fraterna.
Dal 12 al 25 maggio 1956 ho eseguito raccolte di Plecotteri in Corsica per-
correndo in motoscooter il seguente itinerario: |
| Bonifacio - Sartène - Zonza - Ajaccio - Vizzavona - Ghisoni - Col de Verde -
Corte - Calacuccia - Evisa - Vico - Ajaccio - Zicavo - Sartène - Bonifacio.
Questo itinerario mi ha permesso di visitare le regioni montuose più in-
teressanti, e specialmente:
la Foresta dell'Ospedale tra Zonza e Porto-Vecchio;
la Foresta di Vizzavona e la regione del Monte d’Oro;
la Foresta di Marmano a Col de Verde (Ghisoni);
la Foresta di Valdo-Niello tra Calacuccia e Col de Vergio, e il Lac de
Nino;
la regione di Col de la Vaccia tra Zicavo e Aullène.
Si tratta di regioni montuose ricoperte di fitte foreste, che ricordano molto
il paesaggio alpino, ricchissime di corsi d’acqua a un'altitudine tra i 700 e i 1.700 m.
Numerose raccolte sono state anche effettuate in torrentelli a media alti-
tudine e in grandi torrenti a bassa e media altitudine.
(1) Lavoro eseguito con un contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
122 C. CONSIGLIO
Dalle ricerche qui esposte è risultata una specie nuova e tre specie che
non erano ancora state segnalate per la Corsica, delle quali due non identificate
con sicurezza.
Tenendo conto delle ricerche dell'A. e dei reperti esistenti nella bibliogra-
fia, risulta accertata in Corsica la presenza di almeno 10 specie di Plecotteri, e cioè:
Nemoura (Protonemura) corsicana (Morton)
Nemoura (Protonemura) bucolica n. sp.
Tyrrhenoleuctra zavattarii (Consiglio)
Leuctra ?geniculata (Stephens)
Leuctra fraterna Morton
Leuctra budtzi Esben Petersen
Brachyptera: sp. St
Isoperla insularis (Morton)
Isoperla sp. |
Chloroperla apicalıs hamulata (Morton)
E inoltre da ricordare che un grande Plecottero, presumibilmente del genere
Perla, fu visto da Morton a Zonza (Morton, 1930).
Le seguenti specie di Plecotteri devono essere escluse dall’elenco dei Ple-
cotteri dı Corsica:
Nemura nitida, HAGEN, 1864. Specie alpina, la cui presenza in Corsica
è inverosimile. Nel 1864 non si era ancora imparato a riconoscere bene le specie
del genere Nemoura mediante l’esame dei genitali esterni.
Nemura fumosa, Essen PETERSEN, 1913 = Nemoura (Protonemura) corsicana
(Morton) (secondo Morton, 1930).
Chloroperla virescens, HAGEN, 1864. Sinonimo di /soperla grammatica (Poda).
Questo reperto non può essere preso in considerazione, non essendo basato sulla
morfologia dell’armatura del phallus il cui valore diagnostico non era ancora
noto a quell'epoca.
Chloroperla grammatica, ESBEN PETERSEN, 1913. Valgono le considerazioni
fatte per il reperto precedente.
Chloroperla grammatica, Morton, 1930 = Jsoperla sp. (secondo MoseLy,
1932): |
Isopteryx burmeisteri, ESBEN PETERSEN, 1913. Determinazione errata, pro-
babilmente per Chloroperla apicalis hamulata (Morton) (secondo Morton, 1930).
Isopteryx torrentium, NAVAS, 1912. Come si è detto, questo reperto non può
essere preso in considerazione, poichè la determinazione fu fatta su un esemplare
mutilato fondandosi sulla larga diffusione della nominata specie.
PLECOTTERI DI CORSICA 123
Per comodità raggrupperò 1 corsi d’acqua visitati nelle seguenti categorie:
1) Torrenti. Larghezza oltre 4 m., letto e rive formati prevalentemente da
pietra, ciottoli e ghiaia, corrente media o rapida. ‘Tutti i grandi corsi d’acqua vi-
sitati appartengono a questa categoria.
a) sotto 1 500 m.:
S.te-Lucie-de-Tallano 1 (Rızzanese), Ajaccio (Prunelli), Vico 2 (Lia-
mone), Tavaco (Gravone), Vivario 1 (Vecchio).
Solo nel Rizzanèse ho catturato: Chloroperla apicalis hamulata e Leuctra
?geniculata.
b) sopra ı 500 m.: |
‘Zonza ‘1 (Zonza), Cozzano 2 (Taravo), Ghisoni 3 (Affl. sin. Fium’Orbo),
Bocognano (Gravone), Albertacce 5 (Golo), Corte (Restonica). |
A Ghisoni 3 ho catturato Chloroperla apicalıs hamulata. A Zonza 1 ho
catturato Nemoura (Protonemura) corsicana. A Bocognano e Albertacce 5 ho
raccolto larve di Nemoura (Protonemura) sp.
2) Torrentelli e ruscelli a corrente media o rapida. Larghezza sotto 4 m.,
letto e rive formate prevalentemente da pietra e ciottoli, corrente media o rapida.
a) in luoghi scoperti a media altitudine (tra 250 e 850 m.):
Porto, Vico 1, S.te-Lucie-de-Tallano 2, S.to-Pietro-di-Venaco, Cozzano
1. Gozzano 3.
In 3 corsi d’acqua su 6 ho raccolto Plecotteri: Nemoura corsicana, Isoperla
insularis, Chloroperla apicalis hamulata.
b) in foreste sopra i 700 m., letto anche con foglie morte e legno marcio:
Zonza 2, Zonza 4, Zonza 5, Vizzavona 1, Vizzavona 2, Vizzavona 3,
Vizzavona 4, Vivario 2, Ghisoni 1, Ghisoni 2, Ghisoni 4, Albertacce
1, Albertacce 2, Albertacce 6, Albertacce 7, Albertacce 8, Evisa, Zicavo 1.
Su 18 corsi d’acqua visitati, 15 hanno fornito Plecotteri, e in modo parti-
colare Nemoura corsicana, Nemoura bucohca e Isoperla insularis; sono presenti
sporadicamente Leuctra fraterna e Leuctra sp. (gruppo fusca).
3) Fiumicelli e ruscelli a corrente tranquilla. Larghezza sotto 4 m., corrente
tranquilla. |
a) in foresta, letto di ciottoli, ghiaia e foglie morte:
Zonza 6 (m. 940), Ghisoni 5 (m. 1280).
A Zonza 6 ho catturato Tyrrhenoleuctra zavattarit e Brachyptera sp. A
Ghisoni 5 ho catturato Nemoura corsicana, Leuctra fraterna e Isoperla insularis.
b) in pascoli di montagna, letto fangoso, rive erbose:
Albertacce 3 (m. 1710), Albertacce 4 (m. 1710), Zicavo 3 (m. 1000).
Solo ad Albertacce 4 ho catturato Nemoura corsicana.
124 eG. CONSIGLIO
4) Sorgenti reocreniche :
Zonza 3 (m. 940), Zicavo 2 (m. 1100), Zicavo 4 (m. 1200).
Nella prima ho catturato Tyrrhenoleuctra zavattarii, nella seconda Leuctra
fraterna, nella prima e nella terza /soperla insularis, in tutte Nemoura corsicana.
Le due specie più comuni dappertutto sono Nemoura corsicana e Isoperla
insularis. Leuctra budtzi è molto comune in autunno secondo Mosery (1932);
il mancato rinvenimento di adulti di questa specie nella campagna da me ef-
fettuata è dovuto al fatto che le mie ricerche sono state condotte in primavera.
Tyrrhenoleuctra zavattarii, Leuctra fraterna e Brachyptera sp. vivono in
montagna e sembrano preferire le acque tranquille, in accordo con quanto rife-
risce MoseLy (1932) per Leuctra fraterna: «... was captured in fair numbers
more particularly at a spot where a small stream had been diverted for irrigation
purpose and had spread over a grassy field ». Da notarsi che mentre L. fraterna
è stata catturata nella Corsica centrale (Ghisoni 4, Ghisoni 5, Zicavo 4) le altre due
specie sono state catturate solo a Zonza, nella Corsica meridionale. È possibile
che queste due specie siano localizzate in Corsica alla parte meridionale dell’i-
sola e ciò potrebbe spiegare perchè esse sono sfuggite ai precedenti ricercatori,
che hanno raccolto i Plecotteri prevalentemente a Corte e a Vizzavona, nella Cor-
sica centrale.
Anche Nemoura bucolica vive in montagna, ma preferisce i torrentelli di
foresta a corrente media.
Leuctra ?geniculata è stata Bibel solo in un torrente a 50 m., e ciò TT
con quanto è noto dell’ecologia di questa specie (se della stessa specie si tratta)
sul continente. Insieme alla precedente specie è stata raccolta anche Chloroperla
apicalis hamulata, che però si spinge più in alto essendo stata raccolta fino a 850
m., a differenza di quanto avviene per C. apicalis nel continente.
Dal punto di vista zoogeografico, e secondo le nostre attuali conoscenze, i
Plecotteri di Corsica si possono dividere come segue:
Specie endemiche: Nemoura corsicana, N. bucolica, Leuctra fraterna, E
budtzi.
Specie sardo-corse: Tyrrhenoleuctra zavattarii, Isoperla insularis.
Specie europee: Leuctra geniculata (?), Chloroperla apicalis.
È da notare che, tra le specie endemiche, le due specie di Nemoura mostrano
un’affinità con N. ichnusae di Sardegna, mentre le due specie di Leuctra mostrano
affinità con specie europee (L. fraterna con L. hippopus; L. budtzi con L. hexa-
cantha e L. costai). La fauna plecotterologica di Corsica mostra dunque pari af-
finità con quella di Sardegna e quella del continente.
Per quanto riguarda le possibili ipotesi sull’origine della fauna di Plecotteri
della Corsica si può presumere, come ho già sostenuto nel mio lavoro sui Ple-
cotteri di Sardegna, che le due specie europee siano pervenute in Corsica nel Qua-
ternario attraverso il ponte corso-toscano (HoLpHaus, 1924; JoLeauD, 1926).
PLECOTTERI DI CORSICA 125
Questa ipotesi potrebbe essere messa in dubbio dalla presenza di L. geniculata
in Africa del Nord (AUBERT, 1956). Leuctra fraterna, L. budtzi e Isoperla insu-
laris debbono essersi differenziate in situ, o nel sistema sardo-corso, in seguito a
diffusioni avvenute nella stessa epoca o in epoca anteriore. Nemoura corsicana
e N. bucolica si sono probabilmente differenziate in situ da una specie preesistente
che, con Tyrrhenoleuctra zavattarit, si è probabilmente evoluta nel sistema sardo-
corso dopo la rottura della connessione territoriale con l'Africa settentrionale e la
penisola iberica, verificatasi nel Terziario (HoLpHaus, 1924; JoLEAUD, 1926;
SAINTE-CLAIRE DEVILLE, 1926; BRAUN-BLANQUET, 1926; JEANNEL, 1942; Omo-
DEO, 1954). SAINTE-CLAIRE DEVILLE (1926) in base alla distribuzione dei Coleot-
teri e BRAUN-BLANQUET (1926) in base alla distribuzione delle Fanerogame riten-
gono che tale connessione sia esistita nel Miocene o nel Pliocene sotto forma di
di alte catene di montagne a clima subalpino; il fatto che i Plecotteri corsi ad
affinità africane e iberiche siano specie che amano i corsi d’acqua di montagna si
inquadra perfettamente con tale ipotesi. |
ELENCO DELLE STAZIONI DI RACCOLTA
Per ogni stazione indico di seguito: Denominazione convenzionale, nome
del corso d’acqua, località, altitudine, tipo di corso d’acqua, velocità della cor-
rente, temperatura dell’acqua al momento della raccolta. La denominazione con-
venzionale utilizza il nome del paese più vicino; quando ho esplorato più stazioni
presso lo stesso paese le ho contraddistinte mediante un numero progressivo. I
nomi sono stati desunti dalla carta Michelin n° 90 all’1:200.000. Le altitudini
sono state lette sull’altimetro. I nomi dei corsi d’acqua sono in corsivo.
S.te-Lucie-de-Tallano 1 - Rizzanése, Pont d’Acoravo, m. 50, torrente,
corr. media, T.. 13°. |
S.te-Lucie-de-Tallano 2 - Affl. destra Fiumicicoli, a NW di Mela, m. 680,
ruscello di media altitudine, corr. forte, T. 11°.
Zonza 1 - Zonza, presso il ponte della strada RF4 tra S. Gavino-di-Car-
bini e Zonza, m: 680, torrente, corr. fotte, T, 12°. |
Zonza 2 - Affl. Zonza, presso strada RF 11 tra Zonza e Col d’Ilarata, m. 780,
ruscello di foresta, corr. media, T. 12°. |
Zonza 3 - Affl. Fiumicicoli, Fontaine d’Ilarata (cartello indicatore) presso
strada RF 11 tra Zonza e Col d’Ilarata, m. 940, sorgente reocrenica, corr. media,
35-419,
Zonza 4 - Affl. Fiumicicoli, presso il precedente, m. 940, torrentello di
foresta; corr, media, FE; 110
Zonza 5 - Oso o affl., presso Cascade de Pischa dı Gallo (cartello indica-
tore) a S di Col d’Ilarata, m. 860-880, torrentello di foresta, corr. media, ‘I’. 12°.
126 C. CONSIGLIO
Zonza 6 - Oso o affl., presso strada RF11 tra Col d’Ilarata e o
m. 940, fiumicello di foresta, corr. lenta, I. 9°.
Bocognano - Gravone o affl., presso strada N 193 tra Bocognano e Col
de Vizzavona, m. 850, torrente, corr. forte, T. 6°.
Vizzavona 1 - Affl. Vecchio, Vizzavona, m. 1070, torrentello di foresta,
corr. media,..Ji. 3°.
Vizzavona 2 - Affl. Vecchio, M.t d'Oro, m. 1310, torrentello di foresta,
cor, media, T.; 70.
Vivario 2 - Affl. destra Vecchio, presso strada N 194 tra Vivario e Col de
Sorba, m. 1030, ruscello di foresta, corr. media.
Ghisoni 1 - Affl. sinistra Fium’Orbo, presso strada N 194 tra Col de Sorba
e Col de Scozzolatojo, m, 1210, ruscello di foresta, corr. media, T. 9°.
Ghisoni 2 - Affl. sinistra Fium’Orbo, presso strada N 194 tra Ghisoni e Col
de Verde, m. 720, ruscello di foresta, T. 10°.
Ghisoni 3 - R.au de Casso (?) (Carta Etat Majeur) o altro affl. sinistra
Fium’Orbo, presso strada N 194 tra Ghisoni e Col de Verde, m. 760, tor-
rente, corr. forte, T. 9°.
Ghisoni 4 - Taravo, Col de Verde, m. 1280, torrentello di foresta, corr.
raedia,. 1.90,
Ghisoni 5 - Affl. sinistra Taravo, Col de Verde, m. 1280, ruscello di foresta,
corr. lenta, T. 100.
Albertacce 2 - Affl. destra Golo, presso Bergerie tra M.on F.re de Popaja
e Lac de Nino, m. 1380, torrentello di foresta, corr. media, T. 80.
Albertacce 4 - Affl. sinistra Tavignano, presso Lac de Nino, m. 1710,
ruscello di pascolo, corr. lenta, T. 6°.
Albertacce 5 - Golo, presso strada RF9 tra Albertacce e M.on F.re de
Popaja, m. 870, torrente, corr. media.
Albertacce 6 - Affl. destra Golo, presso strada RF9 tra Albertacce e M.on
F.re de Popaja, m. 1040, torrentello di foresta, corr. media, T. 11°.
Albertacce 7 - Affl. destra Golo, presso strada RF9 tra M.on F.re de Po-
paja e Col de Vergio, m. 1130, ruscello di foresta, corr. media, T. 10°.
Albertacce 8 - Affl. destra Golo, presso strada RF9 tra M.on F.re de Po-
paja e Col de Vergio, m. 1320, ruscello di foresta, corr. media, T. 11°.
Evisa - Affl. Aitone, presso strada RF9 tra Col de Vergio e Evisa, m. 1140,
torrentello di foresta, corr. media, T. 12°.
Cozzano 1 - Affl. sinistra Taravo, Pont de Brando, m. 740, torrentello di
media altitudine, corr. media, T. 12°.
PLECOTTERI DI CORSICA 127
Cozzano 3 - Affl. sinistra Taravo, presso strada N194 tra Cozzano e Col de
Verde, m. 850, torrentello di media altitudine, corr. media, T. 14°.
Zicavo 1 - Affl. sinistra Taravo, presso strada N194 tra Zicavo e Col de
la Vaccia, m. 1050, torrentello di foresta, corr. media, T. 11°.
Zicavo 2 - Affl. sinistra Taravo, presso strada N194 tra Zicavo e Col de
la Vaccia, m. 1080-1100, sorgente reocrenica, corr. media, T. 80-110,
Zicavo 4 - Affl. sinistra Taravo, presso Col de la Vaccia, m. 1180-1200,
sorgente reocrenica, T. 149.
Nella parte che segue, per la terminologia impiegata ho seguito BRINCK
(1956) finchè mi è stato possibile tradurre in italiano i termini inglesi proposti
da detto Autore. Con « vescicola ventrale » ho significato la vescicola dello sternite
IX. Con «dente sopra-anale » ho indicato il « supra-anal hook » di BRINCK. Per
le varie parti dei paraprocti del 3 nel sottogenere Protonemura ho usato i seguenti
termini, traducendo fin dove possibile quelli proposti da AUBERT (comunicazione
verbale al 1° Simposio Europeo sui Plecotteri, Losanna, 1956):
Placca sub-anale.
Prolungamento della placca sub-anale (tigelle chitinisée, AUBERT, 1954a;
tigellus, BRINCK, 1956).
Vescicola sub-anale (appendice moyen, Despax, 1951; vésicule latérale,
AUBERT, 1954a).
Appendice esterna (lamelle de soutien, DesPAx, 1951; appendice intermé-
diaire, AUBERT, 1954a).
Con «lobi vaginali » ho indicato i « vaginal valves » di BRINCK (1956).
Nemoura (Protonemura) corsicana (Morton)
Nemura fumosa, ESBEN PETERSEN, 1913 (sec. Morton, 1930): Corsica.
Nemura corsicana Morton, 1930: Corte, Vizzavona (Corsica).
Nemoura corsicana, MoseLy, 1932: Corsica.
S.te-Lucie-de-Tallano 2, m. 680, 13-V-1956, 1 4.
Zonza 1, m. 680, 13-V-1956, 1 3.
Zonza 3, m. 940, 14-V-1956, 5 99.
Zonza 4, m. 940, 14-V-1956, 1 g.
Vizzavona 1, m. 1070, 16-V-1956, 2 g3.
Ghisoni 4, m. 1280, 18-V-1956, 3 43, 1 L. 3 ultimo stadio.
Ghisoni 5, m. 1280, 18-V-1956, 1 3.
Albertacce 2, m. 1380, 20-V-1956, 1 L. 3 eine stadio.
Albertacce 4, m. 1710, 20-V-1956, 1 L. $ ultimo stadio.
Albertacce 8, m. 1320, 21-V-1956, 1 L. 3 ultimo stadio.
Zicavo 1, m. 1050, 23-V-1956, 2 99.
Zicavo 2, m. 1080-1100, 23-V-1956, 1 ©.
Zicavo 4, m. 1180-1200, 24-V-1956, 2 L. $ ultimo stadio.
128 | | C. CONSIGLIO
Nemoura (Protonemura) bucolica n. sp.
Holotypus: 14, paratypi: 63g, 592: Corsica, Albertacce 2 (tra Maison
Forestière de Popaja e Lac de Nino), m. 1380, 20-V-1956, C. Consiglio leg. Con-
servati in alcool a 80° nella mia collezione.
Descrizione: Lunghezza; mm. 5-654. 9. nm; 705-945 Ala
anteriore: 4, mm. 614-716; ©, mm. 10-11.
Capo dorsalmente bruno assai scuro sulla regione occipitale e da ciascun
lato tra l’ocello posteriore e l’occhio; la restante parte della regione dorsale del
capo nera. Antenne brune scure. Pronoto bruno, con callosità nerastre. T'racheo-
branchie sottili, per lo più leggermente assottigliate all’apice, tracheobranchie me-
diali così lunghe o poco più lunghe del massimo diametro dell’occhio visto late-
ralmente. Femori fulvi, lineati longitudinalmente di bruno anteriormente e po-
steriormente per tutta la loro lunghezza, dorsalmente sulla sola metà basale; gi-
nocchi bruni. Ali a venature fulve, membrana grigiastra.
3 (Figg. 1, 2). Tergiti addominali notevolmente pigmentati. Tergite SER
al Du appena più pigmentato che ai lati, con margine posteriore rettilineo por-
tante verso il centro da 0 a 12 piccole spine. Tergite VIII al centro con macchia
pigmentata, margine posteriore del tergite VIII rettilineo portante un gruppo di
circa 9-18 piccole spine. Tergite IX al centro con larga macchia pigmentata; il
margine posteriore del tergite IX forma al centro una leggera incavatura delimi-
tante uno spazio circa due volte più largo che lungo; da ciascun lato di detta in-
cavatura vi è un gruppo di circa 15-25 piccole spine. Placca sub-genitale con un
lungo lobo mediano. Vescicola ventrale grande, subtriangolare od ovale. Lobo
sopra-anale (fig. 4) appiattito, inferiormente con una doppia serie di piccole spi-
ne, terminante con una breve asticella chitinosa simile a quella di N. ichnusae
Cons. Paraprocti (figg. 5, 6): Placche sub-anali allungate, a forma di pentago-
no irregolare, prolungamenti delle placche sub-anali brevi e larghi, appiattiti in
un piano formante un angolo di 45° con il piano frontale e con quello sagittale,
piano diretto dall’alto e dall’interno verso il basso e l'esterno. I prolungamenti
delle placche sub-anali terminano con una piccola punta diretta verso l’alto e l’in-
terno; lo spigolo rivolto verso il basso e l’esterno è piegato ad arco presso l’estre-
mità. Vescicole sub-anali brevi; appendici esterne chitinizzate, arcuate, non sor-
passanti le vescicole sub-anali, per lo più con 1-3 piccole spine terminali o laterali
subterminali. Cerci brevi, circa una volta e mezza più lunghi che larghi.
© (Fig. 3). Sternite VII a margine posteriore ampiamente convesso. Ster-
nite VIII formante una placca sub-genitale scarsamente pigmentata, rigonfia,
a margine posteriore formante due brevi lobi arrotondati, tra i quali vi è una breve
e larga incavatura arrotondata. Lobi vaginali allungati, diretti verso l’esterno,
assai scarsamente pigmentati e poco visibili. Paraprocti a estremità un po’ ricurva,
diretta verso l’indietro e l’esterno.
Affinità: N. bucolica n. sp. presenta una evidente affinità con N.
corsicana (Morton) di Corsica e con N. ichnusae Consiglio di Sardegna. N. corsi-
PLECOTTERI DI CORSICA 129
cana (Morton) ne differisce per il capo bruno, il tergite VIII del 3 a margine po-
steriore incavato, il tergite IX del 3 a margine posteriore assai più profondamente
incavato, l’asticella chitinosa apicale del lobo sopra-anale del 3 assai più lunga,
10
2
9
0 01 02 03 04 Smm.| 0 02 04 06 08 10m O 0 02 03mm:
inse RE les ER È AA | lle seine ni AR. RER: ARE ‘ s
FIGG 1,2 | FIG.3. FGG 4,5,6.9.10.11.
0 05 10 15 20mm. O 02 04 06 08 10mm
ALII EE IERI ER PER li il
cig. 7 FIGG. 8.12
Nemoura (Protonemura) bucolica n. sp. - 1: 4 holotypus, Albertacce, estremità dell’addome, visione
dorsale; 2: & holotypus; Albertacce, estremità dell'addome, visione ventrale; 3:9 paratypus, Al-
bertacce, estremità dell'addome, visione ventrale; 4: d holotypus, Albertacce, lobo sopra-lanale;
5: 4 holotypus, Albertacce, paraprocto, visione laterale; 6: 4 holotypus, Albertacce, paraprocto,
visione ventro-laterale; 9: larva 3 ultimo stadio, Albertacce 4, paraprocto, visione ventro-laterale.
Nemoura (Protonemura) corsicana (Morton) - 7: larva 3 ultimo stadio, Albertacce 4, pronoto e fe-
more anteriore; 8: larva $ ultimo stadio, Albertacce 4, estremità dell'addome, visione ventrale;
10: larva & ultimo stadio, Albertacce 2, paraprocto, visione ventro-laterale.
Nemoura (Protonemura) corsicana o bucolica - 11: larva © ultimo stadio, Ghisoni 4, paraprocto,
visione ventro-laterale.
Brachyptera sp. - 12: larva © ultimo stadio, Zonza 6, estremità dell'addome, visione ventrale.
130 C. CONSIGLIO
la placca sub-genitale della 9 a margine posteriore con incavatura angolosa, i
paraprocti del 5 e della © di forma differente. N. ichnusae Consiglio differisce
da N. bucolica n. sp. per il capo bruno, il tergite VIII del 3 a margine posteriore
sinuoso, la placca sub-genitale della © meno rigonfia, a margine posteriore meno
profondamente incavato, i paraprocti del 3° e della 9 di forma differente. N.
bucolica, N. corsicana e N. ichnusae formano insieme una superspecie (MAYR)
caratterizzata: nel S dal lobo sopra-anale fornito di un’asticella chitinosa apicale,
e dai prolungamenti delle placche subanali appiattiti in un-piano circa perpendi-
colare alle.placche sub-anali stesse; nella © dalla placca sub-genitale poco chiti-
nizzata, e dai lobi vaginali poco distinti. È evidente che tale superspecie deriva
dalla evoluzione di un’unica specie primitiva nell’ambito del sistema sardo-corso.
Vizzavona 1, m. 1070, 16-V-1956, 1 &
Ghisoni 4, m. 1280, 18-V-1956, 1 &.
Albertacce 2, m. 1380, 20-V-1956, 7 gg, 5 99, 1 L. 4 ultimo stadio.
Larve di Protonemura
Sono state catturate numerose larve di Protonemura a tutti gli stadi. Fra
esse si trovano 7 larve 4 all’ultimo stadio, che hanno potuto essere determinate
mediante dissezione ed esame dei genitali dell'adulto (lobo sopra-anale e para-
procti). 6 fra esse sono risultate appartenere a Nemoura (Protonemura) corsicana,
la N. (P.) bucolica.
N. corsicana: Lunghezza mm. 74,8%, Colore generale del corpo bruno
chiaro. Tegumenti brillanti.
Pronoto (fig. 7) ornato di una frangia di setole lunghe circa 1/10 della lun-
ghezza del pronoto (misurata all’interno della frangia di setole); le setole si ri-
ducono fortemente nella parte mediale del margine anteriore e posteriore del
pronoto. Tracheobranchie corte, cilindriche, spesso lievissimamente strozzate
poco avanti l'estremità; tracheobranchie mediali non raggiungenti ordinariamente
le coxae anteriori, di lunghezza uguale al diametro massimo dell’occhio visto la-
teralmente (in 2 es. di lunghezza inferiore a tale diametro).
Astucci alari di tinta uniforme.
Femori anteriori con faccia anteriore priva di setole nei 2/3 - 3/4 basali.
Tibie con poche setole natatorie isolate.
Tergiti e sterniti addominali separati nettamente mediante una zona mem-
branosa completa o un solco sui segmenti addominali I-IV (in 1 es. sui segmenti
I-V). Tergiti addominali portanti al margine posteriore ciascuno 4-10 setole più
lunghe, misuranti da 1/2 a 1/4 della lunghezza della regione pigmentata del ri-
spettivo tergite. Margine posteriore dello sternite IX (fig. 8) nella regione mediana
formante una sporgenza, i cui lati divengono meno convergenti in prossimità
dell’apice. Paraprocti (fig. 10) troncati, circa così lunghi come larghi. Cerci con
articolo 8° o 9° o 10° o 11° così lungo come largo.
PLECOTTERI DI CORSICA 131
N. bucolica: Lunghezza mm. 614. Colore generale del corpo bruno chia-
ro. Tegumenti brillanti.
Tracheobranchie corte, cilindriche, lievissimamente strozzate poco avanti
l'estremità; tracheobranchie mediali di lunghezza inferiore al diametro massimo
dell’occhio visto lateralmente.
Pronoto ornato di una frangia di setole lunghe circa 1/10 della lunghezza
del pronoto (misurata all’interno della frangia di setole); le setole si riducono for-
temente fino quasi a scomparire nella parte mediale del margine anteriore e po-
steriore del pronoto.
Astucci alari di tinta uniforme.
Femori anteriori con faccia anteriore priva di setole nei 2/3 basali. Tibie
con poche setole natatorie isolate.
Tergiti e sterniti addominali separati nettamente sui segmenti addominali
I-IV. Tergiti addominali portanti al margine posteriore ciascuno 4-6 setole più
lunghe, misuranti circa 1/3-1/4 della lunghezza della regione pigmentata del ri-
spettivo tergite. Margine posteriore dello sternite IX nella regione mediana for-
mante una sporgenza, i cui lati divengono meno convergenti in prossimità del-
l’apice. Paraprocti (fig. 9) troncati, circa così lunghi come larghi. Cerci mancanti
nell'unico esemplare in esame.
Come si vede, le larve delle due specie somigliano strettamente, e l’unica
differenza che, se confermata in altri esemplari, potrebbe servire alla discrimi-
nazione delle larve mature delle due specie, è la diversa dimensione: infatti la
larva esaminata di N. bucolica è più piccola di quelle di N. corsicana. È tuttavia
probabile che la differenza non sia costante.
Elenco delle larve indeterminate di
Nemoura (Protonemura) corsicana o bucolica :
S.te+Lucie-de-Tallano 2, m. 680, 13-V-1956, 1 L.
Zonza 1, m. 680, 13-V-1956, 3 L. |
Zonza 2, m. 780, 14-V-1956, 3 L.
Zonza 3, m. 940, 14-V-1956, 11 L.
Zonza 4, m. 940, 14-V-1956, 2 L.
Bocognano, m. 850, 15-V-1956, 1 L.
Vizzavona 1, m. 1070, 16-V-1956, 1 L., 1 ex.
Vizzavona 2, m. 1310, 16-V-1956, 2 L.
Vivario 2, m. 1030, 17-V-1956, 1 L.
Ghisoni 1, m. 1210, 17-V-1956, 9 L.
Ghisoni 2, m. 720, 18-V-1956, 4 L.
Ghisoni 4, m. 1280, 18-V-1956, 17 L.
Ghisoni 5, m. 1280, 18-V-1956, 3 L.
Albertacce 2, m. 1380, 20-V-1956, 6 L., 5 ex.
132 C. CONSIGLIO
Albertacce 4, m. 1710, 20-V-1956, 3 L.
Albertacce 5, m. 870, 21-V-1956, 1 L.
Albertacce 6, m. 1040, 21-V-1956, 1.L.
Albertacce 7, m. 1130, 21-V-1956, 2 L.
Albertacce 8, m. 1320, 21-V-1956, 4 L.
Evisa, m. 1140, 21-V-1956, 4 L.
Zicavo 1, m. 1050, 23-V-1956, 1 L.
Zicavo 2, m. 1080-1100, 23-V-1956, 5 L.
Zicavo 4, m. 1180-1200, 24-V-1956, 3 L., 3 ex.
Tyrrhenoleuctra zavattarii (Consiglio )
Strobliella zavattarii CONSIGLIO, 1956.
Zonza 3, m. 940, 14-V-1956, 2 SG.
Zonza 6, m. 940, 14-V-1956, 15 &&, 3 99, 10 ex.
Leuctra :geniculata (Stephens)
Leuctra geniculata, Hynes, 1941, p. 501, figg. 12A, 13K.
In mancanza di adulti riferisco con dubbio a L. geniculata una larva non ma-
tura, che presenta la tipica forma del capo e delle antenne propria di questa specie.
S.te-Lucie-de-Tallano 1, m. 50, 13-V-1956, 1 L.
Leuctra fraterna Morton
Leuctra fraterna Morton, 1930: Vizzavona (Corsica).
Leuctra fraterna, MoseLy, 1932: Corsica.
Ghisoni 4, m. 1280, 18-V-1956, 3 33,19. |
Ghisoni 5, m. 1280, 18-V-1956, 21 33, 21 99, 2 ex.
Zicavo 2, m. 1080-1100, 23-V-1956, 6 33, 3 92.
Leuctra budtzi Esben Petersen
Leuctra budtzi Essen PETERSEN, 1912: Vizzavona (Corsica).
Leuctra budtzi, ESBEN PETERSEN, 1913: Corsica. |
Leuctra budtzi, KLAPALEK, 1917: Umgebung von Vizzavona (Corsica).
Leuctra budtzi, MoseLy, 1932: Corsica.
Potrebbero forse appartenere a questa specie due giovani larve di Leuctra
appartenenti al gruppo fusca L. (AUBERT, 1954b, = gruppo di L. major, AUBERT,
1951). |
(?) Ghisoni 1, m. 1210, 17-V-1956, 2 L.
Brachyptera sp.
1 larva © all’ultimo stadio e 3 exuviae £9, molto somiglianti alla larva di
B. rist Morton. Esse potrebbero appartenere a B. rist oppure a B. auberti Consi-
PLECOTTERI DI CORSICA 133
glio, specie molto affine a B. risi e nota di Sardegna, di cui la larva non è ancora
stata descritta. Nella fig. 12 è PORTES ua dell’addome della larva
raccolta.
Zonza 6, m. 940, 14-V-1956, Es RER
Isoperla insularis (Morton)
Chioronerta insularis MORTON, 1930: Corte, Vizzavona (Corsica).
Chloroperla insularıs, MoseLy, 1932: Corsica.
Isoperla insularis, ConsigLIO, 1957, p. 41, figg. 18, 19, 20, 21.
_ Zonza 3, m. 940, 14-V-1956, 1 L.
Zonza 5, m. 860-880, 14-V-1956, 1 L.
Ghisoni 4, m. 1280, 18-V-1956, 2 L.
Ghisoni 5, m. 1280, 18-V-1956, 1 L.
Albertacce 6, m. 1040, 21-V-1956, 1 L.
Cozzano 1, m. 740, 23-V-1956, 8 L.
Cozzano 3, m. 850, 23-V-1956, 3 L.
Zicavo 4, m. 1180-1200, 24-V-1956, 40 33, 4 99, 5 L.; 10 ex.
Isoperla sp.
Chloroperla grammatica, Morton, 1930 (sec. MoseLy, 1932): Corte,
Vizzavona (Corsica).
Chloroperla sp., MoseLy, 1932: Corsica.
Morton (1930) e MoseLy (1932) hanno osservato 9£ che Morton rife-
risce a Chloroperla grammatica (=Isoperla grammatica), mentre MosELY ritiene che
non appartengano a questa specie. Ambedue gli AA. asseriscono che esse sono
distinte da Chloroperla insularis (= Isoperla insularis). Nelle mie ricerche non ho
incontrato alcun esemplare, sia adulto che larva, che non presentasse i caratteri
specifici di /soperla insularis, per cui non mi è possibile pronunziarmi per ora
su queste 99 enigmatiche.
Chloroperla apicalis hamulata (Morton) n. comb.
(hic?) Zsopteryx apicalis, HAGEN, 1864: Corsica.
(hic?) Isopteryx burmeisteri, ESBEN PETERSEN, 1913 (secondo Morton,
1930): Corsica.
Isopteryx hamulata Morton, 1930: Corte, Vizzavona (Corsica).
Isopteryx hamulata, MoseLy, 1932: Corsica.
Despax (1941) ha affacciato l’ipotesi che la forma descritta di Corsica da
Mor TON non sia che una «forma insulare» di Chloroperla apicalis Newman, oppure
semplicemente un sinonimo di questa specie. Per chiarire tale questione ho esa-
minato attentamente gli esemplari che ho raccolto in Corsica a S.te-Lucie-de-Tal-
lano e ho potuto rilevare quanto segue:
134 C. CONSIGLIO
1) Nei gg di Corsica il phallus non presenta differenze notevoli rispetto
a quello dei Sg di Chloroperla apicalis Newm. da me raccolti in Calabria (Sta-
zione Spezzano Albanese) e rispetto a quello raffigurato da BrincK (1956) per
Chloroperla apicalis bengtssom Claassen.
2) Il dente sopra-anale dei 34 di Corsica in alcuni esemplari è privo del-
l'incisione apicale e somiglia quindi alla fig. 31 di Despax (1941), in altri esemplari
invece presenta un'incisione apicale come in Chloroperla apicalis Newman.
A
3) La placca sub-genitale è indistinta in tutte le 92 di Corsica esaminate.
4) Tutti gli esemplari di Corsica presentano la branca mediana del disegno
«in ancora» del mesonoto e del metanoto largamente lanceolata, come nella
fie, 33:di Despax (1941):
5) Le larve raccolte corrispondono ‘bene alla descrizione - che AUBERT
(1953) dà della larva di Chloroperla apicalis. |
Da quanto sopra risulta che il principale carattere in base al quale veniva
finora distinta Chloroperla hamulata da C. apicalis, e cioè la forma del dente so-
pra-anale, non è costante negli esemplari di Corsica. Inoltre la placca sub-genitale
è indistinta anche in una parte delle 99 di Chloroperla apicalis da me raccolte in
Calabria (Spezzano Albanese). Pertanto l’unico carattere relativamente costante
che sembra distinguere C. hamulata da C. apicalis è il disegno «in ancora » del
mesonoto e del metanoto, carattere che non giustifica tuttavia l’esistenza di due
specie distinte, per cui preferisco considerare hamulata come sottospecie di C.
apicalis Newman.
S.te-Lucie-de-Tallano 1, m. 50, 13-V-1956, 8 gg, 6 99, 2 L.
Ghisoni 3, m. 760, 18-V-1956, 1 L.
Cozzano 3, m. 850, 23-V-1956, I L.
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ment de la Corse, Paris, pp. 153-183.
SUMMARY
The A. exposes the results of an investigation on the Corsican fauna of Plecoptera made in
May, 1956. The species of Plecoptera, which were previously known with certainty from Corsica,
are 6; the remaining Corsican records of Plecoptera are to be cleared out from the list of Corsican
Plecoptera. According to the investigations made by the A., the Corsican: species of Plecoptera
are brought to 10, of which 1 is new (Nemoura bucolica). |
Nemoura corsicana and Isoperla insularis are found in nearly every kind of streams. Tyrrhe-
noleuctra zavattarii, Leuctra fraterna and Brachyptera sp. are found in rather quiet mountain
streams; the second species is present in Central Corsica, while the first and the third species were
found in the southern part of the island. Nemoura bucolica was found in wood mountain streams.
Leuctra ?geniculata and Chloroperla apicalis hamulata were found in a large stream at a low
height above sea level, the latter species beeing found, however, also at a considerable height.
From a zoogeographical point of view, the Corsican fauna of Plecoptera shows an equal re-
lation to the European and the Sardinian ones. Nemoura corsicana, N. bucolica and Tyrrhenoleuctra
zavattarii show relations to the fauna of North Africa, which could be explained with a past land
connection with the last territory. The remaining Corsican fauna of Plecoptera takes probably
its origin from immigrations from the European mainland at a more or less ancient time.
The description of Nemoura bucolica n. sp. is given. It was not possible to find taxonomic
characters to distinguish the larva of the latter species from that of N. corsicana. The reasons are
discussed for which /sopteryx hamulata Morton, 1930, is to be considered only as a subspecies.
of Chloroperla apicalis Newman.
137
EDOARDO ZAVATTARI
SAVERIO PATRIZI
Tragico evento (un investimento automobilistico sulla Via Aurelia) stron-
cava il 21 febbraio 1957 la vita del Marchese SAVERIO PATRIZI; gentiluomo di
razza, naturalista nato, che alle conoscenze e agli studi zoologici aveva recato
contributi di eccezionale valore. |
Due erano le grandi passioni di PATRIZI: l’Africa e la Speleologia.
Nel 1919, ad appena 17 anni (era nato a Roma l’11 gennaio 1902), si era
recato per incarico della Società Romana di Colonizzazione, in Somalia, ed ivi
era rimasto fino al 1924.
E laggiù l Africa lo aveva conquistato. Abile cacciatore, profondo osserva-
tore, si era formato una larga conoscenza della fauna locale; si era modellato alla
vita della boscaglia, della foresta, della libertà sconfinata del tropico, quella li-
bertà fatta di luce, di sole, di spazio, che solo il tropico sa donare, si era formato
quella mentalità e quella preparazione non solo naturalistica, ma soprattutto
mentale, che dovevano in seguito dargli quella esperienza e quella conoscenza
dei problemi biologici tropicali che, affinatesi successivamente nei suoi viaggi ul-
teriori, avrebbe di poi in pieno esplicato, allorchè nel 1938 assunse la direzione
della Sovraintendenza alla Caccia del Governo dell’Africa orientale italiana.
Se in Somalia aveva vissuto la vita della boscaglia arida e spoglia, nel 1926-
27 PATRIZI con il suo viaggio nel bacino del Congo viveva per la prima volta la
vita della foresta tropicale, della meravigliosa foresta pluviale, nella quale la po-
tenza, l'esuberanza, la magnificanza della natura raggiungono la loro massima
compiutezza, conseguono quella grandiosità mostruosa e, direi, quasi paurosa,
che l’intrico della vegetazione, la rete inestricabile dei fiumi, dei torrenti, delle
acque che ne incidono il terreno, la folla degli animali che ne animano ogni re-
cesso, suscitano nell’animo, come se ci sentisse rinchiusi fra insuperabili barriere,
come se si fosse rinserrati in una strettoia, da cui non potersi districare.
PATRIZI percorse quel tratto del territorio del Medio Congo, nel quale
l’Itimbiri, il Tale, ?Aruwimi, l’Uellé versano le loro acque nel grande fiume, e
durante quel viaggio riunì preziose raccolte zoologiche, che vennero di poi il-
lustrate da specialisti in alcune memorie.
Frattanto il Barone RAIMONDO FRANCHETTI organizzava la sua difficile
e pericolosa spedizione in Dancalia. Rientrato in Italia dal Congo, PATRIZI fu
invitato da FRANCHETTI a partecipare, come naturalista, alla Spedizione, invito che
Egli accolse con entusiasmo, perchè gli permetteva di ritornare ancora una volta
in Africa.
Grandi difficoltà incontrò la Spedizione FRANCHETTI; difficoltà del terreno,
ostilità delle popolazioni e di cui FRANCHETTI narrò le vicende nel bel volume
« Nella Dancalia etiopica », per cui essa si protrasse più di quanto fosse in program-
ma; conseguentemente PATRIZI, costretto a rientrare in Italia, non potè parteci-
pare che alla prima parte della Spedizione, svoltasi lungo la costa fra Assab e
Beilul e l'immediato entroterra. Regione arida e inospitale, scarsa di vegetazione
e priva pressochè del tutto di acque, la zona percorsa non poteva offrire la possi-
bilità di grandi raccolte zoologiche e botaniche; nulla di meno PATRIZI ne riportò
buone collezioni, sufficenti a permettere di tracciare un quadro, anche se oltre-
modo sommario e incompleto, della fauna e della flora di una regione pressochè
138 E. ZAVATTARI
sconosciuta; quadro che Patrizi sintetizzò in una ampiamente documentata me-
moria, pubblicata alcuni anni dopo (1).
Il decennio che corre fra il 1920 e il 1930 abbraccia il periodo glorioso della
riconquista da parte delle truppe italiane dell’entroterra della Libia; abbraccia
un periodo durante il quale le ricerche scientifiche nelle nuove terre conquistate,
ebbero largo favore e grande impulso. La R. Accademia d’Italia, la R. Società
Geografica Italiana, il Museo civico di Storia naturale di Genova organizzarono
spedizioni, che avevano il compito di far conoscere e di illustrare territori, che di
fatto erano pressochè del tutto ignoti.
E nel 1921, appena pochi mesi dopo l’avvenuta occupazione italiana, la
Città e il Museo civico di Storia naturale di Genova in accordo con la R. Società
Geografica Italiana, organizzavano la Missione scientifica all’Oasi. di Cufra,
affidandone la direzione a PATRIZI, affiancato dal ue CARLO CONFALONIERI,
preparatore del predetto Museo. .
Brevissima fu la permanenza di PATRIZI a Cufra, costretto, appena giuntovi,
a rientrare a Roma per urgenti motivi familiari, mentre più lunga era stata, durante
il viaggio di andata, la permanenza nel gruppo di Gialo; tuttavia e soprattutto
per opera di CONFALONIERI, che si trattenne per circa un mese'a Cufra, furono riu-
nite importanti collezioni zoologiche, così che il loro studio permise di avere una
visione abbastanza completa della facies faunistica dell’Arcipelago di Cufra, sul
quale dopo le scarse notizie derivate dal fortunoso viaggio di GHERARDO ROHLF
del 1878-79, non si avevano più avuti elementi.
Di come si svolse la Missione, PATRIZI pubblicò in seguito una sommaria
relazione, in cui a grandi linee sono illustrati i risultati conseguiti (2).
Se per un complesso di ragioni PATRIZI aveva dovuto lasciare le Spedizioni
della Dancalia e di Cufra prima che avessero avuto il loro pieno compimento,
è nella successiva Spedizione nel Basso Giuba e nell’Otregiuba ch’Egli dispiegò
tutte le sue grandi doti di zoologo e di esploratore. Basso Giuba, da Gelib fino alla
foce, rive e foresta del Bubasci nell’Oltregiuba furono il campo nel quale per oltre.
due mesi, nell’estate del 1934, PATRIZI svolse la sua attività di raccoglitore e di os-
servatore, e la messe riportata fu così abbondante da fornire i materiali per la pub-
blicazione di molte memorie redatte da vari specialisti, e che occupano un intero
volume degli Annali del Museo civico di Storia naturale di Genova. (3). Alle
quali Memorie PATRIZI fece precedere la narrazione di come si svolse la Spedizione,
narrazione nella quale è una tale ricchezza di notizie sulla fauna e sulla flora, di
osservazioni sul comportamento di molti animali, di rilievi sulle caratteristiche
biogeografiche del Bubasci e della sua foresta, così da costituire un tutto organico e
completo, per cui ne balza vivo il quadro biologico di una regione: il Bubasci,
che era pressochè del tutto sconosciuta. |
E della larga esperienza in tal modo conquistata e della profonda conoscenza
della grossa fauna dell’ Africa orientale che Egli possedeva, PATRIZI diede la piena
dimostrazione durante la Conferenza internazionale per la Protezione della Fauna
e della Flora in Africa, che ebbe luogo a Londra nell’autunno del 1934. Facevo
parte anch'io, insieme a PATRIZI, ad ALESSANDRO GHIGI e ad IsAIA BALDRATI,
della delegazione italiana presieduta da un alto Funzionario del Ministero delle
Colonie, e ricordo quanto tempestive e documentate fossero le osservazioni e
le critiche che PATRIZI affacciava, allorchè riteneva che qualche proposta avanzata
da delegati di altre Potenze coloniali non dovesse essere accolta 0 dovesse essere
modificata.
SAVERIO PATRIZI 139
Inviato nel 1936 in Egitto in qualità di Addetto coloniale della Legazione
d’Italia al Cairo, veniva nel 1938, a conquista dell’Etiopia conchiusa, chiamato
- ad Addis Abeba a dirigervi l'Ufficio della Sovraintendenza alla Caccia del Governo
dell’Africa orientale Italiana.
E a quell’Ufficio PATRIZI diede tutta la sua competenza, la sua fatica, la
sua passione.
Ci vedemmo ad Addis Abeba nella primavera del 1939, quando, capo della
Missione biologica Sagan-Omo, mi soffermai qualche giorno nella capitale per
essere ricevuto dal Vicerè, S.A.R. 11 Duca D’AoSTA, con il quale avevo avuto
l’onore di incontrarmi altre volte, allorchè stavamo organizzando le missioni scien-
tifiche per l'esplorazione del Fezzan.
_ Ci vedemmo nella sua casa di fortuna, sutÉita nella vegetazione, un. po’
fuori della città. PATRIZI era felice ed entusiasta; felice perchè aveva con sè la
Famiglia che adorava; entusiasta perchè poteva, pur tra il disbrigo delle inevita-
bili ma pesanti pratiche burocratiche, occuparsi delle sue ricerche preferite, poteva
percorrere l’impero, poteva conoscere regioni a lui sconosciute, poteva raccogliere
i materiali per illustrare la fauna di quel vasto e non ben noto paese. E in una
dipendenza annessa alla sua casa aveva attrezzato un modesto laboratorio; vi
aveva riunito una bella collezione di uccelli, una ricca serie di trofei di caccia, ‘dei
primi dei quali redasse poi e pubblicò il catalogo; dei secondi dei quali pubblicò
una sommaria illustrazione destinata a facilitare il riconoscimento delle princi-
pali Antilopi della regione (4 - 8).
Era il vero «right man in the right place »; l'uomo che ha conquistata la
gioia di vivere, perchè vivere nel tropico, vivere la vita della natura era la sua gioia,
la sua passione, era l’aspirazione a cui aveva teso, perchè I’ Africa lo aveva avvinto,
ne aveva fatto un suo prigioniero.
Poi vennero i giorni tristi, i giorni della guerra e della catastrofe.
Richiamato in servizio militare quale Ufficiale del Gruppo Squadroni dei
Cavalieri di Neghelli, alla caduta di Addis Abeba venne fatto prigioniero dagli
Inglesi e portato nel Chenia. Rinchiuso dapprima, dal settembre del 1942 al
dicembre 1943, nel campo p.d.g. di Londiani, di poi per tutto il 1944 nel campo
p.d.g. di Edoret, nel 1945 fu trasferito a Nairobi, dove, pur con le gravi restri-
zioni di movimento imposte a un prigioniero, potè frequentare e lavorare alle
dipendenze del « Coryndon Museum ».
Ma anche durante la prigionia la sua passione per le ricerche zoologiche
non venne mai meno; e non potendo evidentemente occuparsi di fauna grossa,
rivolse la sua attenzione agli Insetti, soprattutto alle Formiche e ai Mirmecofili,
scoprendo parecchi generi e specie nuovi, che illustrò in seguito, alsuo ritorno in
Italia.
Questi studi sulle Formiche e sui Mirmecofili sono come il preludio di
quello che sarà l’indirizzo delle sue ricerche future, saranno queste raccolte nel
terriccio, sotto le pietre, nei cunicoli a portare PATRIZI a volgersi alle ricerche di
Speleologia.
Annientata la potenza coloniale italiana, l’Africa cessava di essere per noi
Italiani quella meravigliosa palestra nella quale si erano affınati tanti esploratori
e tanti studiosi, che ad essa avevano dato sangue e fatiche; e nella quale quegli
stessi studiosi avrebbero potuto recare ancora superbi contributi, come per oltre
mezzo secolo avevano dato.
140 E. ZAVATTARI
| E PATRIZI fu anch'esso travolto; anch’esso dovette rinunciare ai suoi ideali
e ripiegò su un campo di ricerche che stava rifiorendo in Italia; ripiegò sulla Spe-
leologia. |
Una breve parentesi Egli ebbe nel 1955, quando fu inviato a rappresentare
il Governo Italiano alla Conferenza sulla Fauna e Flora Africana a Bukavo nel
Congo belga. Furono giorni per lui di inesauribile godimento; ne tornò entusiasta
e quando raccontava dei pochi giorni trascorsi nel Parco nazionale Alberto, nei
suoi occhi brillava il riflesso della luce che lo aveva abbacinato, delle meraviglie
che aveva veduto, del paese che lo aveva conquistato. Era tornato soddisfatto di
aver potuto ancora una volta tuffarsi nella grande foresta, nell'aver potuto ancora
sentire il canto degli uccelli dai mille colori, l’urlo delle fiere e lo squittio delle
scimmie; ma nell’animo era rimasto l'amaro, perchè quella sua fugace perma-
nenza in Africa aveva riacutizzato in lui il dolore cocente della nostra Africa per-
duta, il dolore, che chi, come Lui, l’ha esplorata e vissuta, sempre ha vivo e pun-
gente nel cuore.
AI ritorno dalla prigionia nel 1946, PATRIZI si trovò costretto ad occuparsi
dei suoi affari privati, a dover riassettare la sua grande tenuta di Sasso-Furbara,
da cui per tanti anni era stato lontano; ma ciò non ostante non abbandonò i
suoi studi prediletti; dapprima pubblicò alcune note sulle Formiche e sui Mirme-
mecofili raccolti nel Chenia (9-15); di poi iniziò quelle campagne speleologiche
sia nel Lazio che in altre contrade, che fruttarono la scoperta di parecchie nuove
specie e che lo portarono, in parte con la collaborazione di altri speleologi, ad illu-
strare la fauna di alcune caverne italiane (16 - 28, 30, 32 - 34).
Lo stesso fervore con il quale aveva studiato la fauna africana, lo animava
nello studio della fauna ipogea italiana; la campagna speleologica del 1954 in
Sardegna fu particolarmente feconda, come feconde furono le ricerche del 1953-
54 nella Grotta Patrizi di Sasso-Furbara, che svelarono, altresì, rinvenimenti an-
tropologici di grande interesse, come, fra P altro, un cranio trapanato, che concor-
rono a ricostruire la vita umana del neolitico italiano (39).
Ultima campagna fu quella dello scorso 1956, che svolse come componente
della Spedizione nel Mediterraneo orientale organizzata dal Lamont Geological
Observatory dell’ Università di Columbia e dall’Istituto Italiano di Paleontologia
umana.
Dovevano, durante quella Fiedizione: ALBERTO CARLO BLANC, SAVERIO
PATRIZI, FRANCESCO BASCHIERI SALVADORI esplorare alcune grotte ancora ine- .
splorate della costa dell'Anatolia e illustrarne le caratteristiche e i ritrovamenti.
Pur troppo a PATRIZI non fu dato di poter collaborare alla pubblicazione dei ri-
sultati conseguiti.
Socio di parecchie Società scientifiche e Consigliere dal 1954 della Società
Entomologica Italiana, PATRIZI era stato nel 1953 nominato Commissario gover-
nativo dell’ Istituto nazionale di Entomologia; carica che Egli aveva assunto con
riluttanza, perchè non si nascondeva le grosse questioni che attendevano la loro
risoluzione; carica che tenne fino alla morte con quella Signorilità, di cui era sem-
pre stato il grande Signore.
PATRIZI era, come dissi all’inizio, naturalista nato. Naturalista nella sua più
pura accezione, perchè della natura era un innamorato, perchè della natura sen-
tiva tutto il fascino, tutta la bellezza, tutta la purezza; era un innamorato di quella
natura la cui contemplazione ci innalza al di sopra delle piccole e delle grandi
miserie, che ci porta a sentirne tutta la sublime armonia, monda e pura di tutte le
SAVERIO PATRIZI 141
finzioni e di tutte le brutture, perfetta nella sua compiutezza e nelle sue differen-
ziazioni, canto che si leva e che avvince solo chi sa comprenderla e sa amarla.
PATRIZI era uno dei fortunati che la sapevano comprendere e, appunto
per questo, la Sua dipartita è un vuoto che non potrà essere facilmente colmato,
perchè è di pochi essere, come era Lui, veri innamorati della natura, essere
veri studiosi della natura.
20
2I
22
23
24
PUBBLICAZIONI DI SAVERIO PATRIZI
Note ed osservazioni sulla Fauna e la Flora della Dancalia Italiana meridionale. Atti Pont.
Acc. Scienze Nuovi Lincei, LXXXVI, 1933, p. 254-275, tavv. 1-7.
La Missione Scientifica Genovese all’Oasi di Cufra (marzo-luglio 1931.) Riv. Municipale
Genova, 1932, p. 1-6.
Spedizione zoologica del Marchese Saverio Patrizi nel Basso Giuba e nell’Oltregiuba. Parte
narrativa. Ann. Mus. Civ. St. Nat. Genova, LVIII, 1935-39, p. 1-28, tavv. I-VIII.
Le principali antilopi dell’Africa Orientale Italiana. Ministero Africa Ital., Tip. Ed. Sal-
lustiana, Roma, 1937, p. 1-11, tavv. I-IV.
La Raccolta Zoologica della Sovraintendenza alla Caccia in Addis Abeba. Boll. Idrob. Caccia
Pesca dell’Africa orientale, Addis Abeba, I, 1940, p. 94-106.
Alimentazione del Cudu maggiore (Strepsiceros strepsiceros chora) nel Nord dell’Eritrea.
Ibid., p. 12-13.
Nella Riserva del Didessa. Ibid., p. 56-69.
Commento sugli Animali protetti in modo assoluto (Ordinamento della Caccia nell’ Africa
Orientale Italiana).
Contribuzioni alla conoscenza delle Formiche e dei Mirmecofili dell’Africa Orientale.
I. Descrizione di un nuovo genere e di una nuova specie di Formiche del Kenya. Boll.
Ist. Entom. Bologna, XV, 1943-46, p. 292-296.
id. II. Microdaceton leakeyi n. sp. (Hymenoptera : Formicidae). Ibid, XVI, 1947, p. 219-221.
id. III. Nuovi Generi e Nuove Specie di Coleotteri Stafilinidi. Ibid, XVI, p. 222-233.
id. IV. Descrizione di un nuovo genere e di una nuova specie di Stafilinide dorilofilo dello
Scioa e relative note etologiche (Coleoptera : Staphylinidae). Ibid., XVII, 1948-49, p. 158-167,
id. V. Note etologiche su Myrmechusa Wasmann (Coleoptera: Staphylinidae). Ibid.., XVII,
1948-49, p. 168-173.
id. VI. Crateropsis elmenteitae, nuovo sottogenere aberrante di Solenopsis Westw. Ibid.,
XVII, 1948-49, p. 174-176.
id. VII. Feannellusa Giaquintoi n. sp. e note circa il genere Dorylocratus Wasm. (Coleoptera :
Staphylinidae) ibid. XVIII, 1950-51, p. 259-267.
Grotta dei Pipistrelli. Notiz. Circolo Speleologico Romano, n° 4, 1950, p. 1-3.
Contributo del Circolo Speleologico Romano allo studio della fauna cavernicola laziale e
delle regioni limitrofe (Rel. inviata al Congresso mondiale di Speleologia, Monterrey (Mes-
sico) 1950). /bid., n° 4 1950, p. 15-21 (in collaborazione con M. CERRUTI).
Sulla fauna della grotta del Busento. /bid., n° 5, 1951, p. 1-4 (in collab. con M. CERRUTI).
La seconda campagna speleologica al Busento. Cenno Biologico. Jbid., n° 7, 1954 p. 2-4
(in collab. con M. CERRUTI).
Notizie preliminari sulla biologia di alcune grotte della Provincia di Sassari. Ibid., n° 6,
1952, Pp. 13-20.
Materiali per un primo elenco della fauna cavernicola del Lazio e delle regioni limitrofe (To-
scana esclusa). Ibid., n° 7, 1954, p. 22-34.
Ricerche biologiche in alcune grotte della Sardegna meridionale. /bid., n° 6, 1954, p. 20-21.
Osservazioni biologiche relative alla Grotta del Cavallone o della Figlia di Jorio sulla Ma-
jella. Ibid., n° 5, 1951, p. 6-8 (in collab. con M. CERRUTI).
Esplorazione della Grotta di S. Oliva, dell’Arnale Cieco e dell’Ovuso (Cori). Ibid., n° 5,
1951, p. 23-24 (in collab. con A. SEGRE).
SA
33,7
delle
E. ZAVATTARI
Nuovo genere e nuova specie di Pterostichide troglobio della Sardegna orientale. Fragmenta
Entomologica, Roma. II, n° 4, 1955, p. 29-39.
Sardulus spelaeus n. gen. n. sp. (Coleoptera: Histeridae). Ibid., n° 6, p. 47-53.
Biospeleologia laziale. Att. VI° Congress. naz. Speleologia, Trieste, 1954, p. 301-302.
Introduzione e acclimatazione del Coleottero Catopide Bathysciola Derosasi Dod. in una grotta
laziale. Ibid., p. 303.
Ricerche nel Congo Belga. Ibid., p. 304.
Nota preliminare su alcuni risultati di ricerche biologiche in Grotte della Sardegna. Atti
VII° Congress. naz. Speleologia, Como, 1956, pp. 202-208.
Carlo Franchetti (Necrologia). Rass. Speleologia Ital., VIII, 1956, p. 34-35.
Notes sur la faune cavernicole du Lazio et de la Sardaigne. Prem. Congr. Intern. de Spéléo-
logie, Paris, 1953, Ill, p. 185-101.
Fauna ipogea e Paleogeografia mediterranea (Cave Life and Mediterranean Paleogeography).
Quaternaria I, 1954 p. 43-45; 46-48 (in collab. con M. CERRUTI).
Notizie sulla Grotta del Cavallone nella Majella, Boll. Soc. Geogr. Ital., S. VIII/II, 1949°
p. 201-206 (in collab. con A. SEGRE e M. CERRUTI).
Sepoltura ed inumazione con cranio trapanato nella Grotta Patrizi Sasso-Furbara. Riv,
Antrop., XLI, 1954, p. 33-38, 37-51; 52-68 (in colab. con A. M. RapmIiLLI eG. MANGILI).
Ringrazio l’amico Cerruti che ha avuto la cortesia di comunicarmi i dati biografici e l’elenco
pubblicazioni di Patrizi.
143
TIZIANO DE MONTE
PRIMA NOTA SULL’APPARATO PLASMATORE DEGLI ESCREMENTI,
CARATTERISTICA MODIFICAZIONE DELL'INTESTINO ‘RET TO
a IN ALCUNE TRIBU’ DELLA SOTTOFAMIGLIA
CLYTRINAE (COL., CHRYSOMELIDAE),
Ebbi già occasione di accennare all’esistenza di questo apparato in un mio
lavoro sul Cryptocephalus sericeus L.: con la presente nota inizio una breve
serie di pubblicazioni intese ad integrare l'argomento.
Espongo per ora i risultati d’una ricerca tendente ad individuare i gruppi
di Chrysomelidae in possesso del suddetto apparato ed a descrivere la conforma-
zione dell’intima rettale nei diversi generi.
Il presente lavoro è stato eseguito al Museo Civico di Storia Naturale di
Trieste, diretto dal Prof. Edoardo Gridelli, al quale desidero esprimere i miei rin-
graziamenti per il materiale messo a mia disposizione.
Nella redazione della presenta nota mi fu preziosissima la cortese revisione
del Prof. Guido Grandi, al quale vanno i sensi della mia viva riconoscenza.
TECNICA
Per l’allestimento dei preparati microscopici, indispensabili per un accurato
esame del comportamento, al riguardo, dell’intima dell’intestino retto, mi sono
servito soltanto di insetti secchi procedendo nel seguente modo: previa bollitura
in acqua distillata, ho asportato l'addome, che successivamente venne fatto bollire
in una soluzione di potassa caustica per cinque minuti; immersolo quindi in acqua
distillata, "ho tagliato con un finissimo bisturi lungo un solo lato. Normalmente
gli uriti introflessi rimangono uniti al VII urotergo. Dopo aver isolato il IX
urite, ho resecato il retto in estrema prossimità dell’apertura anale ed in esso ho
introdotto un finissimo ago per mantenerlo disteso, quindi ho tagliato longitu-
dinalmente l’intima da un solo lato, riducendo il retto da tubulare a laminare.
L’inclusione in Balsamo venne effettuata con la nota tecnica dell’EDWARDS.
PREMESSA
La prima notizia sugli involucri protettivi per le uova dei Clytrini si trova
in un lavoro dello SCHALLER assieme alle relative illustrazioni (1). Altri Autori
in seguito ne parlarono per esteso, rilevando la delicata scultura della superficie
degli involucri, variabile da specie a specie. Il LECAILLON (non LEWILLON, come
erroneamente riportato dal BERLESE a pag. 210) attribuì al GENE’ il merito d’aver.
riconosciuto e pubblicato per primo (Biblioteca Italiana, Milano, vol. 55,
pi 194, “1929, 6: Ann. Sel ONE Zonale te pi 1550990) Ta
natura non terrosa ma escrementizia di tali involucri e di conseguenza il
LECAILLON stesso propose per questi involucri il nome di « scatoconche » per far
risaltare la differente natura in contrapposizione alle peloconche di altri insetti.
In un successivo lavoro (1898) il LECAILLON descrisse per la prima volta un « Rek-
(1) Non ho potuto consultare il lavoro originale dello ScHALLER (Acta Halens., I, 1783,
p. 328), però il ROSENHAUER (p. 52) dice, parlando delle scatoconche - che egli nomina « Säcke » -:
« Hinsichtlich der Grösse stimmt dieser aufs Haar mit der Schallerschen Abbildung... ».
144 T. DE MONTE
talapparat » nella © di Clytra quadripunctata L. In un tempo di molto posteriore
(1932) KONTKANEN accennò pure all’esistenza di un apparato probabilmente omo-
logo nei Cryptocephalus sericeus L., aureolus Suffr. e hypochoeridis L.
Il FABRE, per parlare d’un noto osservatore dei costumi degli insetti, disegnò
minutamente varie scatoconche e diede interessanti ragguagli sulle modalità
di costruzione.
Una descrizione dettagliata e recente sul modo di costruzione della scato-
conca è stata fatta dal MEIXNER nel trattare l’Ord. Coleoptera nel « Handbuch
der Zoologie ». Ritengo opportuno citare le sue stesse parole (pag.:1211-1213)
« Manche Chrysomeliden, so die Clytrim, Cryptocephalini und Chlamydim, haben
es zu einer erstaunlichen Kunstfertigkeit in Baue von Ei-Gehäusen gebracht:
das aus der Geschlechtöffnung austretende Ei wird zunächst an dem einen Pole
in einer Grube (Rinne) des letzten (5 ten) freiliegenden Abdominalsternites,
den « Ei-Mörser », mit den Hintertarsen festgehalten und unter Drehen un seine
Längsachse mit kleinen, geglätteten Kotschüppchen ringsum beklebt, angeblich
unter Mithilfe eines zugleich entleerten Sekrets; es entstehen so Gehäuse von
mannigfaltigster, artspezifischer Gestalt, die Skatokonch en. Die nahe
verwandten Lamprosomini verwenden in der Hauptsache mit den Kiefern losge-
rissene Holz- oder Rinden-Splitter, die mit Kot und Harz zusammengekittet
werden, oder eine papiermachè-artige, mit den Mundteilen aus oralem Sekret
und Holzfasern beritete Masse, die an das Nestmaterial von Vespen erinnert.
Tropische Cassidinen hinwieder überdecken jedes Ei mit einer Schuppe aus ana-
lem Sekret, seltener hauptsächlich aus Kot, und ergibt sich bei Arten, die ihre
Bier in Gelegen absetzen, ein Schuppendach oder eine typische Ootek änlich der
von Mantiden ».
Da questa descrizione appare come gli escrementi vengano applicati a sca-
gliette alla superficie dell’uovo, scagliette che devono uscire preformate dall’a-
pertura anale. Dato che normalmente lo strato muscolare del proctodeo, quantun-
que relativamente notevole, è di certo insufficiente a produrre l’appiattimento delle
feci con l'espulsione forzata attraverso un’apertura piatta, era conseguente ricer-
care un eventuale apparato capace di plasmare i blocchetti fecali in squamette
levigate.
Infatti tutte le specie che costruiscono la scatoconca, e che di solito possie-
dono la fossetta ovigera sul VII urosternite, hanno il retto provvisto d’un apparato
adatto a plasmare nel modo voluto i blocchetti fecali, rendendoli atti a rivestire
l’uovo.
Fra i Lamprosomatini, che, come s’è visto, eseguono delle complicate costru-
zioni servendosi anche degli escrementi come materiale cementizio, ho trovato
l’unico esempio (Lamprosoma concolor Strm.) della presenza di modificazioni nel-
l’intima rettale non accompagnata dalla coesistenza della fossetta sul VII uroster-
nite. Non è questa una regola in tutti i Lamprosomatini, in quanto ho osservato,
ad esempio, tre esemplari del Brasile, appartenenti ad altrettante specie diverse,
che sono provvisti sia di modificazioni nell’intima rettale che di una fossetta più
o meno evidente sul VII urosternite.
Purtroppo non ho potuto esaminare alcun esemplare di Cassidini tropicali
usi a ricoprire ogni uovo con una squametta di sterco: questi potrebbero anche a-
vere delle armature rettali. Non hanno certamente alcuna modificazione dell’in-
tima rettale 1 Cassidini africani del Gen. A di cui ho esaminato la
specie chlorotica Ol. del Kamerun.
INTESTINO RETTO DI CLYTRINAE 145
COSTITUZIONE DELL’ APPARATO
Nelle femmine di alcune sottofamiglie di Coleotteri Crisomelidi, che rac-
chiudono le loro uova in ooteche costituite in massima parte di escrementi (sca-
toconche), l’intima di un tratto del proctodeo, e precisamente della porzione me-
diale del retto, che, risultando in genere appiattita dorso-ventralmente, lascia in-
dividuare con facilità una faccia dorsale ed una ventrale (considerato, natural-
mente, l’insetto in posizione fisiologica), presenta notevoli caratteristiche e cioè
la differenziazione di un complesso di apodemi, di inspessimenti e di processi.
Gli apodemi appaiono come placche pigmentate di varia estensione e di
varia forma; gli inspessimenti sono più o meno sensibili; i processi, infine, diver-
samente sviluppati e conformati (ne esistono di granulari, di tricoidei, di chetoidei,
di lanceolati, di squamiformi, ecc.), sorgono in territori più o meno bene defi-
niti. Oltre a tali differenziazioni l’intima della sopraddetta porzione del proctodeo
può, inoltre, mostrare delle pieghe, tanto longitudinali quanto trasversali, le quali
si osservano, di solito, in corrispondenza di apodemi.
Questa armatura varia secondo le tribù, i generi, le specie e può essere uti-
lizzata, accanto ai caratteri sinora noti, per discriminare facilmente gli esemplari
femmine di entità sistematiche o per effettuare revisioni critiche in generi arbitra-
riamente suddivisi in gruppi di specie non sempre naturali (ad SAAS il Gen.
Cryptocephalus).
In conclusione, l’apparato plasmatore degli escrementi rappresenta, per
i sistematico, un nuovo carattere, degno di considerazione assieme ai caratteri
esoscheletrici e genitali già conosciuti.
L’APPARATO PLASMATORE DEGLI ESCREMENTI NEI
Clytrini, Cryptocephalini, Chlamydini E Lamprosomatini
Devo premettere che nel condurre le ricerche per chiarire quali raggruppa-
menti sistematici della Fam. Chrysomelidae possedessero modificazioni dell’in-
tima rettale, ho seguito il sistema proposto dal MEIXNER (p. 1333).
Secondo questo Autore, la Fam. Chrysomelidae è scomponibile in cinque
sottofamiglie: Criocerinae (Eupodae), Galerucinae, Chrysomelinae (Cichca), Cly-
trinae (Camptosomata) e Cassidinae. La sottofamiglia Clytrinae, a sua volta, è
costituita da cinque tribù: £Lamprosomatim, Cryptocephalini, Megalopodini,
Clytrini e Chlamydını.
Dopo aver esaminato diversi generi appartenenti a tutte le tribù sunnomi-
nate, ho accertato la presenza dell’apparato plasmatore in quattro di esse. Della
tribù Megalopodini ho esaminato soltanto il genere Poecilomorpha, che è sprovvisto
dell’apparato plasmatore: pertanto, in attesa di poter esaminare altri generi di
questa tribù, devo per ora escluderla dal presente lavoro.
Delle altre quatto tribù ho esaminato i seguenti generi:
Trib..Clvtrini
Gen.: Labidostomis Redt., Miopistis ey Antipa De Geer., Lachnaea
Redt., Clytra Laich., Cyaniris Redt., Chilotomia Redt., Coptocephala Lac.,
Stereoma Lac., Ischiopachys Lac. |
Trib. Cryptocephalini.
Gen. Stylosomus Suffr., Pachybrachys Suffr., Cryptocephalus Geoftr.
146 T. DE MONTE
Trib. Chlamydini.
Gen.: Fulcidax Voet., Chlamys Knoch.
Trib. Lamprosomatini.
Gen. Lamprosoma Kirby.
In ognuna delle tribù succitate, l'apparato plasmatore degli escrementi
mostra una costituzione diversa.
La particolare disposizione degli apodemi e degli inspessimenti pigmentati
nell’apparato plasmatore, consente di usare una formula per indicare sintetica-
mente il loro numero e la loro posizione, in modo tale da poter riconoscere, in
base alla sola formula, a quale tribù della sottofamiglia Clytrinae appartenga la
femmina in esame. |
Incominciando a considerare gli apodemi e gli inspessimenti pigmentati
della faccia dorsale e successivamente della ventrale, basta prendere via via nota
del numero degli stessi per avere la formula rettale (f. r.).
Detta formula trova la sua ragione d’essere, in quanto è diversa per ogni tri-
bt e nello stesso tempo è invariabile nei diversi generi e specie componenti una
data tribù. |
Così, ad esempio, in tutti i generi e specie della tribù Clytrini si possono
osservare: sulla faccia dorsale dell’intima rettale due apodemi ed un inspessi-
mento, pigmentati e nettamente distinti dalle altre tenui modificazioni dell’in-
tima; sulla faccia ventrale due robusti apodemi pigmentati. La f.r. della tribù
Clytrini sarà dunque 3-2.
Dò ora una descrizione generale dell’intima rettale in ognuna delle quattro
tribù della sottofamiglia Clytrinae in cui ho riscontrato la presenza dell’apparato
plasmatore degli escrementi. Le dizioni «faccia dorsale » e «faccia ventrale »
si riferiscono al retto in sito nell’insetto in posizione fisiologica.
Trib. CLYTRINI (f.r.: 3-2)
(fig. I, 1)
Faccia dorsale.
Area compresa fra la valvola rettale ed 1 retrostanti apodemi, inerme.
Apodemi pigmentati in numero di due, subellittici e simmetrici, posti lateral-
mente ad un robusto inspessimento pigmentato mediano, rettangoloide e tra-
sversale. In corrispondenza alle predette placche pigmentate, la faccia libera del-
l’intima presenta un’ampia area ellittica armata di processi generalmente chetoidei.
Faccia ventrale,
Apodemi pigmentati in numero di due, pari e simmetrici, disposti trasver-
salmente, di forma complessiva caratteristica che, come pure l’assieme delle plac-
che pigmentate dorsali, richiama alla mente la forma del cravattino a farfalla;
detti apodemi presentano una porzione distale (apodema vero) diretta lateralmen-
te, unita ad una porzione prossimale (per lo più robusto inspessimento) diretta
medialmente. La faccia libera dell’intima, all’altezza dei suddetti apodemi, pre-
senta una zona quasi eguale, e per forma e per aspetto, a quella della faccia dorsale
corrispondente.
INTESTINO RETTO DI CLYTRINAE 147
Trib. CRYPTOCEPHALINI (f.r.: 4-4(3))
(fig. I, 2)
Faccia dorsale.
Area compresa fra la valvola rettale e le retrostanti placche pigmentate iner-
me o provvista di minuti processi debolmente appuntiti e diafani. Mancano quasi
sempre apodemi distinti (individuabili a malapena nel Gen. Stylosomus), che sono
sostituiti da due inspessimenti pigmentati trasversali e da due inspessimenti lon-
gitudinali, ugualmente pari e simmetrici, posti latero-cranialmente ai predetti
e che si risolvono in direzione della valvola rettale in minuti inspessimenti pigmen-
tati granulari. La faccia libera dell’intima, in corrispondenza agli inspessimenti
pigmentati mediani, forma due pieghe trasversali, pari e simmetriche, munite di
processi per lo più lanceolati e divise medialmente da una stretta zona longitudi-
nale inerme.
Faccia ventrale.
Inspessimenti pigmentati mediani impari, trasversali, variabili per numero
(1 o 2) e per forma nei diversi generi. Inspessimenti pigmentati laterali in numero
di due, pari e simmetrici, quasi identici per forma e posizione ai dorsali. Faccia
libera dell’intima con una zona impari mediana subquadrangolare fornita di mi-
nuti processi lanceolati e squamiformi.
Trib. CHLAMYDINI (f.r.: 0-2)
(fig. I, 3)
Faccia dorsale.
Area compresa fra la valvola rettale ed 1 retrostanti territori di processi se-
toliformi armata di diverse zone longitudinali di processi spiniformi abbastanza
robusti. Processi setoliformi del territorio sunnominato, lanceolati, lunghi e di-
stalmente accuminati. Questo territorio presenta medialmente un tratto mediano
stretto e longitudinale inerme.
Faccia ventrale.
Inspessimenti pigmentati in numero di due, subtriangolari e simmetrici.
Formazione a placca rilevata sulla faccia libera dell’intima, prolungata caudalmente
fino in prossimità dell’apertura anale e rivestita in un’area subcircolare e craniale
di processi lanceolati piuttosto corti ed accuminati.
Trib. LAMPROSOMATINI (f.r.: 0-0).
(fig. I, 4)
Faccia dorsale.
Inspessimento della valvola rettale munito talvolta di processi spiniformi,
i quali sono comunque sempre presenti in una zona più o meno protratta in
direzione anale. Mancano apodemi ed inspessimenti pigmentati. Nella zona me-
diana si osservano spesso due pieghe trasversali, pari e simmetriche, più o meno
complicate, talvolta sostituite da una zona impari mediana, munita di processi
tricoidei, lanceolati e squamiformi.
Faccia ventrale.
Si osservano talvolta deboli inspessimenti depigmentati in corrisponden-
za d’una zona impari mediana di forma variabile armata di processi squamiformi
e chetoidei.
148
T. DE- MONTE!
Per dare un'idea di quale grado siano le variazioni dell’apparato plasmatore
degli escrementi in seno ad ogni tribù, descriverò ora l’aspetto dell’intima rettale
di una specie per ogni genere. Desidero illustrare in un secondo tempo ed in
separata sede le variazioni specifiche che detto apparato può presentare.
n°?
N
vil
\
\
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Tee ee
—
Kae Hi
| PAM
di LE sun) ii i
Schemi dell’apparato plasmatore degli escrementi nelle seguenti tribù: 1. Clytrini (f.r.:
3-2); 2. Cryptocephalini (f.r.: 4-4(3)); 3. Chlamydini (f.r.: 0-2); 4. Lamprosomatini (f.r.: 0-0).
Il retto è stato tagliato lateralmente in senso longitudinale ed aperto; le due faccie, dorsale
(D) e ventrale (V), sono viste dalla faccia libera dell’intima.
Trib. CLYTRINI (f.r.: 3-2)
Gen. Labidostomis Redt.
lusitanica Germ. (Portogallo, Evora).
Faccia dorsale.
Gli apodemi pari di colore bruno, più piccoli dei corrispondenti ventrali,
con margine distale diretto lateralmente e crenulato, mostrano apparenti e gros-
solane strie radiali più scure. Il limite mediale, convesso, è in rapporto di conti-
guità con il margine laterale dell’inspessimento pigmentato impari mediano, che
INTESTINO RETTO DI CLYTRINAE 149
è di colore bruno più chiaro e di forma rettangoloide, trasversale, con i lati maggiori
leggermente concavi. | 3 |
La faccia libera dell’intima, in un’area ad estensione maggiore ma corrispon-
dente per forma e per posizione all’inspessimento impari mediano, è armata di
fitti processi chetoidei. |
Faccia ventrale:
Apodemi di colore bruno, distinguibili in una porzione distale, orientata
lateralmente, squamiforme, con margine crenulato e con apparenti grossolane
striature radiali più scure, unita, tramite un breve tratto strozzato, con una por-
zione mediale; i margini mediali di queste ultime porzioni sono fra loro ben di-
stanziati e divergenti in direzione caudale. |
La faccia libera dell’intima, per un’area tondeggiante situata in rapporto
alle porzioni mediali degli apodemi, è munita di processi identici a quelli già
descritti. per. la.faccıa dorsale.
Gen. Miopristis Lac.
Subgen. Macrolenes Lac.
ruficollis F. (Istria, Pola).
Fæccia “dot stalle.
Gli apodemi pari, di debole colore giallo-bruno, hanno debolissima pigmen-
tazione ed apparenza diafana; il loro margine distale è è irregolarmente curvato,
non crenulato, e mostrano, specialmente in posizione prossimale, finissime ap-
parenti strie radiali. Con i limiti mediali sono in rapporto di contiguità con l’inspes-
simento impari mediano, di forma rettangoloide, trasversale, debolmente pigmen-
tato, con limite craniale lievemente concavo e con limite caudale leggermente con-
vesso. |
La faccia libera dell’intima è armata come nel Gen. Labidostomis.
Raccira went rele.
Apodemi di colore giallo-bruno, la cui porzione distale, a forma di padiglione
auricolare, apparentemente fornita d’una finissima striatura radiale apprezza-
bile medialmente, è unita tramite un tratto strozzato ad una porzione prossimale
(mediale) di forma subtriangolare a base mediale ed apice unito al tratto strozzato,
il cui limite mediale è quasi rettilineo e lievemente obliquo in senso medio-la-
terale procedendo in direzione anale.
La faccia libera dell’intima è armata come nel Gen. Labidostomis.
Gen. Antipa De Geer.
Subgen. Tituboea Lac.
macropus Illig. (Goriziano, Selva di Tarnova).
Faccia corsarte.
Apodemi pari giallo-bruni, valviformi, senza apparente striatura radiale,
con margini distali debolmente crenulati; col loro limite mediale sono in rapporto
di contiguità con l’inspessimento impari mediano, trasversale, di forma rettan-
goloide ad angoli ampiamente arrotondati e con limite craniale profondamente
inciso, apparentemente bidentato.
150 | T. DE MONTE
La faccia libera dell’intima presenta un’area trapezoidale in corrispondenza
delle predette placche pigmentate, munita di lunghi processi chetoidei, che ter-
mina alquanto caudalmente all’inspessimento mediano.
laccia ventrale.
Apodemi giallo-bruni, con la porzione distale ovoide, a margine irregolar-
mente crenulato, senza apparente striatura radiale, unita tramite un tratto leg-
germente più stretto e relativamente lungo alla porzione mediale, più pigmentata
e di forma simile alla testa d’un pestello.
La faccia libera dell’intima presenta un’area subcircolare armata come la
corrispondente zona della faccia dorsale, limitata caudalmente da una sottile pie-
ga trasversale, leggermente convessa in direzione caudale e tesa fra i limiti cau-
dali delle porzioni prossimali degli apodemi.
Gen. Lachnaea Redt.
italica Weise (Appennino di Genova, N.S. della Vittoria).
Faccradersale:s
Gli apodemi pari, di colore giallo-bruno, con parvenza di grossolani ad- .
densamenti radiali, sono valviformi, triangoloidi ad angoli fortemente arroton-
dati, con margine distale a curvatura leggermente irregolare; con i loro limiti me-
diali sono in rapporto di contiguità con l’inspessimento impari mediano, giallo
bruno, a forma di trapezio isoscele a base maggiore craniale.
La faccia libera dell’intima presenta un’area trapezoidale che inizia alquanto
cranialmente in rapporto all’inspessimento mediano e termina poco caudalmente
a questo, munita di processi chetoidei alquanto lunghi.
Faccia ventrale.
Apodemi giallo-bruni, con la porzione distale più chiara, a forma di padi-
glione auricolare e con grossolani addensamenti radiali, unita ad una porzione
prossimale, trasversale, di colore bruno-scuro, a forma di triangolo rettangolo
scaleno con base mediale ed angolo retto craniale; l’ipotenusa di detto triangolo
(lato caudale) è ben sinuata in prossimità dell’ angolo caudale che viene così a
profilarsi a mo’ di becco.
La faccia libera dell’intima presenta un’area uguale a quella descritta per
il Gen. Antipa, armata di processi chetoidei.
Gen. Clytra Laich.
laeviuscula Ratrb. (Trieste, Zaule).
Faccia dorsale.
Apodemi laterali giallo-bruni, di forma irregolare, con l’asse maggiore lon-
gitudinale (circa due volte più lungo dell’asse minore, trasversale), Tievemente
obliquo in senso medio-laterale; margine distale irregolarmente crenulato ed il
limite mediale è in rapporto di contiguità con l’inspessimento impari mediano,
a forma di trapezio a base maggiore caudale, con tutti e quattro i lati incisi e con
gli angoli caudali molto va, cosicchè richiama alla mente una figura di
ali di farfalla.
| La faccia libera dell’intima presenta una piega triangolare impari mediana,
a base craniale ed apice posto in corrispondenza dell’incisura craniale dell’inspes-
INTESTINO RETTO DI CLYTRINAE i 151
simento mediano: caudalmente e lateralmente a questa vi è un’ampia area qua-
drangolare munita, come la zona triangolare limitata dalla piega, di processi che-
toidei.
Faccia.ventrale.
Apodemi pari e simmetrici, di colore giallo-bruno, presentanti due porzioni:
una laterale, più chiara, a forma di padiglione auricolare, con margine distale
crenulato, unita con una porzione prossimale (mediale) tramite un tratto strozzato;
quest ‘ultima porzione, ben più pigmentata, ha la forma che ricorda una zappa
vista di profilo.
La faccia libera dell’intima presenta un’ampia zona subquadrata munita di
processi chetoidei.
Gen. Cyaniris Redt.
salicina Scop. (Zara).
Faccia dorsale.
Apodemi pari giallo-bruni, con margine distale irregolare, di forma vaga-
mente deltoide, in rapporto di contiguita mediante il limite mediale con
l’inspessimento mediano, rettangoloide, con limiti irregolari e con una lieve
incisura al centro del lato caudale.
La faccia libera dell’intima, all’altezza del limite craniale dell’inspessimento
mediano, presenta una piega trasversale caratteristica, festonata, con due festoni
laterali più grandi ed uno centrale più piccolo, armato di processi chetoidei di
media grandezza; caudalmente e lateralmente a detta piega festonata vi è una
zona rettangoloide grossomodo in rapporto con l’inspessimento mediano, armata
di processi chetoidei un po’ più grandi.
Faccia ventrale.
Apodemi giallo-bruni, con la porzione distale più chiara, spatoliforme, a
margini irregolari, e con la porzione prossimale trasversale, di colore più scuro,
a forma di triangolo scaleno rettangolo, con base mediale obliqua in senso medio-
laterale procedendo in direzione cranio-caudale e leggermente convessa, con an-
golo retto caudale; l’ipotenusa di detto triangolo (lato craniale) è sinuata sia in
prossimità della porzione distale, sia in vicinanza dell'angolo craniale che è forte-
mente smussato e grossolano. I margini mediali degli apodemi sono uniti fra
loro da un debolissimo inspessimento non pigmentato.
La faccia libera dell’intima presenta, circa all'altezza della parte mediana
degli apodemi, un’area subquadrangolare armata di processi chetoidei.
Gen. Chilotoma Redt.
musciformis Goeze (Trieste, Carso).
F.accia dorsale.
Apodemi pari, di colore giallo sporco e di forma grossolanamente triangolare
a base laterale; sono distanziati per uno spazio pari alla loro lunghezza dall’inspes-
simento centrale, di color giallo-bruno e di forma irregolare, grande poco più
degli apodemi stessi.
La faccia libera dell’intima presenta un’area ovalare, posta in corrispon-
denza dello spazio fra gli apodemi, armata di finissimi processi tricoidei: solo due
152 T. DE MONTE
zone di quest'area e precisamente in posizione laterale ed un po’ caudale rispetto
all’inspessimento centrale, sono armate di processi chetoidei a base larga.
Pae cia ventrale.
Gli apodemi, di colore giallo-bruno, presentano una piccola porzione di-
stale spatoliforme e più chiara ed una porzione prossimale più pigmentata ed a
forma d’un triangolo equilatero a base mediale convessa e con l’angolo craniale
fortemente smussato; le due porzioni prossimali sono unite da un leggerissimo
inspessimento ovale depigmentato.
La faccia libera dell’intima presenta un’area ovale armata di finissimi pro-
cessi tricoidei.
Gen. Coptocethala Lac.
chalybaea Germ. (Nabresina).
Faccia dorsale:
_. Gli apodemi pari, di colore giallastro, sono di forma triangoloide a base
laterale e medialmente ad essi, ben distanziato da entrambi, c'è un inspessimento
pigmentato giallo-bruniccio, di forma irregolarmente trapezoidale a base maggiore
caudale.
La faccia libera dell’intima presenta: cranialmente all’inspessimento cen-
trale, tre piccole zone, disposte su una stessa linea trasversale, munite di processi
tricoidei e separate fra loro da piccoli tratti inermi; lateralmente e caudalmente a
dette zone vi è un’area armata di processi tricoidei, che, come nel genere prece-
dente, divengono chetoidei in posizione latero-caudale rispetto all’inspessimento
centrale.
Farera ventrale.
Gli apodemi, di color bruno intenso nella parte prossimale, presentano cia-
scuno una piccola porzione distale molto chiara, a forma d’ovoide irregolare,
continuantesi medialmente con la parte prossimale, gradualmente ben pigmen-
tata, di forma triangoloide a base irregolare craniale e con i lati mediali ad ampia
convessità e con una piccola concavità nei pressi dell'angolo caudale.
La faccia libera dell’intima presenta una zona triangoloide a base craniale,
sovrapposta alla parte prossimale degli apodemi ed allo spazio fra di essi, armata
di fini processi tricoidei.
Gen. Stereoma Lac.
? angularis Lac. (Brasile, Bahia).
Faccaa dorsale.
Apodemi laterali di forma triangoloide, con lato maggiore latero-craniale
‘molto debolmente pigmentato: la tinta bruna s’intensifica progressivamente sino
a divenir nerastra nell’angolo opposto al predetto lato; si notano uno o due deboli
addensamenti radiali. Inspessimento mediano ben pigmentato, di forma quasi
semilunare a convessità caudale, di larghezza quasi uniforme in tutto il suo de-
corso.
La faccia libera dell’intima, su un tratto trapezoidale corrispondente al
sottostante inspessimento centrale, è armata di processi trico-chetoidei di altezza
INTESTINO RETTO DI CLYTRINAE 153
decrescente verso il limite caudale; caudalmente ancora ed in posizione laterale
si trovano da ambo i lati una ventina di piccoli processi spiniformi.
Faccia ventrale.
Apodemi discretamente pigmentati in cui si distingue una parte distale
allargata brevemente a ventaglio verso il margine distale, una parte intermedia
subquadrata ed una parte prossimale, più decisamente pigmentata, a forma d’una
testa di coniglio con il muso puntato in direzione caudale e le orecchie ritte in
direzione craniale.
La faccia libera dell’intima, per un ampio spazio ricoprente le parti prossi-
mali degli apodemi e lo spazio fra esse compreso, è armata di fitti processi tri-
coidei e termina caudalmente con una leggera piega a convessità caudale tesa fra
i punti più sporgenti delle parti prossimali degli apodemi.
Gen. Ischiopachys ‚Lac...
bicolor Ol. (Brasile, Bahia).
Faccia dorsale.
Apodemi laterali, di grandezza quasi eguale alla parte distale degli apodemi
ventrali ed a forma di padiglioni auricolari, presentano una colorazione tricolore:
una stretta striscia lungo il margine distale è di color giallo chiaro, segue in senso
prossimale una larga zona bruna alla quale succede la zona bruno scura (quasi
nera) prossimale; sono presenti alcuni deboli inspessimenti radiali leggermente
più scuri.
Inspessimento mediano di forma rettangoloide, di color bruno pressochè
uniforme, con il lato craniale profondamente sinuato al centro. La faccia libera
dell’intima è armata di processi chetoidei che, iniziatisi alquanto cranialmente
all’inspessimento mediano, si continuano caudalmente in grossi e fitti processi
lanceolati o squamiformi i quali, diminuiti di grandezza, terminano poco caudal-
mente all’inspessimento mediano: sono seguiti immediatamente da una breve
zona, della stessa larghezza, armata di rade e piccole estroflessioni spiniformi.
Faccia ventrale.
Gli apodemi presentano una parte distale, simile agli apodemi laterali, dor-
sali tranne che per una minor distinzione della colorazione tricolore, unita da
un largo tratto d’unione ben pigmentato alla parte prossimale che ha la forma di
uno stivaletto con tacco craniale e punta arrotondata caudale.
La faccia libera dell’intima presenta un’ampia zona ovalare, debolmente
pigmentata al centro, limitata sia cranialmente che caudalmente da un’esile piega
e armata di piccole ma robuste estroflessioni lanceolate.
Trib, CRYPTOCEPHALINI (f.r.: 4 - 4 (3)).
Gen. Stylosomus Sutfr.
tlicicola Suffr. (Portogallo, Evora).
Faccia dorsate.
Gli inspessimenti longitudinali dorsali, debolmente. pigmentati, sono in
rapporto col loro termine caudale con la parte laterale degli apodemi trasversali:
questi, di color bruno, pari e simmetrici come i precedenti, hanno forma trian-
154 T. DE MONTE
goloide a base laterale e coll’apice diretto medialmente: i rispettivi apici sono al-
quanto distanti fra loro. La base è libera, convessa ed irregolarmente crenulata;
il lato craniale ha due deboli sinuature, una in prossimità della base e l’altra poco
prima dell’apice; il lato caudale è moderatamente sinuato in prossimità dell’apice.
La faccia libera dell’intima presenta, all'altezza dell’angolo mediale degli
inspessimenti trasversali, due piccole zone, pari e simmetriche, armate di processi
chetoidei e separate medialmente fra loro da uno spazio d’intima inerme che
solo nella metà caudale è armato da una breve striscia di processi chetoidei.
Faccia ventrale.
Gli inspessimenti longitudinali er sono corrispondenti per tutti i
caratteri ai dorsali. Gli apodemi trasversali sono ben pigmentati ed hanno l’estre-
mità distale un po’ appiattita e piegata in direzione craniale unita da un tratto
d’unione relativamente lungo e diritto all’estremità prossimale. Le estremità
prossimali sono molto ravvicinate fra loro ed il breve spazio fra di esse è provvisto
di fitti inspessimenti granulari pigmentati che preludono ad un’unione fra i due
apodemi e che costituiscono l’unica armatura della faccia libera dell’intima ven-
trale.
Gen. Pachybrachys Suffr.
hyeroglyphicus Laich. (Prov. di Arezzo, Lippiano).
tessellatus Ol. (Trieste, Scala Santa).
Pacciay dersare:
Gli inspessimenti longitudinali craniali si originano in prossimità dei pic-
coli inspessimenti triangoloidi laterali e si disperdono presto in piccoli inspessi-
menti granulari in direzione craniale; gli inspessimenti longitudinali caudali sono
posti un po’ caudalmente ai deboli inspessimenti trasversali e sono formati esclu-
sivamente da una serie di granuli debolmente pigmentati.
Gli apodemi triangoloidi laterali, piccoli triangoli molto allungati in dire-
zione craniale, sono relativamente ben pigmentati: non altrettanto invece due
debolissimi inspessimenti trasversali, pure triangoloidi a limiti poco definiti,
che si dirigono medialmente senza riunirsi.
La faccia libera dell’intima presenta, poco caudalmente alla valvola rettale e
nella parte mediana, una zona triangolare, a base craniale e dai lati formati da
due leggere pieghe convergenti, armata di piccoli processi sensilliformi granu-
lari; in prossimità degli inspessimenti trasversali detti processi sono presenti anche
nelle zone laterali; esiste inoltre una zona trasversale, tesa fra gli apodemi laterali
ed interrotta brevemente nel mezzo, armata di processi chetoidei che diminui-
scono di altezza, divenendo squamiformi, in rapporto ai deboli inspessimenti
trasversali, per trasformarsi ben presto in processi granulari; detta zona termina
caudalmente con una piega trasversale al margine caudale dei deboli inspessi-
menti trasversali, interrotta ed inerme al centro; però nella parte caudale dell’in-
cisura vi è una zona sporgente linguiforme armata di sottili processi tricoidei
mentre ai lati di questa esistono rari processi sensilliformi.
Faccia ventrale.
Apodemi formati da un unico inspessimento trasversale diviso in tre di-
stinte zone fuse assieme: due pari e simmetriche laterali, nastriformi, ben pigmen-
tate, con limiti laterali irregolari, sporgenti, debolmente dilatati ed irregolarmente
INTESTINO RETTO DI CLYTRINAE 155
arrotondati e con limiti mediali ben marcati; la terza zona è impari mediana, meno
pigmentata, un po’ più larga delle altre due e sembra leggermente convessa se
vista dalla faccia libera dell’intima: è fusa d’ambo 1 lati con le zone laterali.
Faccia libera dell’intima con una zona a forma di trapezio isoscele a base
maggiore caudale al limite dell’inspessimento trasversale; detta zona è armata di
processi chetoidei e squamiformi.
Gen. Cryptocephalus Geoffr.
sericeus L. (Stiria, Wildon) (DE MONTE, 1948, tav. XXVIII, fig. 6).
Faccia. dorsale:
Gli inspessimenti longitudinali laterali craniali sono pari e simmetrici,
formati ciascuno da un inspessimento a base maggiore caudale in rapporto con
l’inspessimento trasversale principale e doppiamente curvati a S, si dirigono cra-
nialmente ove si disperdono in inspessimenti granulari.
Gli inspessimenti trasversali, pure pari e simmetrici, constano di due parti
che nell’insieme richiamano alla mente la figura dei due ultimi articoli dei palpi
mascellari di certi Carabidi: la parte principale, rettangoloide, di color nero-bru-
no, è n rapporto lateralmente con l’inspessimento longitudinale e medialmente
con un più debole inspessimento nastriforme, lungo circa quanto il principale e
maggiormente obliquo in senso cranio- -caudale.
La faccia libera dell’intima, nello spazio compreso fra la valvola rettale e gli
inspessimenti trasversali, è armata di piccoli e radi processi conici spiniformi:
all'altezza dell’inspessimento trasversale principale, da ciascun lato, si solleva
una piega che ricopre sia l’inspessimento principale che quello mediale ed è
armata, in rapporto all’inspessimento principale, di processi spiniformi robusti,
ed in rapporto all’inspessimento mediano di più lunghi processi chetoidei.
Caudalmente agli inspessimenti trasversali, la faccia libera dell’intima pre-
senta due zone, pari e simmetriche, divise da una stretta zona inerme, armate di
processi chetoidei che terminano indistintamente attenuandosi in direzione cau-
dale.
Fiaccia ventrale.
Gli inspessimenti longitudinali sono simili ai dorsali, solo meno ricurvi,
e con la loro estremità caudale si mettono in rapporto con l’inspessimento tra-
sversale maggiore: questo è un inspessimento trasversale, lungo quanto la faccia
ventrale, fortemente pigmentato (nerastro), con le estremità distali ricurve ad
uncino e sporgenti, con la concavità diretta cranialmente; presenta due margini
di cui il craniale è irregolare, con un incavo mediano, ed il caudale è quasi retti-
lineo ed è in rapporto, per mezzo di un breve tratto non pigmentato nè inspessito,
con l’inspessimento trasversale minore, posto caudalmente al maggiore, più corto,
di forma semilunare a convessità caudale e con il margine craniale diritto ed agli
angoli laterali porta un inspessimento granulare.
La faccia libera dell’intima presenta un debole inspessimento a placca che
inizia cranialmente all’inspessimento trasversale maggiore, si estende trasversal-
mente sino al limite mediale delle estremità laterali di detto inspessimento e ter-
mina immediatamente dopo il margine caudale dell’inspessimento trasversale mi-
nore seguendone la convessità: questa placca è armata di robusti processi squami-
formi accuminati.
156 T. DE MONTE
Tb. -CaLaMyDINE ire 052).
Gen. Fulcidax Voet.
bacca Kirby (Brasile, Rio de Janeiro).
Faccia dorsale.
La faccia libera dell’intima è longitudinalmente divisibile in tre zone sus-
seguenti: la prima va dalla valvola rettale sino ad un’altezza corrispondente agli
inspessimenti ventrali, la seconda si estende fino in corrispondenza del margine
caudale della zona armata ventrale e la terza dalla precedente all’ano; fra la prima
e la seconda zona vi è un solco trasversale inerme.
La prima zona è a sua volta costituita da tre ampie pieghe longitudinali che
determinano tre sporgenze triangoloidi a base craniale e ad apice terminante ar-
rotondato al solco trasversale: dette pieghe sono armate nel tratto craniale da
robusti processi spiniformi che si attenuano,e permangono solo ai lati delle pieghe
procedendo in senso caudale e si rinforzano nuovamente al limite del solco tra-
sversale. | | |
La seconda zona, divisa in due parti simmetriche da uno stretto spazio lon-
gitudinale mediano inerme, è armata da fitti processi tricoidei. |
La terza zona è perfettamente inerme.
Facctra ventra ke;
Inspessimenti pigmentati triangolari bruno-rossicci, con la base quasi di-
ritta craniale e con tre angoli, di cui il mediale è prolungato in senso medio-la-
terale e craniale ad un uncino, il laterale è leggermente ottuso ed il caudale è
sporgente; il lato latero-caudale è frastagliato, mentre il mediale è leggermente
convesso.
La faccia libera dell’intima presenta un leggerissimo inspessimento o-
voide, lungo circa quanto la larghezza del retto, armato di fitti processi tricoidei;
caudalmente a questo esiste una lunga zona trapezoidale formata da un leggeris-
simo inspessimento molto debolmente pigmentato.
Gen. Chlamys Knoch.
species ? (Brasile, Rio de Janeiro).
Faccta dorsale,
La faccia libera dell’intima può venir divisa anche in questo genere in tre
zone (V. Gen. Fulcidax).
La prima zona è costituita da tre ampie pieghe, disposte come nel genere
precedente, armate di processi spiniformi siti prevalentemente ai lati delle pie-
ghe stesse e che si attenuano e scompaiono in prossimità della zona seguente.
La seconda zona, divisa in due parti simmetriche da una stretta zonula lon-
gitudinale inerme, è armata di fitti processi tricoidei.
La terza zona è inerme.
Taecıa ventrale,
Gli inspessimenti sono bruno-rossicci, triangolari, a base irregolarmente
ondulata craniale, con tre angoli di cui il mediale è arrotondato, il caudale è
accuminato ed il laterale è leggermente espanso in direzione craniale. I lati sono
irregolarmente e minutamente frastagliati in prossimità dell’angolo caudale.
INTESTINO RETTO DI CLYTRINAE i 157
La faccia libera dell’intima presenta una zona ovoide a diametro maggiore
trasversale posto all’altezza degli inspessimenti, armata di fitti processi tricoidei;
caudalmente a detta zona vi è un debolissimo inspessimento trapezoidale a base
maggiore craniale e con base minore incavata nel mezzo in prossimità dell'apertura
anale: questo debole inspessimento è armato di minutissimi e molto fitti processi
granulari.
+
Trib. LAMPROSOMATINI (f.r.: 0 - 0)
Gen. Lamprosoma Kirby
concolor Strm. (Europa media).
F'a.cc1a:do:r's ale
La faccia libera dell’ intima presenta la valvola rettale ed una breve zona im-
mediatamente susseguente armate di robusti processi spiniformi. A meta distanza
fra la valvola rettale e l’apertura anale si trovano due pieghette pari e simmetiche,
divise medialmente da uno spazio inerme, armate di processi tricoidei.
Faccia ventrale,
La faccia libera dell’intima presenta, all’altezza di due debolissimi inspes-
simenti longitudinali laterali, una zona ellittica, a diametro maggiore trasversale,
armata in prevalenza di processi chetoidei ed al centro di processi squamiformi.
Alquanto più caudalmente vi è una piccola zona triangolare, impari mediana, a
base caudale, armata di fini processi tricoidei.
species ? (Brasile, Rio-Silvestre) (1).
Faccia dorsale.
La faccia libera dell’intima presenta tre ampie pieghe longitudinali, armate,
subito sotto la valvola rettale, di diafani e radi processi sensilliformi e quindi di
diafani processi lanceolati che gradatamente si attenuano verso la metà del retto
dove si trova una zona impari mediana, semilunare con base diritta craniale e
convessità caudale, armata di processi lanceolati e tricoidei.
Faccia ventrale.
La faccia libera dell’intima presenta subito sotto la valvola rettale diafani e
radi processi sensilliformi, quindi, a metà strada fra la valvola rettale e l'apertura
anale, un’ampia zona quadrangolare, impari mediana, armata di processi tricoidei
e chetoidei: al termine caudale di detta zona ricompaiono radi processi sensilli-
formi.
species ? (Brasile, Bahia).
Faccia. dorsale.
La faccia libera dell’intima presenta tre ampie pieghe longitudinali, armate
di radi e diafani processi sensilliformi; tali pieghe terminano in una zona trape-
zoidale a base maggiore craniale, armata di fitti processi chetoidei. Lateralmente
ed un po’ caudalmente a questa zona esistono due piccole zone triangolari, pari e
simmetriche, armate di processi tricoidei come la zona precedente.
(1) Unisco alla descrizione dell’intima rettale della Lamprosoma concolor anche quella di
tre specie indeterminate di Lamprosoma del Brasile per far rilevare la variabilità dell’armatura del-
l’intima. :
158 T. DE MONTE
Faccia ventrale.
La zona immediatamente seguente la valvola rettale è armata di radi pro-
cessi diafani; a metà strada fra la valvola rettale e l'apertura anale si trova una
zona quadrangolare, impari mediana, armata di processi tricoidei e chetoidei
molto fitti: al termine caudale di questa zona l’intima è armata di radi processi
sensilliformi che si riducono e scompaiono verso l’apertura anale.
species ? (Brasile, Rio de Janeiro).
Faccia dorsale.
La faccia libera dell’intima presenta tre ampie pieghe longitudinali origi-
nantisi da ondulazioni corrispondenti della valvola rettale, divise tra loro da stretti
solchi inermi, armate all’inizio di fitti processi chetoidei che ben presto si trasfor-
mano in altrettanto fitti processi tricoidei a cui sono frammisti radi processi sen-
silliformi. Verso la metà del tratto fra valvola rettale ed apertura anale 1 processi
si trasformano in chetoidei e, limitati da due doppie pieghe longitudinali e con-
vergenti ricurve ad S, fra loro separate da uno strettissimo spazio inerme ed ar-
mate di robusti processi chetoidei e squamiformi, si prolungano sino a poco cau-
dalmente la strettoia compresa fra le convessità mediali delle pieghe laterali e
quindi scompaiono; nel centro del tratto compreso fra le predette convessità
mediali delle pieghe laterali vi sono quattro piccole pieghette, longitudinali e
quasi parallele, divise da strettissimi solchi inermi, armate di piccoli processi
spiniformi che, nelle pieghette interne, cessano nella metà craniale; le pieghe la-
terali ricurve terminano alquanto più caudalmente.
Faccia ventrale.
Il tratto compreso fra la valvola rettale e la zona centrale tondeggiante
‘armata di processi tricoidei e chetoidei, è praticamente inerme: rari sono 1 pro-
cessi sensilliformi. Gli stessi processi ricompaiono brevemente al limite caudale
della zona centrale.
RIASSUNTO
Viene data notizia dell’esistenza d’un apparato rettale (apparato plasmatore degli escrementi)
nelle femmine appartenenti a diverse tribù della Subfam. Clytrinae.
Nel presente lavoro si sottolinea la possibilità di utilizzare la conformazione di questo ap-
parato a fini sistematici ed a tale scopo ne viene data una minuta descrizione per una specie di
ogni genere esaminato. |
Questo apparato, riscontrato sinora solo in quattro tribù della Fam. Chrysomelidae (Trib.
Clytrini, Cryptocephalini, Chlamydini e Lamprosomatini), è in relazione con la costruzione delle
scatoconche per la protezione dell’uovo.
ZUSAMMENFASSUNG.
Diese Arbeit behandelt die Existenz eines besonderen Rektalapparates bei den Weibchen
aller Angehôrigen der Subfam. Clytrinae. Mittels dieses Apparates werden die Excremente ge-
formt.
Die besondere Gestaltung dieses Apparates ist für die Systematik sehr wertvoll; deshalb
wird in dieser Arbeit der feinere Struktur des Rektalapparates der verschiedenen Genera beschrie-
ben.
In der Fam. Chrysomelidae ist der Rektalapparat bisher nur in vier ‘Tribus angefunden wor-
den (Trib. Clytrini, Cryptocephalini, Chlamydini und Lamprosomatini), und dient zur Gestaltung
der sogenannten « Skatokonchen », welche das Ei umhüllen und schützen.
INTESTINO RETTO DI CLYTRINAE 159
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160
CESARE CONCI
Museo Civico di Storia Naturale di Milano
IL METODO E EA TERMINOLOGIA DEI « TIPI)
USATI NELLA SISTEMATICA ZOOLOGICA
INTRODUZIONE
È noto come la descrizione delle entità zoologiche nuove (generi, sottogeneri,
specie, sottospecie, forme, ecc.) sia soggetta, per evitare il caos che si manife-
sterebbe lasciandola liberamente all’arbitrio di ognuno, a determinate leggi no-
menclatoriali, chiamate « Regole internazionali della Nomenclatura zoologica ».
Il problema di disciplinare, con particolari norme, la nomenclatura zoolo-
gica, fu posto per la prima volta nel Congresso Zoologico Internazionale di Pa-
rigi (1889). Nel Congresso di Leyda (1895) fu istituita la Commissione interna-
zionale di Nomenclatura zoologica, che divenne Commissione permanente a
seguito del Congresso di Cambridge (1898). AI Congresso di Berlino (1901) tale
Commissione propose all’approvazione dell’assemblea il primo testo di regole co-
dificate di nomenclatura zoologica. Tali regole furono successivamente, nei vari
Congressi internazionali di Zoologia, rivedute ed aumentate.
L'ultima stesura, a seguito delle decisioni del XIII Congresso internazio-
nale di Zoologia di Parigi (1948) e del XIV Congresso di Copenhagen (1953),
non è stata ancora ufficialmente pubblicata. Le decisioni di Parigi sono state pub-
blicate nel Bull. Zool. Nomencl., IV, 1950, e quelle di Copenhagen da HEMMING
(1953) (1). Un’interpretazione non ufficiale delle Regole con tutti gli emendamenti
proposti al XIII ed al XIV Congresso, fu edita da FOLLET,a cura della California
Academy of Sciences di San Francisco e della Society of Systematic Zoology
(1955).
In traduzione italiana le Regole internazionali della Nomenclatura zoologica
apparvero per la prima volta nel Monitore Zoologico Italiano (vol. XXIV, 1913)
a cura di F. S. MONTICELLI, a seguito della deliberazione del Congresso di Graz
(1910) in cui fu adottata anche la lingua italiana fra quelle ufficiali dei Congressi
internazionali di Zoologia. A mia conoscenza è poi solo una seconda edizione,
edita dalla « Rivista di Malariologia », a cura di M. C. Matty e F. JERACE. Tale
edizione è senza data (!), ma posteriore al 1926 (2).
Sarebbe pertanto oltremodo auspicabile, date le forti variazioni che le Regole
internazionali della Nomenclatura Zoologica hanno subito in questi ultimi anni,
che ne venisse curata e pubblicata una nuova traduzione italiana.
Tali Regole sono elaborate da un’apposita Commissione internazionale per-
manente, il cui membro italiano è attualmente il prof. Enrico Tortonese. Il perio-
dico ufficiale è il Bulletin of Zoological Nomenclature.
(1) Il volume contenente le decisioni del Congresso di Copenhagen è in vendita presso l’In-
ternational Trust for Zoological Nomenclature, 41 Queen’s Gate, London S.W. 7, al prezzo di
5 scellini.
(2) Questo fascicolo è in vendita presso la Rivista di Malariologia, Istituto Marchifava,
Policlinico, Roma, al prezzo di L. 600.
METODO E TERMINOLOGIA DEI TIPI 161
*
* *
Le Regole internazionali della Nomenclatura zoologica comprendono pure
una parte della cosidetta « terminologia (o nomenclatura) dei tipi», argomento di
notevole importanza, sia museologica, sia per lo zoologo ed in particolare l’ento-
mologo, che spesso s’imbattono in tali termini, consultando lavori e collezioni o
devono usarli nei loro studi. |
Su tale campo, a quanto mi consta, in Italia fu finora pubblicata solo una breve
nota di HARTIG (1948); la letteratura estera è invece vasta e difficilmente rintrac-
ciabile, soprattutto per chi non abbia facilità di consultare le grandi biblioteche.
Ritengo pertanto di una certa utilità riportare nel presente articolo qualche
considerazione generale ed i termini attualmente più in uso, con le loro defini-
zioni.
Distinguiamo anzitutto i tipi delle specie ed entità subspecifiche, da quelli
riferentisi ai generi (e sottogeneri), nonchè ai gruppi superiori al genere, trattan-
dosi di argomenti ben distinti.
TIPI DELLE SPECIE, SOTTOSPECIE; FORME, - CCC,
Si chiamavano « tipi » (riferendosi a specie, sottospecie, forme, ecc.) quegli
esemplari, di particolare valore scientifico o museologico, su cui erano basate le
descrizioni originali degli Autori. Il termine poi è stato esteso, come vedremo,
anche a designazioni secondarie. Con altre parole, 1 « tipi » sono quegli esemplari
che convenzionalmente rappresentano il contenuto di un nome di grado specifico
o sottospecifico.
Spesso le descrizioni originali sono per qualche motivo manchevoli, oppure,
nell’affinarsi dello studio tassonomico, si scoprono nuovi caratteri differenziali
che non potevano essere presi in considerazione al tempo della descrizione ori-
ginale. Moltissime specie risultano irriconoscibili in base unicamente alla loro
diagnosi primitiva.
È logico che si sia pensato, per ovviare a questi incovenienti, di associare la
diagnosi ai « modelli », cioè agli esemplari che hanno realmente servito agli Au-
tori per le loro descrizioni. In tal modo il riconoscimento, o la ridescrizione, di
una data entità sistematica è reso possibile (anche nel caso di diagnosi insufficienti)
riferendoci a questi esemplari tipici.
I tipi sarebbero, in altre parole, dei « campioni » a cui è utile e talora neces-
sario ricorrere per la definitiva risoluzione di controversi problemi tassonomici.
È sorto così, in base a queste considerazioni, il cosidetto « metodo dei tipi »
(Type metod) e si è universalmente diffuso il concetto dell’importanza insostitui-
bile di tali esemplari tipici.
Soprattutto nei paesi anglosassoni esiste una specie di culto del «tipo »,
portato talora all’esagerazione. La nomenclatura relativa è diventata notevolmente
abbondante. Molti termini appaiono privi di un reale valore scientifico e ne è
pertanto sconsigliabile l’uso; ciò non toglie che la conoscenza della terminologia
principale su questo argomento sia attualmente indispensabile per chi intraprende
uno studio sistematico.
La moderna tassonomia non ammette che un esemplare possa essere ritenuto
« tipico » nel senso letterale della parola. Specie e sottospecie dovrebbero essere
definite sulla base dello studio di popolazioni. Però a fini pratici mantiene il me-
todo dei tipi, considerandoli più propriamente come dei « portatori di nome »
162 C. CONCI
(name bearer). Simpson (1940) propose anzi di cambiare il termine «tipo »
con quello di « onomatoforo » (dal greco = portatore di nome), ma non fu ac-
cettato mutare un termine da tempo saldamente fissato nell’uso sistematico.
Come diremo in seguito, attualmente predomina il criterio di descrivere una
data entità tassonomica sui caratteri presentati da un esemplare (l’Olotipo), e
di estendere successivamente la diagnosi considerando la variabilità in base ai
rimanenti esemplari disponibili (i Paratipi).
Dati: storici
L’idea di fissare esemplari particolari col rango di « tipi », fu esposta per la
prima volta da THomas (1893). In questo lavoro l’Autore, oltre all’esemplare se-
. lezionato come «Type», propone i termini Co-type, Para-type, Topo-type,
Meta-type.
Ulteriori categorie di tipi vennero aggiunte da BATHER (1894): Syntypus ;
WALSINGHAM & Durrant (1896): Homotypus; Cossman (1896): Neotypus ;
ScHUCHERT (1897): Holotypus; ScHucHERT & Buckman (1905): Lectotypus,
Heautotypus, Idiotypus, Homeotypus, Chirotypus; Murrkowskı (1910): Allo-
typus; ecc. |
Altri lavori relativi a questi argomenti sono riportati nella Bibliografia.
Tra essi ricordo quello di FERNALD (1939), contenente le definizioni di ben 108
categorie di tipi; REMINGTON (1948) estrasse dal precedente le categorie più im-
portanti.
Il concetto di tipo si è evoluto lentamente. L'originale stesura delle Regole
internazionali della Nomenclatura zoologica (1901) non conteneva alcuna diret-
tiva riguardante i tipi. Disposizioni per i tipi dei generi vennero adottate dal Con-
gresso di Boston (1907). Nei riguardi dei tipi delle specie, furono dapprincipio
fornite proposte, come raccomandazione, nell’Appendice A, al Congresso di
Monaco (1913). Regole formali riguardanti gli esemplari tipici furono adottate
al Congresso di Parigi (1948) ed altre al Congresso di Copenhagen (1953). Que-
sti due ultimi Congressi hanno riconosciuto ufficialmente alcune categorie di tipi
(Holotypus, Syntypus, Lectotypus e Neotypus).
Catecorie det tips
Si possono dividere i tipi, seguendo May, LiNSLEY & USINGER (1953) in
tre gruppi: tipi primari, comprendenti gli esemplari originali delle spe-
cie nuove descritte o figurate (Holotypus, Allotypus, Paratypus, Lectotypus,
Protographus e Prototypus); tipi supplementari, comprendenti gli
esemplari descritti o figurati da un altro Autore per la conoscenza complementare
di una specie già descritta (Neotypi, Hyfotypi, Heautotypi, Plesiotypi, ecc.);
infine esemplari tipici, cioè esemplari che non sono stati usati per de-
scrizioni o figure pubblicate, ma che hanno comunque un certo valore per altri
motivi (Topotypi, Metatypi, Homeotypi, ecc.). Nell’elenco che segue non terrò
separate la seconda e la terza categoria.
Typus (Tipo) (dal greco, typos = tipo, modello, esempio).
Il termine Tipo (Typus), proposto da THomas (1893), attualmente ha
significato generale, come termine collettivo comprendente tutte le varie categorie
di tipi. Pertanto, mancando di un preciso significato specifico, non si dovrebbe
più usare con senso ristretto.
Certi Autori però lo adoprano tutt'ora come sinonimo di Olotipo.
METODO E TERMINOLOGIA DEI TIPI 163
1) Tipi primari
Holotypus (Olotipo) (dal greco, ölos = intero, cioè i totale).
Termine proposto da SCHUCHERT (1897).
Quando si descrive una nuova specie (sottospecie, forma) la descrizione deve
basarsi su un esemplare unico, scelto dall’ Autore, esemplare che viene denominato
Olotipo.
L’Olotipo è stato ufficialmente accettato al XIII Congresso Internazionale
di Zoologia (Parigi, 1948).
Con altre parole, usando la dizione delle Regole internazionali della No-
menclatura Zoologica (Bull. Zool. Nomencl., IV, 1950, p. 186), l’Olotipo è « l’e-
semplare singolo designato o indicato come «il tipo » dall’Autore originale al
tempo della pubblicazione originale ».
Le Regole raccomandano che, nella descrizione originale di una specie,
sottospecie o forma, |’Autore designi un singolo esemplare come Olotipo, preci-
sando, quando possibile, il suo sesso, stadio di sviluppo, forma, ospite, località
esatta, quota, dati ecologici, raccoglitore e collezione dove è conservato. (1)
Allotypus (Allotipo) (dal greco, allos = l’altro, cioè altro tipo).
Termine proposto da MuTTKowsKI (1910, p. 10).
Sinonimo: Allotypoid
Se, nello stesso tempo o più tardi, viene descritto anche l’altro sesso della
medesima specie, dallo stesso o da un altro Autore, la descrizione è bene si basi
su un esemplare unico, che si chiama Allotipo.
Nella maggioranza dei casi, l’Olotipo sarà il maschio e l’Allotipo la femmina,
ma nulla vieta che possa verificarsi il contrario.
Con altre parole, l’Allotipo è un Paratipo di sesso opposto all’Olotipo,
espressamente designato o indicato dall’Autore originale.
Paratypus (Paratipo) (dal greco, pard = presso, cioè tipo vicino).
Termine proposto da THomas (1893).
Sinonimo: Paratypoid.
I rimanenti esemplari, esaminati e citati dall’Autore nello stendere la sua
descrizione, dopo la scelta dell’Olotipo e dell’Allotipo, a qualunque sesso appar-
tengano ed in qualsivoglia numero (uno o più), sono denominati Paratipi. Questi gli
possono servire per esporre, dopo la descrizione, entro quali limiti varia la specie,
secondo gli esemplari che possiede.
Il valore del o dei Paratipi, secondo certi Autori, sarebbe equivalente a
quello dell’Olotipo, però si tenga ben presente che devono aver fatto parte del
materiale su cui si è effettuata la descrizione originale.
Attualmente esiste una tendenza che limita la designazione fondamentale
all’Olotipo, eliminando l’Allotipo, il quale verrebbe pertanto incluso, senza speci-
ficazione, nella serie dei Paratipi.
Syntypus (Sintipo) (dal greco, syn = con, insieme, cioè tipo che si trova
accanto).
Termine proposto da BATHER (1894, p. 57).
Sinonimo: Cotypus (Cotipo) (dal latino, cum = con, insieme, cioè stesso
significato del precedente).
La descrizione di una nuova specie può talora anche essere fatta su tutta una
(1) In certi gruppi, ad esempio nei Lepidotteri, assume particolare importanza anche la
data di cattura, che è collegata alla generazione.
164 C. CONCI
serie di esemplari, che prendono in questo caso il nome di Sintipi. I singoli Sin-
tipi sono fra loro dello stesso valore. Questa designazione era frequente una volta,
prima dell’introduzione del concetto di Olotipo.
Il Sintipo è ufficialmente riconosciuto nelle Regole internazionali della No-
menclatura zoologica, dove risulta così definito (Bull. Zool. Nomencl., IV, 1950,
p. 186): «uno fra gli esemplari di uguale valore nomenclatoriale che formavano
tutto o parte del materiale originario dell’ Autore originale, in quei casi in cui l’Au-
tore non designò od indicò l’Olotipo ».
Il Congresso Internazionale di Zoologia di Parigi (1948), approvando le
osservazioni di FRIZZEL (1933), ha dato la preferenza al termine Syntypus, in
contrapposto a Cotypus, che non deve più essere usato. Cotypus infatti, per quanto
proposto da THomas ancora nel 1893, è stato da molti Autori, specialmente in-
glesi, adoperato come sinonimo di Paratypus e pertanto si presterebbe a confu-
sioni. |
Lectotypus (Lectotipo) (dal greco, lectôs — scelto, cioè tipo prescelto).
Termine proposto da SCHUCHERT & BUCKMAN (1905, p. 103).
Se originariamente non fu stabilito un Olotipo, ma una serie equivalente di
Sintipi (etichettati come Sintipi, o Cotipi, o Tipi, o non etichettati), in un secondo
tempo, lo stesso od un altro Autore può scegliere un Olotipo (ed un Allotipo):
questo verrà denominato Lectotipo (Lectoholotypus, Lectoallotypus). Tutti gli
altri Sintipi diventeranno allora dei Lectoparaty pi. Questa scelta ha valore solo se
viene pubblicata.
Il Lectotipo è stato ufficialmente accettato al XIII Congresso Internazio-
nale di Zoologia (Parigi, 1948).
Con altre parole, usando la dizione ufficiale delle Regole internazionali della
Nomenclatura zoologica (Bull. Zool. Nomencl., IV, 1950, p. 186) il Lectotipo
è «un singolo esemplare selezionato, dopo la pubblicazione originaria, da una
serie di sintipi per essere il « tipo »; tale selezione, per avere valore effettivo, deve
venire pubblicata ».
Un qualsiasi Autore può scegliere uno dei Sintipi a fungere da Lectotipo
o può scegliere una figura od una descrizione tra i Sintipi per rappresentare il
Lectotipo. La prima selezione pubblicata stabilisce il Lectotipo, che non può più
essere cambiato se non dalla Commissione internazionale della Nomenclatura
Zoologica.
Per la scelta del Lectotipo valgono le medesime raccomandazioni già espo-
ste per l’Olotipo, cioè di essere il più possibile circostanziati ed esatti nell’esporre
tutto ciò che si riferisce a tale esemplare.
Protographus (Protografo) (dal greco, protos = primo e grafé = disegno).
La descrizione di una nuova specie (sottospecie, ecc.) di solito consiste in
una elencazione di caratteri, spesso comparati a quelli di una specie vicina. Ma può
acquistare valore di descrizione anche la riproduzione od il disegno della forma in
questione. Questa riproduzione originale e primaria si chiama Protografo. Il Pro-
tografo assume particolare importanza quando è la riproduzione di un esemplare
da una serie di Sintipi, ed allora può determinare l’Olotipo.
Prototypus (Prototipo) (dal greco, pròtos = primo, cioè tipo primitivo
o anteriore).
Si usa questo termine riferendosi ad esemplari che hanno servito alla pri-
ma descrizione di certe specie, da parte di antichi Autori, che non adopravano e
non conoscevano la terminologia dei tipi.
METODO E TERMINOLOGIA DEI TIPI 165
2) Tipi supplementari ed esemplari tipici
In aggiunta ai sopracitati esistono numerose altre categorie di tipi, rag-
gruppabili come « Tipi secondari » ed « Esemplari tipici ». Ci limitiamo a ricor-
dare 1 seguenti.
Neotypus (Neotipo) (dal greco, néos = nuovo, cioè tipo nuovo).
Termine proposto da Cossman (1896 p. 2).
Se il tipo originale di una specie (sottospecie, ecc.) risulta mancante, o
viene ad essere distrutto o perduto, si può procedere alla designazione di un nuovo
tipo, detto Neotipo (Neoholotypus, Neoallotypus, Neoparatypi). Il Neotipo ha
valore quando la sua designazione è stata pubblicata.
Il Neotipo è stato ufficialmente accettato al XIV Congresso Internazionale
di Zoologia (Copenhagen, 1953), che ha approvato al riguardo una serie di norme
e raccomandazioni.
Con altre parole, usando la dizione delle Regole Internazionali della No-
menclatura Zoologica, « Neotipo è un singolo esemplare, identificato con una spe-
cie già descritta e designato con la procedura stabilita, come unico tipo per rim-
piazzare un Olotipo o Lectotipo che si crede sia andato perso o distrutto ».
Occorre grande cautela nella designazione di questi tipi di sostituzione,
per evitare abusi o gravi inconvenienti. Infatti singoli specialisti, istituti o com-
mercianti, per vanità, ambizione, lucro od altro, potrebbero far pericolosamente
slittare la loro fissazione.
La designazione dei Neotipi va fatta dagli specialisti, allo scopo di risolvere
problemi zoologici confusi, preferibilmente in revisioni.
Il Neotipo, quando possibile, va scelto della medesima località e, se paras-
sita, dal medesimo ospitatore dell’Olotipo o Lectotipo originario. Anche per 1
Neotipi vanno pubblicate indicazioni molto circostanziate e gli esemplari vanno
etichettati in modo ben riconoscibile.
Il Congresso di Copehnagen ha stabilito inoltre norme precise per l’accet-
tazione dei Neotipi e per eventuali ricorsi contro la loro scelta, procedure che
ritengo non sia di particolare utilità riportare in questo articolo generico.
Hypotypus (Ipotipo) (dal greco, ypò = sotto, cioè tipo che sta sotto).
Sinonimo: Hypotyboid. |
Esemplare od esemplari che sono serviti per una ridescrizione (anche
parziale) di una specie o forma già descritta.
In particolare gli Ipotipi comprendono a loro volta gli Eautotipi ed i Plesio-
tipi.
Heautotypus (Fautotipo) (dal greco, é autos = lui medesimo).
Sinonimo: Heautotypoid.
Se la sopracitata ridescrizione è stata fatta dallo stesso Autore che ha de-
scritto la specie.
Plesiotypus (Plesiotipo) (dal greco, plestos = vicino, vioè tipo vicino).
Sinonimo: Plesiotypoid.
Se la ridescrizione è stata fatta da un altro Autore. In altre parole i Plesio-
tipi sono esemplari che sono serviti all’illustrazione, od alla descrizione supple-
mentare, da parte di un altro Autore dopo la pubblicazione originale. Come nei
precedenti si può avere Plesioholotypus, Plesioallotypus, Plesioparatypr.
Icotypus (Icotipo) (dal greco, ıkös = somigliante).
Sotto questo termine generico si comprendono Topotipi, Metatipi, Omo-
tipi ed Ideotipi, sotto definiti.
166 C. CONCI
Topotypus (Topotipo) (dal greco, topos = località, luogo, cioè tipo del
medesimo luogo).
Termine proposto da THOMAS (1893).
Esemplari provenienti dalla località tipica, cioè dalla località originale dove
è stato catturato l’Olotipo (o dall’ospitatore tipico, nel caso di entità parassite),
possono essere denominate Topotipi.
Ma perchè abbiano interesse reale occorre generalmente che la cattura sia
fatta nelle medesime condizioni e nel medesimo ambiente.
Attualmente, nello studio di revisione di moltissimi gruppi o nello smem-
bramento di specie in razze geografiche, dato che l'esame dei tipi originali è spesso
oltremodo difficoltoso, assume importanza sempre maggiore la possibilità di
esaminare almeno Topotipi, provenienti dalla località tipica sufficientemente
ristretta.
Su questo argomento vedi inoltre le considerazioni svolte nel cipitolo
« località tipica ».
Metatypus (Metatipo) (dal greco, metà = dopo, cioè tipo che viene dopo).
Termine proposto da THomas (1893) e definito ulteriormente da Wat-
SINGHAM & DURRANT (1896, p. 13). |
Esemplari della località tipica (cioè già T'opotipi), designati dal medesimo
Autore dopo la pubblicazione della nuova entità, previo confronto con l’Olotipo
o l’Allotipo.
Homeotypus (Omotipo) (dal greco, ömoios = somigliante, cioè tipo somi-
gliante).
Termine proposto da WaLsINGHAM & DURRANT (1896, p. 13).
Esemplari della località tipica, designati da un altro Autore, dopo il confron-
to con l’Olotipo o l’Allotipo.
Ideotypus (Ideotipo) (dal greco, dos = aspetto, modello).
Esemplari che non provengono dalla località tipica, designati dall’Autore
dopo la pubblicazione, previo confronto con l’Olotipo o l’Allotipo. |
Aedeotypus (Edeotipo) (dal greco, aedoea = genitali).
Esemplare che ha servito a far conoscere per la prima volta i genitalia
di una specie. Si parnano designare na Aedeoallotypus e Aedeopara-
typi.
Autotypus Autoripo) (dal greco, autòs = stesso).
_ Esemplare riprodotto (illustrato) dall’Autore dopo l'avvenuta pubblica-
zione. |
Chirotypus (Chirotito) (dal greco, chir = scrittura).
Esemplare sul quale è basato un nome in manoscritto (M.S.). Il Chiro-
tipo diventerà Olotipo alla descrizione della specie. Tale definizione è stata molto
discussa e si sconsiglia di usare questo termine.
Adelfotypus (Adelfotipo) (dal greco, adelfos = simile).
Un Topotipo trovato dal raccoglitore originale della specie, ma non ap-
partenente alla serie originale.
Morphotypus (Morfotipo) (dal greco, morfè = forma, cioè tipo di una
forma).
Termine proposto da Murrkowskr (1910).
METODO E TERMINOLOGIA DEI TIPI 167
Esemplare della seconda o di altra forma di una specie dimorfica o poli-
morfica, designato al momento della descrizione originale della specie o della
forma, nel caso che questa non sia stata simultanea a quella.
Ergatotypus (Ergatotipo) (dal greco, ergdtes = operaio).
Termine proposto da CARPENTER (1930).
Questo ed il seguente tipo sono usati dagli studiosi di Isotteri ed Imenotteri
sociali, che presentano caste differenti, oltre ai due sessi normali. Ergatotipo rap-
presenta il tipo per la operaia.
Stratotypus (Stratotipo) (dal greco, stratiötes = soldato).
Termine proposto da Core (1936).
E il tipo del soldato nei sopradetti Insetti polimorfici.
*
* *
Uno studioso tedesco, il RICHTER, nella sua accurata « Introduzione alla
Nomenclatura zoologica » (1948), usa una terminologia dei tipi un po’ diversa.
Riportiamo anche tali termini, secondo la tabella del medesimo RICHTER, in
quanto adottati da diversi specialisti, soprattutto tedeschi.
a. Pubblicato come tipo normale (als Richtmass): T'ypus (Spezietypus).
a 1. Pubblicato originalmente come tipo unico: Holotypus (Holospezietypus).
a 2. Pubblicati originalmente alcuni tipi equivalenti (Cotypi); solo in una
successiva pubblicazione scelto come tipo unico: Lectotypus (Lecto-
spezietypus).
a 3. Determinato in una pubblicazione successiva per sostituire il tipo an-
dato perduto: Neotypus. |
b. Pubblicato solo come esempio (Beispiel): Typoid. (1)
b 1 Pubblicato originalmente, sia nel caso che sia stato fissato un Olotipo,
sia nel caso di una designazione successiva di Lectotipo: Paratypord.
b 2. Pubblicato in un secondo tempo: Hypotypoid. _
c. Non pubblicato: Hyle. (2)
© 1. Proveniente dal Locus typicus: Topohyle.
c 2. Determinato dal descrittore della specie: Autoyle.
RICHTER distingue pertanto fondamentalmente tre categorie principali:
Tipi, Tipoidi ed Hyle. I veri tipi sarebbero solo i primi, limitati all’Olotipo,
Lectotipo e Neotipo. Tutti gli altri esemplari tipici, se pubblicati, andrebbero
chiamati Tipoidi, nel mentre se non sono stati pubblicati sarebbero Hyle.
Pissaztone. der tip
Il riferimento relativo agli esemplari tipici è, secondo quanto esposto,
l’informazione più importante fornita con la descrizione. Pertanto è entrato nel-
l’uso di riportare tale dato o subito dopo il nome nuovo (cioè al posto in cui di
solito si introduce la sinonimia nel caso di una ridescrizione), oppure subito
dopo la descrizione. |
La fissazione dei tipi deve essere fatta con grande cura e cautela. In parti-
colare nei riguardi dei Lectotipi si tenga presente che devono servire per chiarire
(1) Dal greco, deda (dida), perfetto, o id, radice di idomai = rassomigliare.
(2) Dal greco, Yle = materia.
168 C. SCONCE
problemi sistematici; pertanto la loro scelta sia a questo scopo, non per aggiun-
gere un tipo alla collezione! Ancor più delicata la scelta dei Neotipi per i quali
ho già esposte alcune considerazioni.
Altre raccomandazioni pratiche da seguirsi nella fissazione dei tipi sono le
seguenti, secondo Mayr, LINSLEY & UsINGER (1953):
1) La designazione e la fissazione dei tipi deve essere completata prima
della pubblicazione.
2) La designazione dei tipi deve essere chiara ed evidente: occorre sempre
ricordare numero dei tipi e collezioni depositarie.
3) È bene non vengano distribuiti prima della pubblicazione tipi di specie
non ancora descritte.
4) Le etichette originali sottoposte ai tipi non vanno nè modificate, né
sostituite.
5) I tipi vanno conservati con ogni cura.
6) La fissazione di tipi di specie descritte da Autori antichi va fatta solo da
specialisti.
Si ricorda ancora che è buona norma depositare i tipi in qualche Museo
che dia garanzia di sicura conservazione e che ne permetta l’esame agli studiosi,
I tipi delle collezioni private purtroppo molte volte sono andati a male!
In pratica, per comodità di rinvenimento, nelle collezioni 1 tipi si usano con-
trassegnare con cartellini di colore rosso vivo (oppure di vari colori secondo la
categoria del tipo), indicanti chiaramente le sue caratteristiche (Olo-, Allo-,
Para-, Sintipo, ecc.).
I grandi Musei ed Istituti similari, che conservano, come preziosissimi
« pezzi» numerosi tipi, è consigliabile ne curino la pubblicazione in appositi
elenchi. Queste pubblicazioni, vivamente raccomandate, facilitano molto gli stu-
diosi nelle loro laboriose ricerche.
Sarebbe bene anche che i tipi venissero conservati separati dal rimanente
delle collezioni, in apposite scatole (tifoteche), facilmente ispezionabili e salva-
bili in ogni evenienza. |
Località tipica
La località tipica (chiamata pure locus typicus, località classica, terra clas-
sica, terra tipica, patria tipica) è la località dove vive la popolazione da cui proviene
POlotipo (popolazione tipica).
_ Abbiamo già ricordato che esemplari raccolti nella località tipica si possono
chiamare Topotipi.
Secondo 1 criteri della sistematica moderna, generalmente le specie posso-
no essere identificate su un singolo esemplare, mentre le sottospecie talora richie-
dono l'esame di una serie, rappresentante la popolazione. Al livello specifico la
località tipica è assai meno importante che al livello sottospecifico, dove assume
invece un interesse eccezionale, maggiore spesso dello stesso esemplare tipico.
Dato che la popolazione, in certi casi, è già diversa in zone anche molto
vicine, appare evidente la necessità di fissare con estrema precisione la località
tipica, quando si procede alla descrizione di una nuova entità. Questo è uno dei
motivi che consigliano la massima accuratezza nell’etichettatura degli esemplari
(vedi ad es.: INVREA, Raccomandazione agli entomologi raccoglitori e prepara-
tori, Boll. Soc. Ent. It, LAXZVI, 1956, p. 93).
Nel caso di descrizione di nuove sottospecie, quando si abbia in esame ma-
teriale di svariate provenienze, la fissazione della località tipica va lungamente
METODO E TERMINOLOGIA DEI TIPI 169
ponderata. Ricordo ad esempio che è consigliabile scegliere una località tipica
da cui vi sia possibilità di ottenere buone serie di T'opotipi; inoltre la popolazione
di tale località sia il più possibile omogenea e sufficientemente distinta da quella
di sottospecie affini, nel senso che si eviti di fissare per luogo tipico le zone di
intergradazione o ibridazione tra razze diverse.
Con grande frequenza antichi Autori, non riconoscendo l’importanza del
concetto relativo alla località tipica, spesso indicavano la provenienza degli esem-
plari descritti in modo del tutto generico, ad esempio, Europa, Africa, ecc.
I moderni criteri della sistematica subspecifica rendono spesso necessario 11
determinare con precisione la località di provenienza dei tipi, per poter procedere
a descrizioni di nuove specie o razze con distribuzione più limitata. Quando la
località tipica è insufficientemente precisa e vi sono indicazioni inadeguate sul
cartellino del tipo, il « primo revisore », cioè lo studioso che per primo descrive la
variabilità di una specie o procede alla sua frammentazione in sottospecie geogra-
fiche, può « restringere », a suo buon criterio, il dato generico originario, natural-
mente tenendo nel debito conto, quando possibile, le caratteristiche morfologiche
dei tipi e tutte le indicazioni fornitegli dalla letteratura.
La località così stabilita è chiamata « località ristretta ». Revisori successivi
possono anche restringerla ulteriormente.
TIPI DEI GENERI E SOTTOGENERI
Ogni genere (e sottogenere) deve avere un singolo tipo, che è una specie e
non un esemplare. Attualmente un genere (o sottogenere) non può essere stabi-
lito, sotto pena di nullità, se non viene espressamente nominata la specie conside-
rata come tipo. L'articolo 25 c (3) delle Regole internazionali della Nomenclatura
zoologica si esprime così « nessun nome generico pubblicato dopo il 31 dicembre
1930 potrà essere ammesso (e quindi valido) a meno che e fino a che esso non
sia pubblicato con la designazione esatta ed inequivocabile della specie tipo ».
Se il genere viene diviso in più sottogeneri, quel sottogenere che con-
tiene la specie tipo è il Subgenus typicum (Sottogenere tipico) e deve portare
il nome che aveva il genere.
Nei casi di fusione di più generi devè rimanere valido il più vecchio
(regola di priorità) con la sua Specie Tipo, e non la specie più vecchia di
di tutti 1 generi fusi.
Species Typus (Specie Tipo - Type species).
Sinonimi: Genotypus, Generotypus, Generitypus.
La specie tipo di un genere fu chiamata Genotypus (Genotipo), termine
proposto ancor nel 1897 da SCHUCHERT. Si discusse molto sull'opportunità di
usare, in luogo di Genotipo, il termine Generotypus (per altri Autori Generitypus),
dato che il primo vocabolo è impiegato universalmente in Genetica, con tutt'altro
significato. Si obiettò che non può esistere possibilità di confusione tra un ter-
mine sistematico nomenclatoriale ed uno biologico; quest’ultimo del resto fu
introdotto parecchio tempo più tardi, cioè da JOHANNSEN nel 1909.
Per superare la questione, al Congresso di Parigi (1948) fu stabilito di so-
stituire Genotipo con « Specie Tipo » e pertanto attualmente va usato tale ultimo
termine (Bull. Zool. Nomencl., IV, 1950, p. 300).
170 C: CONG!
Le Regole internazionali della Nomenclatura zoologica si dilungano su molti
particolari relativi alla selezione di Specie Tipo relativamente ai generi pubblicati
prima del 1931, senza designazione od indicazione del tipo.
Ci limitiamo qui a ricordare alcune categorie di Specie Tipo.
Ortotypus (Ortotipo) (dal greco, orthos = retto, cioè tipo diretto).
Termine proposto da Cook (1914).
Sinonimi: Autogenotypus (LINDHOLM, 1925), Autotypus (BAKER, 1928) e
Tautotypus (BAKER, 1928).
E il tipo per designazione sai cioè designato contemporaneamente
alla descrizione generica.
Ortotypus è riconosciuto nelle Regole internazionali della Nomenclatura.
zoologica (art. 25 c).
Haplotypus (Aplotipo) (dal greco, aploos = singolo).
Termine proposto da Cook (1914). |
Sinonimi: Monotypus (WHITLEY, 1932), Monogenotypus (LINDHOLM, 1928)
e Jautogenotypus (LINDHOLM, 1928).
Tipo per unico riferimento, cioè unica specie attribuita al genere al momento
della sua pubblicazione originale, cosicchè tale specie è accettata come tipo per
monotipia.
Logotypus (Logotipo) (dal greco, logos = discorso, deliberazione).
Termine proposto da Cook (1914).
Sinonimi: Genolectotypus (ScHUCHERT, 1905) e Lectogenotypus.
| Genotipo per designazione posteriore, cioè Specie Tipo selezionata in un
tempo posteriore, tra le specie incluse nel genere alla sua descrizione originale.
Pseudotypus (Pseudotipo) (dal greco, pséudos = menzogna).
Termine proposto da Cook (1914).
Genotipo erroneo. Specie erroneamente designata come tipo di un genere,
di solito per il fatto che al tempo della descrizione originale del genere non era
compresa tra le specie citate a far parte di tale genere.
Genosyntypi (Genosintipi).
Sinonimo: Genocotypt.
Se il genere è basato su diverse specie, nessuna delle quali fu designata
come tipo, tutte queste sono Genosintipi, finchè una di esse verrà fissata da qualche
Autore come Logotipo.
TIPI DELLE FAMIGLIE E SOTTOFAMIGLIE
Genus Typus (Genere Tipo - Type genus).
Queste categorie hanno come tipo un genere, da cui traggono il nome.
Il nome della famiglia deve essere cambiato se il nome del genere tipo è
mutato a causa di sinonimia od omonimia.
Da notare che, contrariamente a quanto alcuni ritengono, non esiste alcuna
‘regola in base a cui debbano esseri presi come tipo per i nomi di Famiglie e Sot-
tofamiglie 1 nomi generici più antichi.
METODO E TERMINOLOGIA DEI TIPI 171
RIASSUNTO DEI TERMINI PRINCIPALI
Riassumiamo qui brevemente le definizioni delle principali categorie di
tipi:
Holotypus (Olotipo) - L’esemplare unico designato come «il tipo » dall’ Autore
originale nella pubblicazione originale.
Allotypus (Allotipo) - L’esemplare unico, di sesso opposto all’Olotipo, pure
espressamente designato dall’ Autore nella descrizione originale.
Paratypus (Paratipo) - I rimanenti esemplari designati dall’ Autore, dopo la scelta
dell’Olotipo (ed eventualmente dell’Allotipo), al tempo della descrizione
originale.
Syntypi (Sintipi) o Cotypi (Cotipi) - Esemplari su cui un Autore basa la descri-
zione originale, nel caso non designi un singolo esemplare come Olotipo.
Lectotypus (Lectotipo) - Esemplare selezionato e pubblicato come Olotipo,
tra una serie di Sintipi, dopo la descrizione originale.
Neotypus (Neotipo) - Esemplare di sostituzione, selezionato e pubblicato come
tipo, dopo la pubblicazione originale, nel caso di distruzione di un Olotipo
o Lectotipo.
Plesiotypus (Plesiotipo) - Esemplare su cui è basata una descrizione o figurazione
successiva.
Topotypus (Topotipo) - Esemplare proveniente dalla località tipica.
Species Typus (Specie Tipo) - La specie tipo di un genere o sottogenere.
Genus T'ypus (Genere Tipo) - Il genere tipo di una famiglia o sottofamiglia.
INDICE ALFABETICO DEI TERMINI CITATI
Adelfotypus p. 166 Holotypus 163,167 Ortotypus 1770
Aedeotypus 166 Homeotypus 166 Paratypcid 163,167
Allotypoid 163 Hyle 167 Paratypus 163
Allotypus 163 Hypotypoid 165,167 Plesiotypoid 165
Aplotipo 1770 Hypotypus 165 Plesiotypus 165
Autogenotypus 170 Icotypus 165 Popolazione tipica 168
Autohyle 167 Ideotypus 166 Protographus 164
Autotypus 166,170 Ipotipo 165 Prototypus 164
Chirotvpus 166 Lectogenotypus 170 Pseudotypus 170
Cotypus 163 Lectotypus 164,167 Species Typus 166
Eautotipo 165 Localita ristretta 169 Stratotypus 167
Edeotipo 166 Localita tipica 168 Subgenus typicum 169
Ergatotypus 167 Locus typicus 168 Syntypus 163
Genocotipi 170 Logotypus 170 Tautogenotypus 170
Generitypus 169 Metatypus 166 Taautotypus 170
Generotypus 169 Monogenotypus 170 Tipi primari 163
Genolectotypus 170 om
eins Saini sie Monotypus 170 ae supplementari 165
Coen Da Morphotypus 166 Tipoteca 168
Gene Traun res Metatypus 166 Topohyle 167
Haplotypus 170 Neotypus 165,167 Topotypus 166
Heautotypoid 165 Olotipo 163 Typoid 167
Heautotypus 165 Omotipo 166 Typus 162,167
172 C. CONCI
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174
DELFA GUIGLIA
LE VESPE*D'EFALIA
SUPPLEMENTO ALLA BIBLIOGRAFIA
Il volere redigere una bibliografia completa sulla famiglia Vespidae, sia
pure limitando le ricerche ad una zona circoscritta, non è cosa facile. I lavori sul-
l'argomento sono numerosissimi e sparsi spesso in periodici di difficile consulta-
zione o in riviste non specializzate o poco diffuse. Di conseguenza vengono ad
essere talora ignorate, anche dai compilatori dello « Zoological Record », pubbli-
cazioni dif notevole interesse.
In appendice alla mia monografia: « Le Vespe d’Italia » (1) avevo riportato
un elenco bibliografico compilato con fatica e con non poche difficoltà. La stesura
del lavoro era avvenuta difatti nel criticissimo momento post-bellico, in quel pe-
riodo cioè in cui gli scambi delle pubblicazioni, non solo con l’estero, ma anche
con l’interno, o erano ancora interrotti o appena si riprendevano. Aggiungo che,
in seguito alle ripetute incursioni belliche, gran parte della biblioteca del Museo
Civico di Storia Naturale di Genova andò distrutta.
Alle inevitabili lacune di allora ho cercato oggi di rimediare dando alle stampe
l’elenco che segue che, unitamente a quello pubblicato in precedenza (l.c., pp.
69-83), può fornire agli studiosi 1 mezzi per una conoscenza abbastanza vasta, sia
sulla sistematica che sulla biologia, dell’interessantissima famiglia Vespidae,
almeno per quanto riguarda le specie del nostro Paese.
Mi è stato possibile riunire questo insieme di dati bibliografici in seguito
alla consultazione delle principali biblioteche specializzate, come quella del«Muséum
National d’Histoire Naturelle» (Parigi), del « British Museum (Natural History) »
(Londra) e soprattutto grazie alla squisita cortesia del Prof. J. Bequaert. Durante la
mia permanenza al «(Museum of Comparative Zoology at Harvard College» (Camb-
ridge, Massach., U.S.A.) questo insigne specialista ha voluto mettere a mia com-
pleta disposizione il suo ricchissimo materiale bibliografico e fornirmi generosa-
mente ogni mezzo per agevolare le mie ricerche. Per tutto questo desidero ancora
una volta esprimergli la mia più viva e profonda gratitudine.
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189
FABIO INVREA
MUTILLIBI NUOVI:O:-NOTENOLA
DEL BACINO MEDITERRANEO
(Hymenoptera - Mutillidae)
V Nota
Tropidotilla vulnericeps (Costa)
Achille Costa ha descritta la sua Mutilla vulnericeps ©, « Mutilla a capo
fiaccato » come egli la definisce in lingua italiana, quasi contemporaneamente
nei « Nuovi studi sulla Entomologia della Calabria Ulteriore » (1853) e nella
«Fauna del Regno di Napoli », Parte II, Imenotteri Aculeati, Mutillidi, p. 34
(1860) (1) e quivi l’ha anche figurata (Tav. XXV, fig. 4). Nulla il Costa ha ag-
giunto nella nuova descrizione fatta nel « Prospetto degli Imenotteri Italiani »
Parte II, p. 129 (1887).
Ernesto André in Mem. Soc. Zool. France, Vol. IX, 1896, p. 270, scrive:
«... la M. vulnericeps Costa ce n’est, d’apres un individu typique qu’a bien voulu
me communiquer l’auteur, qu’un petit exemplaire de M. httorahs Petgn. avec
la tête tachée de rouge». Nella Monografia egli definisce tale varietà con queste
sole parole: « Une tache rouge plus ou moins étendue sur le vertex. Long. 8-12
mm. (sec. spec. typ.) Patrie: Calabre, Gréce, Syrie ».
Edoardo Zavattari, nella sua revisione delle Mutille del Museo di Napoli
(2), dopo avere esaminato il Tipo della specie, scrive: « André pone la M. vul-
nericeps Costa come varietà della M. httoralis Petgn...; benchè innanzi all’auto-
rità di tale autore... io non osi levare obbiezione, faccio però osservare che i ca-
ratteri plastici delle due forme sono assai differenti, e quantunque sia assai dif-
ficile farli rilevare in una descrizione, tuttavia essi sono molteplici. Infatti la
M. vulnericeps Costa si presenta proporzionalmente più lunga, più appiattita,
più snella della Zittoralis, inoltre nella specie di Costa il torace è più allungato,
gli angoli del protorace più arrotondati, il mesotorace più arcuato, ed il meta-
noto non è troncato verticalmente in addietro, ma il passaggio tra la sua parte
orizzontale e quella verticale avviene più dolcemente e lo spigolo formato dalle
due facce non è acuto ma bensì arrotondato. Per di più (come si vede dalla fig. 3
tav. 4 dei Nuovi Studi sull’Entomologia della Calabria Ulteriore e dalla fig. 4
tav. 15 della Fauna del Regno di Napoli nonchè dalla descrizione e dalle osser-
vazioni del Costa) il primo segmento dell'addome non è ornato della striscia di
pubescenza sericea interrotta nel mezzo, ma è appena leggermente marginato di
brevissima e poco appariscente pubescenza sericea visibile soltanto sotto alcune
incidenze di luce ».
(1) - Gli Studi sulla Calabria Ulteriore sono stati redatti prima della Fauna di Napoli e
citati in questa come già pubblicati, mentre in realtà la pubblicazione è avvenuta posteriormente.
(2) - ZAVATTARI E. Catal. delle Mutille dal Mus. Zool. di Napoli. Ann. Mus. Zool. Univ.
Napoli, Nuova Ser., Vol. III, 1910 p. 7.
190 F. INVREA
Secondo lo Zavattari (1. c.) nella collezione del Museo di Napoli vi è un
secondo esemplare © senza indicazione di località il quale certamente presenta le
stesse caratteristiche del ‘Tipo: in caso contrario lo Zavattari, sempre così dili-
gente, lo avrebbe fatto notare. Per gentile concessione dell’egregio Prof. Mario
Salfi, Direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Napoli, ho potuto
avere in comunicazione il Tipo della vulnericeps ed esaminarlo a tutto mio agio.
Non soltanto sottoscrivo tutto quanto ha esposto in proposito lo Zavat-
tari, come ho più sopra riferito, ma nego decisamente che possa trattarsi di una
forma della Zttoralis Pet. perchè le caratteristiche morfologiche lo escludono
senz altro; l’esame che ho fatto durante le mie visite alla collezione del Museo di
Parigi, comprendente anche la collezione André, ha confermata la mia convin-
zione. Sotto il nome di Mutilla littoralis Pet. var. vulnericeps Costa ci sono in
quella raccolta cinque esemplari 9, dei quali tre di Siria, uno di Turchmenia
ed uno di Missolungi: sono delle vere e proprie hittoralis piuttosto grandi, colla
parte superiore del capo rossa o rossastra, nell’es. di Grecia quasi nera. Uno
degli es. di Siria ha anzi il capo completamente rosso come la f. cruenticeps André
che è pure della stessa provenienza. Nessuno di tali esemplari può essere ravvi-
cinato alla vulnericeps del Costa quale è rappresentata dal Tipo originale (tra-
jascio prudenzialmente l’altro esemplare della collez. di Napoli che non conosco).
La vulnericeps è piuttosto sottile e allungata: ha il capo su per giù della
forma di quello della Attorahs ma alquanto più corto e col margine posteriore
un poco più convesso. La scoltura del capo è più attenuata e meno scabra e quindi
l’aspetto è meno opaco. Il colore è nero bruno con una grande macchia rossa
semilunare sul vertice, colla concavità all’innanzi. Le antenne sono ferruginose
coi tubercoli e in parte lo scapo bruni. Anche le parti boccali sono rosse coll’apice
delle acute mandibole nero. Il torace rettangolare è lungo quasi il doppio della
larghezza e largo quanto il capo, coi due lati perfettamente paralleli. E di un
rosso alquanto più chiaro di quello normale della Zittoralis. La scoltura del dorso
è grossolana, ma meno che in /ittoralis e un poco più rada. Le zampe sono brune,
coi tarsi assai più chiari. Il gastro è lungo e snello, assolutamente più sottile che
non nella httoralis, dato che anche nella sua parte più espansa supera di ben poco
la larghezza del torace. Il primo urotergo è un poco più lungo e quindi un poco
meno trasversale, più arrotondato anteriormente. Il secondo sopratutto è molto
lungo, molto meno convesso lateralmente, di aspetto meno globoso. Anche gli uriti
successivi sembrano alquanto più allungati. L’area pigiadiale è di colore rosso
scuro, più convessa che in httoralis e appare meno scolpita e più finemente z1-
grinata. Quanto all’ornamentazione chiara, come ha detto lo Zavattari, manca
anzitutto del carattere proprio della Zttoralis in quanto non vi è sul margine del
primo urotergo la lunga cigliatura fortemente discriminata nel mezzo, ma sol-
tanto una sottile e debole frangia continua molto corta e poco appariscente. Le
frangie argentee un poco dorate dei tergiti successivi sono anch’esse piuttosto
modeste e così sugli sterniti i quali, dopo il secondo, sono di colore rosso nella
parte maggiore della loro superficie.
~ Questo esemplare tipico porta un cartellino di mano del Costa col nome
« vulnericeps, Calabria»; un altro cartellino: « M. Zool. N° 15522» e un terzo
di mano dello Zavattari «Mutilla littoralis Petg. v. vulnericeps Costa». Il Costa nella
Fauna del Regno di Napoli scrive che la vulnericeps è stata raccolta « nella
Calabria Ulteriore presso il torrente di Amendolea nel mese di Luglio, rara ».
Tale torrente discende lungo le pendici meridionali dell’ Aspromonte, sfociando
in mare alquanto ad occidente di Bova Marina.
MUTILLIDI DEL MEDITERRANEO. V 191
Ronisia barbara (L.) sbsp. Ghilianii (Spin.)
. Massimiliano Spinola nel 1843 ha descritto la sua Mutilla Ghilann 3 a
pag. 130 degli Ann. Soc. Entomol. Fr., Vol. XII, in « Notes sur quelques Hy-
ménoptères peu connus recueillis en Espagne par M. V. Ghiliani etc. ». Essa
è stata poi giustamente riunita alla barbara L. come varietà o sottospecie. Poichè
tuttavia non sempre ho trovato concordi gli autori sulle varie particolarità che
la contraddistinguono, ho voluto, nelle mie visite alla collezione Spinola nel
Museo di Torino, accertare sul ‘Tipo che vi si conserva quel sia la vera fisionomia
e la reale consistenza di questa forma..
Sotto l’etichetta di mano dello Spinola che si trova nella scatola N° 31 e
nella quale è scritto su due righe: « Mutilla Ghilianii m. &., D. Ghiliani, Anda-
lousie », vi sono due esemplari. Il primo dovrebbe essere il 'Tipo della Specie,
l’altro è una Dasylabris maura L. come ha riconosciuto lo Zavattari. ‘Trascu-
rando naturalmente quest’ultimo, ho esaminato attentamente l’esemplare tipico:
esso è nero, col mesonoto, le tegole e lo scutello (non il postscutello) rossi, le
frangie chiare dei tergiti primo e secondo del gastro sono lunghe, folte e intere;
la fascia del terzo urotergo è pure folta ed intera. Gli altri tergiti addom. hanno
pubescenza nera. I disegni chiari sono di un bianco un poco sporco. Gli sterniti
sono senza frangie bianche. La pubescenza eretta del corpo è nera. Le antenne
sono nere sopra e sotto, coll’apice dello scapo e il pedicello vagamente imbruniti.
il secondo articolo del funicolo è quasi uguale al terzo, il quarto è un poco più
lungo. Le ali sono ialino-oscurate con la cellula radiale molto allungata. —
Leggendo la descrizione dello Spinola si rimane alquanto perplessi, anzi-
tutto perchè vi dovrebbero essere tre esemplari conformi tutti di Andalusia:
certo l’autore avrà successivamente donati o scambiati gli altri. Poi egli afferma:
Tête petite et moitié plus étroite que le corselet... ». Il che in realtà non è: solo
con molta buona volontà la maggior larghezza del torace all’altezza delle tegole
e queste comprese può essere ritenuta doppia di quella del capo. Poi ancora l’au-
tore scrive: « Ecailles alaires, dos du mésothorax, écusson et postécusson, rouges ».
Il postscutello nell’esemplare è invece nero. La lunghezza è data in 10 mm.:
io non ho pensato a misurare l'esemplare, ma ho l’impressione che la sua lunghezza
sia un poco maggiore. Il resto della descrizione corrisponde abbastanza bene
comprese le tegole con «extrémité posterieure prolongée en pointe ». Infatti le
barbara hanno le tegole molto allungate e con l'estremità posteriore interna
spesso acuta. |
Nella collezione Spinola, sotto l’etichetta su tre righe « Mutilla nigripennis,
3d m, n. sp ? D. Ghiliani, Sicile » vi è un maschio determinato a suo tempo dallo
Zavattari come M. Ghiliani Spin. Ha il pronoto rosso orlato di nero all’innanzi
e con le propleure nere, mesonoto, tegole, scutello e postscutello rossi, meso-
pleure nere. La fascia-frangia bianca del secondo tergite del gastro è divisa
in tre: nel mezzo una macchia approssimativamente triangolare, ai due lati due
macchie allungate fino ai margini del tergite. La cellula radiale delle ali anteriori
è grande ma più corta di quella dell'esemplare tipico più sopra indicato col quale,
del resto, anche questo è concordante.
Da tutto quanto sopra che cosa si può conchiudere? A parte il sospetto
che, chi sa quando, ma certo prima della revisione fatta dallo Zavattari antece-
cedentemente alla prima guerra mondiale, possano essere state fatte nella colle-
zione Spinola delle minipolazioni e confusioni, penso che si possa legittima-
mente considerare come Ghilianii Spin. quella forma 3 della Romisia barbara
L. che ha il torace nero con il mesonoto, le tegole, lo scutello rossi, il postscutello
192 F. INVREA
rosso o talora nero, la frangia-fascia del primo tergite del gastro intera, quella
del secondo o intera o bisinuata più o meno in avanti, secondo il concetto del-
l’André e del Giner Mari, o anche addirittura tripartita, e la fascia del terzo uro-
tergo intera.
Quanto alla 9 mi permetto di non accettare la conclusione del compianto
Giner Mari che ha riunito con la Ghilianii Spin. 3 la decoratifrons Costa ©, natu-
ralmente sotto il nome della prima. Sono molto pericolosi e discutibili gli ac-
costamenti sessuali tra le varie forme di queste specie accentuatamente politi-
piche ed è meglio lasciare a ciascuna la propria individualità. Tanto più che non
è affatto provato che i grandi esemplari massicci spagniuoli che vanno sotto il
nome di decoratifrons sieno in realtà la stessa forma molto più piccola e snella
che il Costa ha descritto dell’Italia e che è nella zona peninsulare e insulare del
nostro paese piuttosto comune. E poi io penso che la variabilità si svolge nei
due sessi indipendentemente l’uno dall’altro.
Ronisia barbara (L.) f Razzautii n.
x
E una semplice aberrazione nella distribuzione e nel colore della pube-
scenza addominale che ho riscontrato in un individuo © della Ronisia barbara
L. sbsp. decoratifrons Costa raccolta nell'isola Gorgona il 20 Agosto 1952 dal
Sig. Malatesta e gentilmente comunicatami dal Prof. Alberto Razzauti, Diret-
tore del Museo di St. Nat. e Acquario di Livorno. A parte il colore diverso della
pubescenza, è l'equivalente della aberrazione che Achille Costa ha trovato nella
R. barbara L. sbsp. brutta Pet. e ha descritto sotto il nome di Mutilla sericeiventris(1)
con le seguenti parole: Abdomine fusco, cinereo dense villoso et longe hirto ; ma-
culis fere cum villositate confusis, segm. tertio et quarto densius cinereo villosis ».
Anche nella presente aberrazione della decoratifrons, la quale sottospecie,
come è noto, ha il capo nero con una grossa macchia triangolare di pubescenza
argentea sul vertice, si nota la parte superiore dell'addome quasi per intero ri-
coperta da lunga pubescenza coricata, frammista, come colore, di argenteo e
di rosso dorato, con prevalenza di quest’ultima tinta nelle parti che non sono
normalmente occupate dalle macchie argentee. Queste appena appena si di-
stinguono tra la folta villosità e l’insetto naturalmente presenta così una sua mar-
cata particolare fisionomia. La parte anteriore del corpo è invece normale.
La sbsp. decoratifrons Costa era già stata raccolta nell'isola Gorgona dal
Dott. Francesco Gerini il 15 Settembre 1948.
Mutilla europaea L. f. notomelas Kriechb. 9.
Non avevo mai vista la forma tutta nera tra le femmine di Mutilla europaea
L., corrispondente alla f. $ notomelas Kriechb. della quale ho parlato nella IV®
di queste Note (Boll. Soc. Entom. Ital., Vol. LXXXVI, 1956, p. 144): essa è
però citata da Sichel e Radoszkovsky nella loro Monografia (Horae Soc. Entom.
Ross., Vol. VI, 1870) come var. gamma del Caucaso e della Svizzera, presso
Neuchatel.
Ne ho esaminato ora un esemplare tra i Mutillidi della Zool. Sammlung
des Bayerischen Staates di Monaco, comunicatimi dall’egregio Dott. Kühlhorn;
esso porta l’indicazione: « Pragel, 26-VII-96 » (certamente Pragel Pass, m. 1554,
nel Cantone svizzero di Schwyz).
(1) - Costa Ach. Ann. Mus. Zool. Napoli, II, 1862, p. 130. T. I., fig. 4.
MUTILLIDI DEL MEDITERRANEO. V 193
Questa femmina ha il torace interamente e intensamente nero, anzichè
rosso come nella europea tipica, ma quanto ai disegni pubescenti addominali e
agli altri attributi di forma e di colorazione non si stacca dalle caratteristiche
consuete della specie. Anche se non si ritiene di poter parlare di rapporti razziali,
trattandosi probabilmente di forme cromatiche aberranti nell’uno e nell’altro
sesso, non ostante una certa delimitazione geografica finora non bene accertata,
penso che anche le 99 nere possano essere incluse nella denominazione di f. no-
tomelas stabilita dal Kriechbaumer per 1 dd.
Smicromyrme partita (KI.) sbsp. fasciaticollis (Spin.)
Mutilla fasciaticollis Spinola M., Ann. Soc. Entom. Fr., XII, 1843, p. 131, n° XX, d.
Mutilla intermedia De Stefani T., Il Natural. Sicil., VI, 1887, p. 24 g. - Costa A., Atti Accad.
Sc. fis: matem., Napoli, Il, Parte 2%. 1888, p. 1; T. 2% fig. 1, di
Mutilla Destefanii Dalla Torre C. G., Catalog. Hymenopter., Vol. VIII, Fossores, 1897, p. 31.
- De Stefani T., il Natural. Sicil., Nuova $er.; II, N° 4; 1897, p. 72.
Mutilla Costae Dalla Torre C. G., Catalog. Hymenopter., Vol. II, Fossores, 1897, p. 28.
L’esame delle vecchie collezioni radunate dai patriarchi dell’Entomologia
e contenenti spesso i Tipi di specie da loro fondate, se è sempre utilissimo ed
istruttivo ai fini degli accertamenti tassonomici, offre talvolta delle vere sorprese.
Ciò, per esempio, è successo a me, e non soltanto nei riguardi di una sola entità
sistematica, nelle ripetute visite che ho fatto alla collezione degli Imenotteri di
Massimiliano Spinola, conservata diligentemente nel Museo dell’Istituto di Zoo-
logia dell’Università di Torino, e che la cordiale gentilezza prima del Prof. Ar-
cangeli e poi dell’attuale Direttore Prof. Leo Pardi mi ha concesso di esaminare
a mio agio. I Mutillidi paleartici dello Spinola si trovano nelle scatole originali
che portano i Numeri 30 e 31 e conservano verosimilmente, almeno in parte,
l'ordinamento loro dato dall’illustre autore, con aggiuntevi le etichette appostevi
dallo Zavattari quando questi ha fatto, anteriormente, credo, alla prima guerra
mondiale, la revisione e l’aggiornamento della nomenclatura. E sperabile, come
del resto mi è stato assicurato, che questa preziosa collezione non venga mai
in alcun modo spostata nella sua struttura perchè possa conservare le impronte
dell'autore e permettere agli studiosi di rintracciare ed identificare esemplari e
interpretazioni.
Una delle sorprese a cui accennavo riguarda la Mutilla fasciaticollis 3 che
lo Spinola ha descritta nel 1843 illustrando le raccolte fatte in Spagna l’anno
precedente da Vittore Ghiliani, sorpresa riflettente l’interpretazione che è stata
generalmente data alla descrizione originale, nei riguardi sopratutto dell’orna-
mentazione argentea dei segmenti dell'addome, ma che non corrisponde a quanto
risulta dall'esame diretto dei Tipi.
Questi sono tre, con l’indicazione « Andalusia ». Sono lunghi, secondo le
indicazioni dell’autore, mm. 9, apertura alare mm. 18. Per intenderci subito
dirò che, quanto a disegno pubescente chiaro del gastro, sono su per giù uguali
alla Smicromyrme partita Klug 3, e cioè con le fascie dei segmenti terzo e quarto
complete vagamente discriminate al centro: il primo segmento ha una cigliatura
breve marginale, il secondo una frangia più nutrita e più lunga. Il torace è rosso
con una grande fascia nera che copre quasi interamente il mesonoto, lasciando
soltanto uno strettissimo margine rosso in avanti, lungo il pronoto. Le tegole
sono nere nella metà anteriore, in corrispondenza della indicata fascia, rossastre
nella metà posteriore. Scutello, postscutello e propodeo rossi. Lo sterno è nero
194 F. INVREA
con le mesopleure rosse o appena leggermente sbavate di nero nel margine in-
feriore. Ora ciò in parte non solo non corrisponde alle interpretazioni degli au-
tori successivi, ma nemmeno a quella dello stesso fondatore della specie.
Lo Spinola, dopo avere descritto la forma, la punteggiatura ecc. scrive:
« Pelage hérissé, généralement rare et allongé, plus épais et un peu penché en
arrière aux bords postérieurs des segments abdominaux. Antennes, tête, poi-
trine, pattes et abdomen noirs. Dos du corselet rouge, avec une large bande
transversale noire qui couvre les écailles alaires et tout le disque du mésothorax.
Poils épars, noirs: bandes narginales des segments abdominaux blanches. Ailes
obscures ». Dunque non fascie intere, ma fascie marginali, senza distinzione tra
un segmento e l’altro.
Non è da stupire se, con questa descrizione così poco precisa per quanto
riguarda il disegno bianco addominale, tanto Sichel e Radoszkovsky quanto
l’André sieno stati tratti in inganno. I primi nella loro Monografia descrivono
la fasciaticollis Spin. come avente «tous les segments ciliés de poils blancs, plus
marqués et plus compacts sur les trois premiers segments » ed indicano un solo
esemplare della Corsica.
L’Andre nella sua Mina annovera la fasciaticollis Spin. come semplice
varietà G della Smicromyrme rufipes (Fab.) ed indica egli pure sultatnto la Cor-
sica. La spiegazione di questa ultima circostanza Pho avuta al Museo di Parigi
ove, sotto il nome di rufipes var. fasciaticollis ho trovato soltanto una Sm. Agusti
(Costa) 3 con le tegole, naturalmente, nere e con in più un poco di nero sul to-
race a fianco di esse: l'esemplare è proveniente da Vivario (Corsica), leg. Ferton.
Di fronte a queste risultanze e tenuti presenti gli esemplari tipici della
collezione Spinola, sulla cui identità ed attribuzione non mi pare possa esservi
dubbio, sopratutto per il fatto caratteristico della grande fascia nera sul meso-
noto e le tegole, quantunque l’autore non dica nel lavoro nè il loro numero nè
la loro provenienza esatta, ho pensato subito alla Destefanii D. T. (intermedia
De St.) che l’André ha collocata come varietà S della partita Kl. Ha anch'essa
il torace rosso col mesonoto nero e le tegole nere anteriormente: i disegni addo-
minali sono quelli della partita. Di questa forma ho visto nel Museo di Parigi
un esemplare di Sicilia inviato dallo stesso De Stefani ed un altro individuo avevo
precedentemente osservato nella collezione del Museo di Napoli pure di Sicilia,
Noto, con una etichetta di mano del Costa: « Mutilla melanota n. >, specie che
il Costa non ha mai descritta, e un’altra etichetta dello Zavattari: « Mutilla par-
tita Klug var. De Stefani D. T.». Questo esemplare è quello stesso di cui parla
il De Stefani descrivendo per la prima volta come n. sp. la intermedia (il Dalla
Torre non ha fatto che cambiare il nome perchè intermedia era preoccupato)
nel Naturalista Sic. (1. c.): « ... fu da me catturata in un solo individuo & nelle
campagne di Noto sopra i fiori di una Euforbia e regalata al Prof. Costa col quale
ero in compagnia; più tardi, nel mese di luglio, un altro esemplare ¢ mi fu man-
dato da Modica... »
Delle due descrizioni del De Stefani, la prima, quella indicata quì sopra,
a proposito dei disegni del gastro dice: « ... abdominis segmentis primis tribus postice
crebre argenteo fimbriatis... » e null’altro. L'altra descrizione del De Stefani, sotto
il nome di Mutilla destefanii (=intermedia De St.) è contenuta sempre nel Na-
tur. Sic. dell’anno 1897 (1. c.) e dice, a proposito dell'addome: «... abdominis
primum segmentum subpetiolatum, carina ventralis parva, margo posticus primi et
secundi segmenti argenteo fimbriatis, tertium segmentum ac quartum occupata omnino
fascia argenteo-villosa, vix in medio interrupta». L’autore accetta l’ipotesi che si
MUTILLIDI DEL MEDITERRANEO. V 195
tratti di una varietà della partita KI. La seconda descrizione dunque rettifica
l’errore della prima.
Tale rettifica tuttavia era già stata fatta fin dal 1888 da Achille Costa in
« Miscellanea Entomologica. Mem. 24» (Atti Accad. Sc. Fis. Mat. Napoli,
Ser. 24, II, p. 1, cit.) colla ridescrizione più ampia e più esatta della Mutilla in-
termedia. Dopo la quale descrizione il Costa aggiunge in N. B.: «Il Dott. De
Stefani nel Naturalista Siciliano ha descritto una Mutilla intermedia che ritene-
vamo corrispondere ad una da noi posseduta, e donataci dallo stesso ottimo
amico De Stefani. Però quando abbiamo confrontato l'individuo con la descri-
zione, vi abbiamo riconosciute tali differenze, da farci credere di aver fra le mani
una specie diversa da quella ivi descritta. In questa infatti gli occhi diconsi in-
teri, mentre nella nostra sono smarginati: in quella dicesi che i tre primi seg-
menti dell'addome hanno una frangia bianca, mentre nella nostra la fasciatura
bianca dell'addome è ben altra. Prima però di pronunziare un giudizio ci è sem-
brato utile consultare lo stesso autore; dal quale abbiamo appreso essere incorso
un equivoco involontario nella descrizione, e che l’insetto che egli ha inteso de-
scrivere è perfettamente simile al nostro. Per tal ragione abbiamo stimato op-
portuno pubblicare una più esatta descrizione di questa Mutilla, conservandole
il nome impostole dal sig. De Stefani, senza però citarvi la descrizione, poichè
con ciò si continuerebbe nell’equivoco, anzi nella contradizione. « Più sopra il
Costa aveva scritto: « Raccolta in Sicilia, nelle adiacenze di Noto ne’ primi giorni
di giugno dal sig. De Stefani, dal quale ci è stata gentilmente donata ». Il che di-
mostra che si tratta non solo della medesima specie ma altresì dello stesso esem-
plare che ha servito al De Stefani per la sua prima, sia pure errata, descrizione.
Il Dalla Torre, dubitando forse di tale identità ha mutato l’intermedia Costa
in Mutilla Costae!
Quale è la conclusione di questo lungo e minuzioso esame ?
1°. In base specialmente all’esemplare del Museo di Napoli, che è servito
rispettivamente tanto al De Stefani che al Costa per le loro descrizioni della
specie, la Mutilla intermedia, poi Destefanit D. T., va considerata senz'altro una
forma sia pure notevole della Smicromyrme partita (Kl.) come ha stabilito l’ André
e accettato lo stesso De Stefani.
2°. Quanto alla Mutilla fasciaticollis Spin., secondo i tre esemplari pre-
suntivamente tipici che si trovano nel Museo di Torino, non ostante talune dif-
ferenze, penso vada riunita alla Destefanti D. T., trasformando naturalmente
la nomenclatura, per ragioni di priorità, in Smicromyrme partita (Klug) sbsp.
fasciaticollis (Spin.) (=intermedia De St. e Costa, = Destefanu D. T., = Costae
D. T.). Le differenze alle quali ho accennato riguardano specialmente il capo il
quale apparisce vagamente più stretto che in partita ed ha pubescenza bianca,
tanto quella semicoricata della faccia come quella eretta, quest’ultima assai lunga
e folta, mentre in partita la pubescenza cefalica è nera o bruna e non così nutrita.
Le ali sono alquanto meno oscurate. Non mi sembrano discrepanze tali da giusti-
ficare una distinzione tassonomica.
Smicromyrme compacta n. sp.
(Fig. 1 b)
g. Lungh.: es. tipico mm, 7; altri es. mm. 6-7.
Simile alla Smicromyrme montana (Panz.) 3 quale io l’ho definita nella
IV di queste Note (Boll. Soc. Entom. Ital., Vol. LXXXVI, 1956, p. 145), si dif-
ferenzia per i seguenti caratteri: Il corpo è assal più corto € pete ara notevol-
196 i F. INVREA
mente più corto di quanto non sieno normalmente i maschi di questo gruppo.
Visto dal di sopra il profilo torace-addome è, nelle due specie, quello che risulta,
per l’una e per l’altra, dalla fig. 1 lettere aed. Si vede da tale figura che la parte
posteriore del torace dopo le tegole appare nella montana piuttosto allungata e
regolarmente incurvata fino alla giuntura del propodeo col gastro, mentre nella
M. D. Valle del.
Fig. 1 - Schema della parte posteriore del ‘torace e dell’intero gastro a visione dorsale:
a) Smicromyrme montana (Panz.) 3.; 6) Smicr. compacta n. sp. d.
nuova specie 1 lati del torace, assai più corto, appariscono dopo le tegole quasi
paralleli, fino a poi piegarsi ad angoli retti appena arrotondati verso la linea po-
steriore pressochè diritta. Si può definire la parte posteriore del torace, ben in-
teso a visione dorsale, all’incirca ovale nella montana, quadrata nella compacta.
In realtà, mentre in montana il propodeo scende in moderato declivio verso
l'apice posteriore e il punto di inserzione col gastro, nella nuova specie esso è
subito troncato dopo lo scutello e colla parete posteriore pressochè verticale.
Il primo segmento del gastro è in compacta molto corto, assai più corto che in
montana, cogli stessi acuti dentelli laterali alla base. Il secondo urite è assai più
corto e proporzionalmente più largo che in montana e risulta quindi più trasver-
sale, con diverso rapporto tra lunghezza e larghezza. Gli altri uriti, se regolar-
mente invaginati, sembrano anch'essi più brevi. Donde ne risulta che l’addome
è eccezionalmente corto e compatto, brevemente piriforme.
Il colore è quello della montana tipica (Vedi Invrea I. c.) e cioè tutto nero,
col pronoto, il mesonoto, le tegole rosse e lo scutello nero. I margini apicali dei
segmenti del gastro dal secondo in poi portano brevi e poco fitte cigliature bianche
frammiste a lunga pubescenza eretta sparsa, pur essa bianca, che si nota, come
di consueto, più o meno diffusa sulle altre parti del corpo. Tutti gli esemplari
MUTILLIDI DEL MEDITERRANEO. V 197
qui citati hanno al centro del pronoto rosso una macchia nera più o meno estesa
che nell’esemplare tipico e in uno di quelli dalmati si prolunga su buona parte
dell’area mediana del mesonoto. Quanto alle frangie marginali dei tergiti esse
appariono meno nutrite e meno evidenti che in montana. — &
Il capo è rettangolare-trasverso, della stessa forma di quello di montana,
e cioè coi quattro lati a due a due paralleli e subrettilinei, ma con gli ocelli molto
più piccoli, non salientemente globosi e per lo più neri e non vitrei. Le mandi-
bole hanno un forte dente esterno triangolare, a punta per lo più smussata, e
hanno l’apice distintamente tridentato. Le antenne e le zampe sono nere, queste
ultime coi tarsi bruno scuri o bruni. La scoltura toracica a punti è piccola, un
poco più fina e meno reticolata che in montana: quella dell’epinoto è molto più
piccola, non così grossolana e ruvida, con un’area mediana triangolare o subtrian-
golare più o meno definita. Le ali sono di un ialino grigiastro con le nervature
brune e il pterostigma celluliforme. La scoltura dei due primi tergiti del gastro,
pur essendo formata anch’essa di punti piccoli è molto più densa che in montana,
risultandone una minore lucidità della superficie dorsale. I tergiti dal terzo in
poi sono fittamente punteggiati, il settimo ed ultimo visibile, che è un poco più
lungo che largo, di forma trapezoidale e nettamente troncato all’apice, con un
modesto solco longitudinale mediano, ha scoltura più densa dei precedenti.
Anche gli sterniti hanno la punteggiatura più accentuata, più densa e più profonda
che in montana tanto sui due primi quanto sui margini dei successivi, con ef-
fetto di minore lucentezza: vi sono ventralmente frangie bianche marginali.
Abbruzzi: Monte Canelle, 16-VIII-1953, M. Cerruti, 1 3 olotipo; Dal-
mazia: Castel Sucurac, XI-1923 e IX-1926, Novak, 2 43; Serbia: Petrina Mo-
chrida, m. 1800, 3-VIII-1934, Thurner, 2 3d.
A parte le proporzioni molto minori questa specie ricorda nella conforma-
zione corta e tozza la Smicromyrme Facobi Invr. del Marocco e le sue f. bitrian-
gulata Invr. e rubricola Invr. pure del Marocco. Più affine ancora essa è colla Sm.
Beaumonti Invr., sempre del Marocco, la quale ha la stessa statura, ma le tegole
nere, le ali più affumicate e l’epinoto non così nettamente troncato. |
Smicromyrme subcomata (Wesm.)
(Fie: 24)
Il Wesmael ha descritto la sua Mutilla subcomata © nel 1856 in « Revue
critique des Hyménopteres Fouisseurs de Belgique», Bull. Acad. Roy. de Bel-
gique, Vol. XVIII, p. 368, in termini abbastanza precisi perchè la specie possa
essere facilmente riconosciuta. Qualche confusione potrebbe avvenire con la
© della Sm. montana Panz., che ha pure essa l’ultimo urotergite visibile senza
area pigidiale definita, convesso, liscio all’apice, un poco striato alla base. Ma si
deve sempre tenere presente che la montana è più corta e robusta, ha il torace
più massiccio e più largo, molto più elevato se si guarda di lato, nettamente tron-
cato posteriormente e con l’unguicolo scutellare accentuato ed elevato, un poco
diretto all’indietro, nero all'apice. Inoltre le zampe e le antenne di tale specie
sono nere 0 brune, ma mai rosso chiare, nemmeno nelle forme mediterranee
(Vedi fie, 2 a e b).
L’Andre tendeva a fare della subcomata una forma della montana. Ma a
me pare che questa ipotesi non regga se sı segue fedelmente la descrizione del
Wesmael. Il Tipo della subcomata non è del Belgio, come si potrebbe credere,
ma di Ginevra, inviato all’autore dal Chevrier.
198 F. INVREA
Molto enigmatica è invece la questione del maschio. Esso è stato assegnato
alla subcomata nel 1887 dal Radoszkovsky il quale ha raccolto o creduto di rac-
cogliere entrambi i sessi ad Askhabad nel ‘Turkestan e perciò molto lontano dalla
patria svizzera della specie. Questo maschio, come si sa, è molto caratteristico
perchè, contrariamente a quanto generalmente avviene nel numeroso gruppo
rufipes-montana e specie affini, non porta dente esterno alle mandibole e dovrebbe
perciò essere ascritto ad una altra sezione del Genere. Ha inoltre una particolare
conformazione delle nervature dell’ala anteriore con la radiale fortemente ispes-
sita, specialmente presso l’inserzione colla 22 trasverso-cubitale, questa pure in-
grossata, molto raccorciata, formata più o meno grossolanamente a ‘I’ e non rag-
giungente il nervo cubitale. Questo maschio non è stato preso in copula nè ot-
tenuto per allevamento e perciò la sua attribuzione alla subcomata è stata pura-
mente indiziaria, o forse meglio arbitraria, dato che il generale russo non ve-
deva sempre le cose per il sottile e in modo preciso. Inoltre, come ci è dimostrato
ormai da molti anni di raccolte e di esperienze, questo $ sembra proprio di paesi
piuttosto caldi e fors’anche un poco aridi: oltre al Turkestan sono citati la Spagna,
o
à
M. D. Valle del.
Fig. 2 - Profilo schematico del torace visto lateralmente:
a) Smicromyrme subcomata (Wesm.) © ; b) Smicr. montana (Panz.) 9.
ove è comune ed ha costumi notturni (Giner Mari), le Baleari, la Francia meri-
dionale, il Marocco, l'Algeria, la Libia e l’Egitto: dell’Italia non conosco che
un solo esemplare sardo della f. opistomelas da me descritta della Cirenaica. Certo
non è mai stato trovato nella Svizzera.
Come ho tempo fa pubblicato (1) il Prof. J. de Beaumont di Losanna sup-
pone che il vero maschio della subcomata Wesm. possa essere la Sm. bimaculata
(Jur.) che proviene dalla stessa regione ed è colà abbastanza frequente: essa si
trova anche in Italia. Nell’intricata sinonimia del gruppo la specie del Jurine
era stata riunita alla montana Panz. come varietà, o alla rufipes scutellaris Latr.,
ma, come ho dimostrato nella mia citata pubblicazione, ad essa va restituita la
piena legittimità. Quanto ad essere essa il 3 della subcomata Wesm. è tra le cose
più probabili, ma non potremo affermarlo se non quando avremo le prove ir-
refutabili della copula o dell’allevamento.
Comunque non credo di commettere cosa arbitraria cambiando senz'altro
il nome al maschio attribuito dal Radoszkovsky a subcomata, come dal paragrafo
seguente.
(1) - Invrea F. Mutillidi nuovi o notevoli del bacino mediterraneo, IV Nota. Boll. Soc.
Entom. Ital., LXXXVI, 1956, p. 149.
MUTILLIDI DEL MEDITERRANEO. V 199
Smicromyrme suberrata n. sp.
Mutilla subcomata 4 (nec 9) Radoszkovsky O. Fauna hyménopterologique transcaspienne, III,
Horae Soc. Entom. Ross., Vol. XXII,.p. 347.
Mutilla subcomata 3 (nec 9) André Ern., Spec. Hymén. Eur. Alg., Vol. VIII, Mutillides, 1899-
903, Pp. 340.
3. L’insetto, descritto in modo sommario dal Radoszkovsky, è invece
molto dettagliatamente ridescritto dal André (1 c.), il che mi dispensa da una
superfla ripetizione. Piuttosto osserverò che la nota apposta dal Radoszkovsky
alla sua descrizione non è per nulla probante. Egli dice infatti: « Je suis convaincu
que c’est le véritable mâle de Mut. subcomata; je posséde la © et le 3, provenants
d’Askhabad qui sont conformes avec 99 et 33 pris dans le parc de St. Cloud
(prés de Paris) par feu le Dr. Sichel dans une colonie avec les Mut. rufipes 93 et
Mut. subcomata © ». Osservo che con le due specie poteva benissimo esserci questo
terzo elemento, parassita probabilmente cogli altri in una multiforme colonia
di imenotteri scavatori, senza per questo comprovare una ipotetica parentela.
Questa pseudo subcomata Rad. 3, come ho detto, è presente in Francia anche se
si può pensare che la latitudine di Parigi sia per essa un poco troppo settentrio-
nale. Ma confusionario come era notoriamente il Radoszkovsky può benissimo
avere equivocato sulle localizzazioni.
Quanto all’André (1. c.), dopo la descrizione, insiste in nota sulla somi-
glianza e quasi sull’identità di questo maschio con quello di montana Panz. Chi
ha un poco di pratica di questo gruppo sa che la cosa non è sostenibile, e ci si
stupisce che l’André abbia potuto prenderla in seria considerazione. La mancanza
di dente esterno alle mandibole è un dato che ha una fondamentale importanza
ed anche l’hanno le caratteristiche dell’ala anteriore, molto più precise e defi-
nite che taluni vaghi accenni che si riscontrano talora in montana e rufipes. Ma
vi sono poi la forma diversa del capo, gli occhi molto più grandi che in montana,
la forma e grandezza delle tegole che in montana sono molto più ampie, meno
globose e meno lucide, ed altri tratti distintivi, nel complesso assolutamente
dimostrativi, insieme alla fisionomia generale che è per ciascuna delle due forme
particolare. Do alla Smicromyrme subcomata 3 (Rad.) il nuovo nome di Smi-
cromyrme (Suberrata.
Tra gli esemplari africani (Libia, Marocco) e quelli europei (Spagna,
Sardegna) vi è qualche differenza tanto per la forma tipica quanto per la f. opisto-
melas, differenze consistenti specialmente nel colore delle antenne, interamente
giallo ferruginose più o meno chiare in Africa, schiarite solo sulla faccia inferiore
in Europa. Il Radoszkovsky dice « antennes rougeätres », André « funicule d’un
brun jaunätre en dessous ». Negli esemplari africani il capo sembra leggermente
più trasversalmente ellittico e più debolmente punteggiato. Bisognerebbe con
molto materiale studiare le relative popolazioni.
Come Tipo per la nuova denominazione prendo un esemplare della Libia,
Sirtica occidentale, Ghedahia, 2-V-1939, leg. Kriiger, che si trova nella mia col-
lezione. Ha le antenne gialle e risponde perciò, in un certo senso, alla dizione del
Radoszkovsky.
Smicromyrme viduata (Pall.) sbsp. Macquarti (Lep.)
Nel 1845 Amedeo Lepeletier de Saint Fargeau, nel tomo III della sua His-
toire Naturelle des Insectes Hyménoptères, p. 633, N° 57, descrisse nel sesso 3
la Mutilla Macquarti cominicatagli dall’entomologo Macquart, come originaria
« probablement du midi de la France ». Quel « probablement » indica l’incertezza
200 F. INVREA
del luogo di provenienza, incertezza frequente in tempi nei quali non si dava
molta importanza all'indicazione di patria degli esemplari che si lasciavano spesso
senza cartellino, affidandosi alla memoria. Donde le innumerevoli confusioni e
i grossolani errori che conosciamo nella localizzazione di molte specie.
Sichel e Radoszkovsky nella loro Monografia già citata hanno fatto giusta-
mente della Macquarti una forma della M. st-idula Rossi 3 (= viduata Pall.)
sotto l’indicazione di var. beta scrivendo: « Macquarti Lepel. caractérisée par
l’absence de poils blancs sur la téte et sur le prothorax (absence qui souvent
ne tient qu'a l’usure). Se trouve dans toutes les collections ». Cose le due ultime
delle quali mi permetto di dubitare. Ernesto André ha messo senz'altro la specie
del Lepeletier tra i sinonimi della viduata e non nomina la Macquarti nemmeno
tra le varietà.
Avendo avuto in cominicazione dall’egregio Dr. F. Kühlhorn della Zoo-
logische Sammlung des Bayerischen Staates di Monaco un piccolo lotto di Mu-
tillidi appartenenti a quell’Istituto vi ho trovato un esemplare 3 dell’ Anatolia,
Ak - Chebir, 1900, Korb. il quale senz’altro si adatta alla descrizione del Le-
peletier ¢,.pur conservando i tratti fondamentali della Smicromyrme viduata
(Pall.) 3, ha una facies particolare che lo distingue dalla fisionomia tipica di tale
specie e giustifica una separazione tassonomica, nel rango, io penso, di sotto-
specie.
Tutta la parte anteriore del corpo (capo, torace e primo segmento del
gastro) è nera, di un nero più intenso di quello della viduata, senza assolutamente
nessuna traccia di villosità bianca e non per usura, dato che la pubescenza nera
è completa, folta, anzi più folta e lunga del consueto, specialmente sul capo e
sul torace e l'esemplare è integro e ben conservato. Quindi, oltre all’assenza
dei peli bianchi della faccia, manca la fascia bianca che normalmente ricopre
tutto il pronoto. In questo esemplare manca in più anche del tutto la macchia
bianca che, secondo la descrizione del Lepeletier, dovrebbe essere rimasta nella
parte posteriore del torace « sur le dos du metathorax », intendendosi certamente
lo scutello.
Per il resto non vi sono grandi differenze con la viduata tipica. La frangia
nera del secondo tergite rosso del gastro è più larga, più folta e più intensamente
nera, la pubescenza eretta sparsa è quasi dovunque nera, le fascie bianche dei
tergiti terzo e quarto sono normali, le zampe come nella tipica sono nere con
pubescenza chiara e coi tarsi di un bruno un poco più schiarito, ma non certo
gialli testacei come nella sbsp. insulae Invr. di Cipro. Le ali sono molto densa-
mente annerite.
201
EINE NEUE NEOGAEUS - ART AUS ITALIEN
(Hem. Het. Neogaeidae)
Von EDUARD WAGNER
Hamburg
Neogaeus (= Hebrus) franzi n. sp.
Beschreibung: Dem N. ruficeps Thms. sehr ahnlich. Klein, oval,
schwarzbraun bis schwarz, der vordere Teil rotbraun, das © heller als das 4.
Mit feiner, goldglanzender Behaarung, matt, glatt. Bisher nur apter.
Kopf (Fig. 2) deutlich länger als breit, Stirn stark gewölbt. Scheitel
beim $ 2,35x, beim © 2,45 x so breit wie das dunkle, sehr grob gekörnte Auge.
Fühler (Fig. 3) gelbbraun, deutlich länger als Kopf und Pronotum zusammen,
mit feinen, hellen Haaren bedeckt; Glied 1 und 2 gleich lang, 0,60 - 0,65x so
lang wie der Scheitel breit ist; die drei letzten Glieder mit feinen langen Haaren,
zusammen 1,7 bis 1,8x so lang wie die beiden Grundglieder zusammen; das
3. Glied 0,83x so lang wie das 4. und 5. zusammen.
Pronotum (Fig. 1) rotgelb bis rotbraun, auffallend kurz und breit,
fast trapezförmig, Seiten kaum geschweift, Hinterecken nur wenig vorstehend;
auch der Hinterrand neben den Grundwinkeln des Scutellum nur wenig vorge-
zogen. Scutellum sehr kurz und breit, ohne Kiel und ohne (Juereindruck. Abdo-
men beim 3 schwarz, beim © die ersten 3 Segmente rotbraun, die übrigen schwarz-
braun.
Unterseite schwarzbraun bis schwarz. Beine gelbbraun. Schenkel
nur wenig gekrümmt, Schienen gerade. Hinterschiene 1,1 - 1,2x so lang wie
das Pronotum breit ist.
Genitalkapsel des g (Fig. 4 + 5) oval, 8. Segment hinten gerade
abgestutzt, Analkonus distal zugespitzt, verhältnismässig lang (Fig. 6), Seiten
fast parallel. Genitalgriffel (Fig. 7) S-förmig gebogen, distal verbreitert, Hypo-
physis kurz und kräftig, Paramerenkörper mit wenigen, langen Borsten. Län-
ge: = .1,80-1,85 :mm, 2: = 1,93 mm Breite des "Pronotum? 2 = a 062
man, == 0/67 mn,
N. franzi n. sp. steht ohne Zweifel N. ruficeps Thine. sehr nahe und hat
das gleiche kurze 1. Fühlerglied und die geraden Schenkel wie diese Art, unter-
scheidet sich aber von ihr durch die auffallige Form des Pronotum, breiteren
Scheitel, längeres 2. Fühlerglied, grössere Gestalt und den Bau der Genitalien.
Bei N. ruficeps Thms. sind die Seiten des Pronotum (Fig. 1) stark eingebuchtet,
der hintere Teil steht stark vor und der Hinterrand des Pronotum ist neben den
Grundwinkeln des Scutellum lappenartig vorgezogen; in der Mitte hat das Pro-
notum eine Querfurche und im vorderen Teil einen Langseindruck. Das Scu-
tellum hat ebenfalls eine Querfurche, sein Hinterrand ist gewölbt. Die Halbdecken
sind von wechelnder Lange, bald mehr oder weniger verkiirzt, aber - soweit
mir bekannt - immer vorhanden. Der Kopf (Fig. 2) ist deutlich kleiner, der
Scheitel beim 3 2,0x, beim © 2,0-2,1x so beit wie das Auge. Das 1. Fühlerglied
ist 1,1-1,2x so lang wie das 2., das 3. Glied 0,65-0,70x so lang wie das 4. und 5.
zusammen; die Gesamtlänge der Fühler übertrifft kaum die Gesamtlänge von
Kopf und Pronotum. Die Genitalkapsel des 3 (Fig. 4+5) ist viel kleiner und
proximal spitzer, der Analkonus (Fig. 6) ist kürzer und anders geformt. Die
Genitalgriffel (Fig. 7) sind fast gerade, distal kaum verdickt, die Hypophysis
202 E. WAGNER
ist ein langer, schlanker Haken und die Behaarung des Paramerenkörpers ist
kürzer und dichter.
Von N. fulvinervis Horv. unterscheidet sich N. franzi durch schmaleren
Scheitel, langere Fühler, lingeres 2. Fühlerglied, kürzeres Pronotum und die
völlig fehlenden Halbdecken. Bei N. fulvinervis ist der Scheitel 3x so breit wie
das Auge, das 2. Fühlerglied kürzer als das 1. und die 3 letzten Fühlerglieder
zusammen 1,6x so lang wie die beiden Grundglieder. Die Fühler sind kürzer
als Kopf und Pronotum zusammen.
Bian à pu
Neogaeus franzi nov. spec. und N. ruficeps Thms. 3
Oben = N. franzi nov. spec., unten = N. ruficeps Thms. - Fig. 1 = Pronotum und Scutellum
von oben (31,5x). Fig. 2 = Kopf, schräg von vorn (31,5x). Fig. 3 = Fühler (31,5x). Fig. 4 = Geni-
talkapsel von oben (84x). Fig. 5 = dieselbe seitlich. Fig. 6 = Analkonus von oben (84x).
Fig. 7 = Genitalgriffel (168x)
Von N. llimacula Horv. unterscheidet sich die neue Art durch den hellen
Kopf, breiteren Scheitel, langeres 2. Fühlerglied, ungefurchtes Pronotum, hell
gefärbtes Scutellum und das Fehlen der Halbdecken. N. lilimacula ist 2mm lang,
das Pronotum 0,86mm breit, der Scheitel 1,6x so breit wie das Auge, das 2.
Fühlerglied nur halb so lang wie das 1. und das Pronotum etwas länger.
Von allen übrigen Arten unterscheidet sich N. franzi durch das kurze 1.
Fühlerglied, die geraden Schenkel und Schienen und das völlige Fehlen der
Halbdecken. Selbst wenn wir die abweichende Form des Pronotum als eine Folge
der Rückbildung der Halbdecken und Flügel und der damit verbundenen Atro-
phie der Flügelmuskulatur betrachten, bleiben noch genügend Unterschiede, um
die Art von allen übrigen zu trennen.
Ich untersuchte 2 43 und 1 © aus Italien: Alpi Apuane, Umgebung Staz-
zema (leg. H. Franz) 2 33 und Castelnuovo di Garfagnana (leg. H. Franz) 1 9.
Holotypus in meiner Sammlung, Allotypoid und Paratypoid in der Smmlung
H. Franz, Wien.
CADICE
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dimenticata dai sistematici, e sulla data di descrizione del Bacillus
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31
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DI
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La data che segue i titoli è quella di pubblicazione dell’estratto.
Dott. FELICE CAPRA - Direttore responsabile
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PEGiST RAT OCAL? TRIBUNAL E DIE AGEN OVA ALON OLS (MA LUGLIO
FRATELLI PAGANO - TIPOGRAFI EDITORI - Via Monticelli, 11
1949)
GENOVA
STAMPATO IN ITALIA
SOCIETÀ ENTOMOLOGICA ITALIANA
Eretta in Ente Morale con R. Decreto 28 Maggio 1936
Sede in GENOVA, Via Brigata Liguria, N. 9
presso il Museo Civico di Storia Naturale
1
CONSIGLIO DIRETTIVO
PER IL BIENNIO 1956-57
PRESIDENTE: Dott. Fabio Invrea.
Vice-PRESIDENTE :
SEGRETARIO: Prof. Cesare Conci.
AMMINISTRATORE: Dott. Emilio Berio.
DIRETTORE DELLE PuBBLICAZIONI: Prof. Alessandro Bia
CoNnsIGLIERI: Prof. Athos Goidanich, Prof. Guido Grandi, Prof. Edoardo Gridelli,
Dott. Mario Magistretti, Prof. Giuseppe Miiller, Prof. Antonio Porta, Prof.
Sandro Ruffo, Prof. Mario Salfi, Prof. Antonio Servadei, Prof. Filippo Venturi,
Dott. Ruggero Verity.
REVISORI DEI CONTI: ing: Paolo Bensa, Sig. Giovanni Binaghi, Dott. Tullo
Casiccia, — Supplenti: Dott. Mario Franciscolo, Sig. G. B. Moro.
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Quota sociale per il 1957:
Soci ordinari: L. 1500; Studenti: L. 750; Soci all’ Estero L. 2000.
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